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L'altra voce di Alejandra Pizarnik

A quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa viene finalmente pubblicata anche in italiano – edita da Giometti & Antonello e curata da Andrea Franzoni e Fabio Orecchini – la corrispondenza che la poetessa argentina ha tenuto con diversi amici e personaggi della letteratura sudamericana e internazionale tra il 1955 e il 1972, anno della sua morte. 

 

Quella che si legge in queste lettere è, come indica il titolo stesso del libro, un'altra voce di Alejandra Pizarnik, che si situa in un non-luogo tra la vita e la poesia, che risuona dell'una nell'altra, come in un tentativo di tenerle assieme, attraverso l'invio a dei destinatari-depositari di un'identità costruita attraverso il linguaggio. Scrive della scrittura, sua e di amici e poeti, i cui libri riempiono le caotiche stanze – specialmente quelle del periodo parigino – in cui la si immagina vivere, tra fogli sparsi e appesi al muro, disegni stilizzati e collezioni di matite colorate. Scrive incessantemente, di notte, come si confà a una figlia dell'insonnia – titolo di una sua raccolta di poesie edita da Crocetti –, ad anime affini alle quali poter spedire la propria urgenza poetica. 

 

Alle lettere più formali del periodo universitario e post-universitario, tra il '55 e il '60, inviate a intellettuali ed editori, fanno seguito quelle degli anni parigini, tra il '60 e il '64, dove la vita di Alejandra si incrocia con quella di personaggi della levatura di Bataille, Simone De Beauvoir, Bonnefoy, Cortázar e Octavio Paz. È il periodo più positivo e fecondo della vita della poetessa argentina, che inizia a lavorare come traduttrice e saggista per alcune importanti riviste letterarie, come la “Nouvelle Revue Française” e “Sur”. Pur rimbalzando da un appartamento all'altro e riuscendo a stento a pagarsi da vivere, le lettere degli anni parigini sono intrise di un intenso e gioioso fermento, oltre che di quello che lei stessa definisce “il sacro dono dello humour”. Sono lettere piene di giochi di parole, francesismi e battute di spirito, molto lontane, almeno apparentemente, dalle tonalità cupe delle poesie di Alejandra. Scrive all'amico e giornalista argentino Antonio Requeni: “io sto bene, sono bella, snella, infantile e sinistra come de habitude. Tra amori ed errori, e lavorando tanto, lavorando come chi vuole salvarsi”. 

 

Torna incessantemente anche nelle lettere il tema della poesia, della scrittura come unica possibile forma di salvezza, come “l'abito che mi è stato dato per divenire adulta”. Tra le epistole più significative a tale riguardo troviamo quelle inviate all'amica Ivonne Bordelois, con la quale Alejandra realizzò diversi articoli, reportage e traduzioni durante gli anni della sua permanenza a Parigi. “Le parole sono cose e le cose sono parole […] sono tutto ciò che mi hanno dato […], la mia assenza particolare”, le scrive. La possibilità di soggettivazione della poetessa argentina passa attraverso il linguaggio, che sembra essere ciò che, solo, è in grado di darle una consistenza e una particolarità individuale, una tenuta rispetto a un sottofondo costante di malinconia e frammentazione. Alejandra si aggrappa alle parole dei poeti, che cita incessantemente nelle sue lettere – da Lautréamont a Michaux, da Borges a Hölderlin, da Rilke a Mallarmé –, come se la sua vita e il suo stesso nome potessero reggersi solo attraverso di esse. 

 

Dopo il ritorno a Buenos Aires qualcosa si spezza. Nonostante la pubblicazione delle sue opere più importanti – Extracción de la piedra de locura (1968) e El enfierno musical (1971) – e l'assegnazione di due borse di studio a guisa di riconoscimento del suo valore letterario – la borsa Guggenheim (1969) e Fullbright (1971) – le maglie del linguaggio che ricoprivano e reggevano il corpo in frammenti di Alejandra iniziano progressivamente ad allargarsi, fino a non tenere più. In particolare, dopo la “ferocia insostenibile” di New York – città in cui Pizarnik soggiorna alcuni mesi nel 1969 in seguito alla vittoria della borsa Guggenheim – e alla morte del padre, avvenuta l'anno successivo, si assiste a un cambio radicale nel suo scrivere. Le parole iniziano a vacillare, non riescono più a fungere da struttura, da salvezza: “il Male è l'Inferno dell'Incomunicabile”, scrive all'amico e poeta Antonio Molina.

