L’armonia tecnica di Hayao Miyazaki

Nella Meditazione Milanese Gadda esprime una felicità quasi animistica nei confronti delle macchine, o meglio dei sistemi meccanici. Descrivendo una centrale elettrica e i suoi componenti - la turbina, l’alternatore, la condotta dove scorre l’acqua di caduta, ma anche le infinite macchine lontane che compongono la rete - lo scrittore-ingegnere si immedesima nel Macchinista, colui che vigila sulla “felicità totale del sistema” attraverso le indicazioni che gli giungono dagli strumenti di misura. “Se le indicazioni delle lancette sono irragionevoli, la mente conduttrice avverte l’infelicità del sistema”, dice Gadda. 

 

La stessa empatia per l’armonia tecnica e la felicità meccanica la troviamo in Miyazaki Hayao, il Dio degli anime (come Tezuka Osamu lo è stato dei manga). L’amore per le macchine in Miyazaki è amore per gli aerei, di ogni forma e fattura. Immense corazzate volanti che solcano i cieli come cetacei il mare, eleganti alianti e deltaplani ibridati con ali di insetto, rossi idrovolanti che planano sull’acqua azzurra, dirigibili bimotore a forma d’uccello che sferragliano tra le nuvole. L’elenco sarebbe infinito e necessiterebbe di un atlante a sé, tale è la biodiversità aeronautica che Miyazaki ha depositato nella sua lunga carriera.

 

 

Dal primo febbraio i film del disegnatore giapponese sono per la prima volta disponibili in streaming. L’annuncio ha destato grande eccitazione in tutto il mondo. E si capisce, considerando il catalogo di capolavori realizzati da Miyazaki (e non solo da lui) con il marchio Ghibli, lo studio di animazione fondato a metà anni Ottanta dallo stesso Miyazaki insieme a Takahata Isao. Ghibli, un altro tributo alla storia dell'aeronautica: il nome di battaglia del bimotore Caproni Ca.309, progettato e costruito in Italia nella seconda metà degli anni Trenta.

 

 

Miyazaki è certamente uno degli artisti viventi che è riuscito ad incidere in maniera più profonda nell’immaginario contemporaneo. Regista fortemente radicato al contesto culturale e antropologico giapponese - del quale è diventato, forse suo malgrado, una delle principali icone soft power - film dopo film Miyazaki ha creato un universo colorato, visionario, irresistibile, abitato da ingredienti tematici e visuali che sono ormai parte integrante del paesaggio culturale della globalizzazione. Un po’ come è accaduto, prima di lui, a Kurosawa. E a pensarci bene i punti di contatto tra questi due registi, per altri versi molto distanti, non sono pochi: la capacità immaginifica, la cura maniacale dei dettagli, la concezione artigianale del cinema (lo studio Ghibli è noto per aver rifiutato a lungo l’animazione digitale, rimanendo fedele al disegno a mano), il rapporto privilegiato coi sogni e la nostalgia. 

 

 

“Scomparsi i grandi maestri di un tempo (Ozu, Mizoguchi, Naruse…) oggi i veri eredi della tradizione classica giapponese sono gli animatori, gli autori di disegni animati: sono molto bravi, ma all’estero chi li vede?” si chiedeva Kurosawa in un'epoca che sembra ormai lontanissima. Grazie a Miyazaki - Leone d’oro alla carriera a Venezia 2005 - oggi i film di animazione concorrono, e vincono, nei più importanti festival cinematografici, fuori dal recinto delle competizioni rivolte esclusivamente agli anime. E le storie di Totoro, della principessa Mononoke, di Chihiro nella città termale per spiriti, della maghetta Kiki e del suo gatto nero, della bimba-pesce Ponyo, del mago Howl e della giovane-vecchia Sofie, sono note in tutti gli angoli del pianeta. 

 

Con la differenza che l’influenza dei mondi di Miyazaki - per riprendere il titolo di un bel libro a cura di Matteo Boscarol, uscito qualche anno fa per Mimesis - si è riverberata ben oltre i confini del cinema, coinvolgendo il fumetto, i videogame, l’arte contemporanea (producendo, bisogna ammetterlo, anche schiere di tristi epigoni, incagliati in riproposizioni stantie degli stessi suoi ingredienti). Riferimento imprescindibile per chi ha dai quarant’anni in giù, Miyazaki ha contribuito a formare non solo l’orizzonte artistico, ma anche la coscienza politica e ambientale di un’intera generazione (Nausicaä e la valle del vento ha diffuso la teoria ecologica di Gaia più di quanto abbiano fatto gli scritti di James Lovelock).

 

 

Sì, perché Miyazaki è un regista decisamente politico, come lo sono spesso i grandi autori per bambini, da Collodi a Astrid Lindgren, da Roald Dahl a Tomi Ungerer. Lo è innanzitutto il suo pacifismo, lontano da ogni facile irenismo, che affonda le radici nella tragedia atomica, certo, ma anche nella contestazione studentesca degli anni Sessanta (come ricorda il poco noto La collina dei papaveri, scritto da Miyazaki e diretto dal figlio Goro). 

