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La quarantena di una neotrentenne

In questi giorni di quarantena, dal mio balcone, tra la lettura di un libro e la cura delle mie piante, ho preso coscienza della mia solitudine. Io che così non mi ero mai sentita e che sono sempre stata in grado di stare bene da sola. Sul balcone sono rimaste le impalcature, come a ricordare un abbandono: fino a un mese fa mi svegliavo per il rumore dell’allegro lavorio dei muratori che con i loro attrezzi sbattevano sulle barre metalliche dei ponteggi. Un lavoro interrotto. Resta la gabbia e la speranza di tornare a sentirli lavorare.

 

Ho piantato dei semi in questi giorni che sono riuscita a trovare al supermercato, li controllo ogni giorno e annaffio i vasi nel mio balcone-gabbia.

Ho pianto vedendo le persone nelle loro casa-prigione davanti alla mia, pensando a mia nonna che è da sola e ha paura di non camminare più. Ho immaginato di essere al mare, la luce che c’è nelle case di mare e la brezza leggera che entra dalla finestra, e ho pianto pure per quello, ho pianto perché mi mancano i miei genitori e perché ho passato giorni di tale paralisi che non riuscivo a leggere, studiare, guardare film che valessero la pena. Ho pianto per quanto mi son sentita inutile e stupida, aggrappata a cose che ho sempre dato per scontate, per i morti, per i vivi, per il mio viso pallido allo specchio, i capelli sporchi, il pigiama addosso da tre giorni. Poi però ho pianto anche di gioia e ho faticato per non vergognarmene.

 

Foto di Piero Percoco.


Molte di queste notti non riesco a dormire. Dopo aver spento il Mac, dopo l’ultima puntata della serie che sto guardando, mi assale uno strano caldo che si dipana in tutto il corpo come se fossi avvolta da tentacoli incandescenti. Un desiderio d’aria impellente, lacrime che sgorgano senza un motivo apparente. La trafila è sempre la stessa. Indosso la mia felpa della quarantena, quella blu, che ogni tanto con un incredibile sforzo decido di mettere in lavatrice, esco sul balcone. Accendo una sigaretta e guardo la notte fuori. Non ci sono macchine, la luce fioca dei lampioni dà vita a un tenue bagliore. Devo piangere così tanto da riuscire a stremarmi. Come quando si è bambini e si è frustrati dalle assurde regole degli adulti, si piange così tanto da annientare le forze e cadere in un sonno cieco, l’unico capace di incenerire le ingiustizie che pensiamo di subire. Mi manca essere bambina, il lettone, il nido, il rumore della televisione che viene dal salotto. Non doversi preoccupare di niente.

È un mese e mezzo che non vedo la mia terapista, anche lei mi manca.

Vorrei parlarle delle mie Erinni, che la notte, dopo l’ultima puntata, non mi lasciano in pace.

Le mie colpe che si materializzano in ombre logorroiche che mi sovrastano di parole senza permettermi di spiegare, il senso di inadeguatezza che mi assale, tutta la mia meschinità, il mio egoismo, la brutalità di certe mie decisioni.

 

In questi giorni la sensazione è quella di non possedere più un corpo unita a uno strano e asfissiante senso di vergogna. Tutta la vitalità legata all’esperienza sensoriale, alla fisiologia del corpo, è svilita e frustrata. Pare che tutta una serie di bisogni, sociali, affettivi, sessuali, non contino più niente. Ho provato a indagare le mie ansie notturne realizzando che il mio corpo si sente completamente prigioniero. Ho bisogno di muovermi, di camminare, di toccare le persone, di sviluppare i miei rapporti affettivi in un modo che mi faccia sentire bene. Necessito di curarmi, essere bella, esprimere la mia identità vestendomi, truccandomi, indossando accessori; ho bisogno di ritornare a possedere un corpo che esista nel mondo, che abbia un suo peso specifico ed esprima la mia identità e voglio che anche gli altri tornino ad averne uno. Ho bisogno di legittimare la mia persona in senso anche fisico, cosa che ho sempre fatto, ma che oggi mi provoca un ambiguo sentimento che sembra avere a che fare con la colpa.