 

 

Emerge in molte lettere di questo periodo – intorno al 1969-1970 – una fatica nel riuscire a dire per davvero ciò che vorrebbe dire, dove in quel per davvero si cela tutta quella “abissale distanza tra desiderio e atto” che le provoca una smisurata sofferenza “per il semplice fatto di non potere, ad esempio, bere la parola 'acqua'”. Come se le parole di cui tanto si era nutrita negli anni giovanili e poi in quelli parigini evaporassero, perdessero ora quella materica consistenza in grado di renderla corpo, vita, donna. 

“È ridicolo come ti sei bardato per questo mondo” – scrive all'amica Ivonne citando Kafka – “da mesi risuona in me questa frase, ma come se a dirla fosse un gruppo di bambine che mi chiede di renderne conto”. Come se il linguaggio stesso si rivelasse una mascherata, come se quell'abito che inizialmente era stato un velo per la sua nudità avesse, inesorabilmente, iniziato a cadere. Alejandra si trova priva di quel vestito simbolico che si era cucita addosso, improvvisamente distante dalle parole che avevano ricoperto fino a quel momento le sue carni, il reale della sua frammentazione. 

 

Si ritrova di fronte a quella bambina, quella Alice del libro di Carroll spesso citata nelle lettere e con la quale si identifica sempre di più: “ancora una volta mi sto trasformando (oh, la piccola Alice) e non ho i mezzi per dire da quale altra sopravvengo”. Come sottolinea in un'intervista rilasciata a Martha Moia, una delle sue ultime compagne, e pubblicata postuma: “una delle frasi che più mi ossessionano la dice la piccola Alice nel paese delle meraviglie: 'sono venuta soltanto a vedere il giardino'. Per Alice e per me, il giardino sarebbe il luogo dell'incontro […] malmenata dal vento, avanzo nel bosco, mi allontano alla ricerca del giardino”. Alejandra sembra deviare dal sentiero del linguaggio e scivolare come Alice nella tana del coniglio, ritrovandosi in un mondo di paradossi, assurdità e nonsenso, dove ogni incontro – con se stessa e con gli altri – diventa impossibile. 

 

Le lettere degli ultimi due anni – tra il 1971 e il 1972 – mostrano il terzo e ultimo periodo esistenziale e linguistico della poetessa argentina, ormai intrappolata nei cunicoli sotterranei di quel cortile, dove la parola, dapprima caduta, diventa ora ostile, nemica. Come scrive a: Cortázar: “Julio, sono andata così in basso. Ma non c'è fondo. Julio, credo che non sopporto più 'le cagne parole'”. Il linguaggio si stacca, si separa da Alejandra come se non le appartenesse più, come se fosse diventato un nemico della vita. “Par littérature j'ai perdu ma vie”, scrive a un amico parafrasando Rimbaud; la parola diventa spazzatura (da letter a litter), e come tale viene trattata. Nelle ultime lettere le parole sembrano venire espulse, buttate via, senza una logica, senza freni inibitori. Erotiche, pornografiche, con elenchi di frasi sconnesse, nomi che si accavallano, suoni che inghiottono il senso: “in verga dura non v'entra mosca, disse Can't”. 

 

Al contrario di Alice, Alejandra non si risveglia, non esce dal giardino; “la clessidra si ribalta e lo smarrimento del sentiero la riporta, come in un labirinto, all'inizio del cammino, a una sorta di seconda innocenza, vissuta questa volta in uno stato di febbrile ma lucidissima coscienza di inappartenenza alla vita”, scrive il curatore, Andrea Franzoni, nella prefazione al libro. Senza la tenuta del linguaggio, Alejandra crolla. Dopo una permanenza di circa cinque mesi in un centro psichiatrico di Buenos Aires – notizia che la poetessa non fa mai trapelare nelle lettere, fingendo piuttosto un periodo di malessere causato da un incidente automobilistico – il 25 settembre 1972, all'età di 36 anni, si suicida con un'ingestione di barbiturici. Il passaggio all'atto – il suicidio – come unica possibile uscita dal giardino, o, forse, come unico modo per restarci per sempre, in un incontro adialettico e silenzioso con se stessa: “e qualcuno entra nella morte con gli occhi aperti come Alice nel paese del già visto”, scriveva profeticamente alcuni anni prima in una poesia intitolata “Infanzia”.

 

L'ultima lettera, inviata a pochi giorni dalla morte all'amico Miguel Otero Silva, Alejandra la chiude citando i versi del tanto amato poeta Henri Michaux: “on n'a pas été des lâches / on a fait ce qu'on a pu”. Non siamo stati vigliacchi / abbiamo fatto quel che abbiamo potuto.

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