 

Nelle storie di Miyazaki c’è il male ma mancano i cattivi, personaggi ad una dimensione che spiegano con la loro innata natura malvagia la violenza nei confronti dell’uomo e della natura. Abbondano al contrario figure ambigue, cattivi che diventano tali per educazione e addentellati morali, sociali e tecnici. Un realismo anarchico e dissacrante che vede con diffidenza ogni forma di militarismo e ideologia della violenza, ogni sistema tecnocratico che metta l’antropico sopra e contro la natura. Questo perché, insieme alla leggerezza inebriante, di cui il volo è rappresentazione, della tecnica Miyazaki avverte anche il lato oscuro e malefico. Tecnologia (o magia, se ci troviamo in un contesto narrativo fantasy, ma il risultato non cambia) e potere, inteso nella doppia accezione di potenza emancipatoria e di sopraffazione e dominio.

 

 

E qui torniamo agli aerei. In un libro dedicato alle trasformazioni del mondo mentale nella Grande Guerra, Antonio Gibelli nota come l’aviazione occupi un ruolo centrale nell’immaginario collettivo della prima metà del ‘900, sia sul piano artistico sia su quello politico. Tutti i regimi del secolo breve, dittatoriali e non, hanno sfruttato simbolicamente la figura eroica dell’aviatore. Il volo d’aereo fa sognare, scatena fantasie di infinito, permette di immaginare la libertà in un mondo sempre più pieno di vincoli: l’aviazione offre l’occasione di dispiegare possibilità mitiche nell’età del potere tecnologico.

 

Ma se l’aviazione rappresenta la realizzazione di un sogno magico di libertà - si pensi al Piccolo principe di Saint Exupery - dall’altro lato essa ha significato il dispiegarsi di un senso di dominio e di potenza, ovvero di guerra. Idea ludica e infantile della tecnologia, ma anche idea diabolicamente ludica e de-responsabilizzante della violenza: come avevano intuito i futuristi, che esaltavano lo spettacolo delle macchine volanti cariche di “eliche, fusoliere, ali” e che con spettrale leggerezza chiamavano le bombe “i cari giocattoli del nostro tempo”.

 

 

“Quello di volersi librare nel cielo è il sogno dell’umanità, ma è anche un sogno maledetto. Gli aeroplani portano il segno del destino di divenire strumenti di massacro e distruzione.” Sono le parole che Miyazaki mette in bocca al conte Caproni (proprio lui, il progettista del bimotore Ghibli) in Si alza il vento, il suo film-testamento. Col regolo sempre in mano, il giovane protagonista del film - l’ingegnere Jiro, impegnato con tutte le sue forze a progettare aerei sempre più veloci e meravigliosi - è troppo concentrato nella ricerca gaddiana della felicità della macchina per accorgersi di questa cruda verità. La forte miopia di cui il ragazzo soffre, che non gli ha permesso di diventare pilota (come lo è invece l’asso del cielo Marco Pagot, maiale antifascista protagonista del film Porco Rosso), è l’inavvedutezza che impedisce di guardare in faccia la minaccia del fascismo e l’orrore della guerra, che sta per divorare il mondo. E il ruolo che il mito prometeico insito nella cultura tecnica (che ama pensarsi neutra e al di sopra delle parti) occupa in questo incendio.

 

Eppure, per diventare reali le macchine volanti sognate dal giovane progettista devono sporcarsi col mondo, la politica, l’industria, le forze armate, con le sue contraddizioni, con le sue stridenti disuguaglianze. Come rivela a Jiro l’amico Honjo, con i soldi spesi per realizzare un solo componente dei loro amati velivoli una famiglia povera giapponese vivrebbe diversi mesi. È lo scarto tra i folli sogni imperiali e militari e la realtà di un paese povero, dove folle di contadini si riversavano in città, i bambini non hanno da mangiare e i caccia della Mitsubishi sono trasportati sulle piste di volo da placide bufale. Un paese arretrato, ma di una bellezza abbagliante e struggente: colline verdeggianti contro cieli cristallini, nuvole barocche e ovunque acqua, fiumi, risaie, canali.

 

 

Pur ammirando questi tecnici idealisti, che sono stati in grado di colmare in pochi anni il gap tecnologico che divideva il Giappone dalle potenze europee, il film mette in mostra senza infingimenti il costo di questa repentina modernizzazione, avvenuta sotto l’insegna della militarizzazione della società, della guerra e della distruzione del paesaggio e dell’ambiente. È intorno a questa contraddizione che Miyazaki si conferma un grande autore politico, intriso di poesia e segnato da un pessimismo storico che rifugge dalle scorciatoie ideologiche.

 

Ciò che rimane, tuttavia, non è l’amarezza. È la forza delle immagini, lo splendore della luce, la fluidità incredibile dei movimenti, il perfetto dialogo tra narrazione, animazione e musica. L’impermanenza del vento tra i fili d’erba, il volo del più semplice degli aerei, un foglio di carta piegato come origami. Staccando, ancora una volta, l’ombra da terra. 

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