Dopo aver interiorizzato tutte queste sensazioni inizialmente incomprensibili e a tratti dolorose, ho capito che il mio imbarazzo rispetto alla questione era generato da un senso di inadeguatezza. Forse la presa di coscienza di appartenere e di aver abbracciato un “modello sociale” che in questo determinato contesto storico, in Italia, e con una pandemia in atto, si sta rivelando fallimentare. 

 

Per la mia generazione, quella dei neo trentenni, questa quarantena si sta dimostrando un momento strano. Lo è per tutti, intendiamoci, però in un certo senso questo isolamento forzato scatena nella mia generazione riflessioni nuove. Per molti di noi, che non si sono “dati una mossa” nel concretizzare un progetto famigliare, che non convivono e che ancora pensano a realizzare i propri sogni e la propria carriera, si sta rivelando un momento di infinita solitudine. Per chi come me ha creato una “famiglia alternativa”, costituita da amicizie profonde, da viaggi in treno o in auto per raggiungere nei weekend persone in giro per il nord Italia, ritrovarsi completamente soli, in quella casa, tanto attesa e amata che ha costituito un primo ed essenziale traguardo al proprio desiderio di indipendenza, ha dei risvolti quasi drammatici. Ho sempre amato stare da sola, per me è stato uno step necessario, i miei primi passi maldestri, ma entusiasti, nella vita adulta. Eppure adesso, spesso in preda all’irrazionalità, mi domando se non fosse stato meglio convivere con un uomo. Se avessi dei figli, un mio piccolo cosmo indistruttibile, forse non sentire questa fatica, poiché adesso il cosmo di cui mi sono sempre nutrita, rappresentato dal mondo esterno con le sue meraviglie e le sue insidie, sembra inutile e congelato. Saranno tutte queste pubblicità in cui non si vedono che famiglie chiassose e coppie strette su soffici divani, o magari la frustrazione del non poter guardare le altre persone negli occhi, toccarle, comunicare, dar vita a qualcosa con loro, a mettere in crisi un’intera scelta di vita? 

 

Foto di Piero Percoco.


Sembra che la fitta narrativa su cui si edifica l’#iostoacasa tenda a riportare la popolazione italiana a un modello tradizionale e patriarcale, in cui contano solo le esigenze e le problematiche delle famiglie. Modello da cui con fatica la mia generazione stava cercando di emanciparsi. Si discute delle esigenze dei bambini, dei cani, della difficoltà di convivere con il/la partner ventiquattro ore su ventiquattro, degli anziani, ma perché la categoria di persone che ha investito su di sé e ha puntato tutto sulla propria autonomia, magari non ha un compagno/a, magari vive avventure sessuali libere e promiscue, o magari ha semplicemente costruito un rapporto di coppia basato sull’indipendenza e la condivisione svincolata da matrimoni e figli non è minimamente calcolata? Forse siamo ritenuti più forti poiché abbiamo sempre avuto così a cuore la nostra indipendenza? Oppure per la nostra società tutta una serie di esigenze, di fronte a un problema così grave, perdono improvvisamente valore? 

 

Chissà come mai in questi giorni ci preme così tanto essere felici. Si libera una strana forza vitale ed egoista che ci spinge nelle braccia della persona amata, che ci fa desiderare ardentemente le nostre occupazioni, che amplia le nostre ambizioni, che ci riporta a dimenticati e fondamentali piaceri semplici. Il virus ci pare un’astrazione, che si contrappone alla nostra felicità. 

L’astrazione sono quei numeri spaventosi, curve, statistiche, le voci al telegiornale che meccanicamente sembrano ripetere le stesse cose. Odio il telegiornale in questi giorni, ma non riesco a farne a meno. È diventato un appuntamento fisso, ascolto quei numeri tragicamente pregni ed allo stesso tempo sgonfi e aspetto che una buona notizia arrivi. 

Occorre occuparsi di questa astrazione, di questo paradossale senso di irrealtà, e prevale un senso di colpa, almeno nel mio caso, una lotta intollerabile tra le mie esigenze personali, la mia ossessiva sete di libertà e felicità e un senso civico, etico che è collettivo, ma anche individuale, che mi spinge a riflettere su un bene più grande, la tutela degli altri. Il corpo, la vita e l’intelletto scalpitano, frustrati e inappagati da questa condizione drammatica e innaturale. Prevale nuovamente la vergogna di desiderare e ancora una volta, in qualche modo, sono portata a mettere in discussione il mio stile di vita. 

 

Foto di Piero Percoco.

 

La retorica del #iostoacasa non mi piace. I primissimi giorni di quarantena la abbracciai acriticamente perché mi sentivo troppo sola. Iniziai a sentirmi parte di qualcosa in un modo in cui non mi ero mai sentita, provai quasi uno sconosciuto senso patriottico. Poi ho iniziato a pensare a chi una casa non la possiede, alle persone per cui la casa rappresenta una prigione di abusi e violenza, ho ripensato al giorno in cui Malika ci invitò nel monolocale in cui viveva col marito e il figlio; 30 mq scarsi, nessuna finestra, un odore di cibo intollerabile e costante.

 

Non mi piace avere paura le rarissime volte in cui sono in strada, non mi piace scrivere dove sto andando, non tollero che possano chiedermelo. Quando vedo la polizia o i militari spero che non mi fermino, ho a cuore la mia privacy e la mia libertà. Cammino con la mascherina sulla faccia, i guanti di lattice e lo sguardo basso. A volte mi sembra di vivere in un video game in cui cammino per una città apocalittica e devo nascondermi dietro ai bidoni o ai muretti per non farmi vedere. Sabato scorso ero nel giardino condominiale di casa mia, completamente sola, parlavo al telefono con mia sorella che è confinata a Milano, e ridevo con lei. La mia telefonata è stata bruscamente interrotta da un vigile urbano che si è rivolto a me dicendomi di smettere di fare festa. Solitamente ho un atteggiamento piuttosto remissivo nei confronti delle autorità, ma i suoi toni arroganti, quell’intrusione e soprattutto l’accusa di fare una festa mi hanno mandata su tutte le furie. Gli ho chiesto di spiegarmi dove fosse la festa dal momento che non c’erano invitati, non c’era musica, non stavo bevendo birra o ballando sul prato. Lui è sembrato tutto a un tratto dispiaciuto e mi ha spiegato che le persone sono esasperate, vedono una persona che ride al telefono e segnalano. Questo mi ha fatto paura. Se probabilmente fossi stata per le strade, o assembrata in una coda infinita davanti a un supermercato, con la mascherina e lo sguardo basso e triste non mi avrebbero mai segnalata. La mia colpa è stata quella di essermi dimostrata vitale, lo sento, ne ho avuto una percezione netta. Non portavo la mascherina, il mio viso si vedeva così come le mie espressioni che tradivano il divertimento che la chiacchierata con mia sorella aveva innescato. I bravi cittadini civici e onesti, i cosiddetti “sceriffi”, mi hanno subito consegnata nelle mani delle autorità come se avessi tradito la patria e questa raffinata quanto inquietante retorica. Stavo desiderando in quel momento, dieci minuti di conversazione, un po’ di sole, una sana risata. Pare che in questo momento sia immorale desiderare.

 

Io credo che ci vorrà molto tempo per elaborare, comprendere e raccontare tutto questo. C’è chi inizia a scattare foto, scrivere musica, usciranno studi, libri, saggi, molti scandali.

Io credo che dovremmo iniziare a prenderci del tempo per fissare nelle nostre menti le emozioni e le sensazioni di questi giorni assurdi con la primavera fuori e le strade deserte. Sicuramente il virus ha avuto l’enorme pregio di farci toccare con mano quanto siamo condizionabili, quanto scelte e ideali possano disgregarsi di fronte a un contesto nuovo e spaventoso, e poi ci ha rafforzati, obbligandoci però a scandagliare accuratamente quello che abbiamo creduto fino ad ora un “impianto di vita” funzionante. Ci ha mostrato anche molti aspetti inquietanti, che in molti hanno abbracciato acriticamente, senza domande, come se finalmente fosse arrivato il loro momento di emergere. Ottimi cittadini e impeccabili delatori. 

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Foto di Piero Percoco.