Laura Lepetit. Una vigile svagatezza

«Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli.» 

 

Queste parole, che compaiono in un volumetto di rara eleganza governato dal principio a lei così caro dell’understatement, Autobiografia di una femminista distratta (Nottetempo, 2016), sono un autoritratto folgorante di Laura Lepetit. 

Mancata il 5 agosto scorso, Laura è stata una delle figure di intellettuale politico più interessanti degli ultimi cinquant’anni italiani. Chissà che adesso non si riconosca finalmente e pienamente il ruolo che la sua paziente pratica femminista ha avuto nella trasformazione ancora incompiuta della mentalità chiusa, conservatrice, patriarcale della società italiana e di tanta sua intellighènzia. 

 

Laura Lepetit presenta Il cuore del polpo di maria Teresa Boffo insieme all'autrice.


Fu lei nel 1975, opponendosi con testardaggine e audacia alla radicalità politica di Carla Lonzi e di altre compagne del suo gruppo di autocoscienza, a volere un’impresa editoriale femminista. Invece di “stare fuori” dall’agone culturale, criticandolo dai margini, decise di entrarci con un progetto che oggi può parere ovvio e superato, ma che in quegli anni era assolutamente inedito e necessario: pubblicare solo libri scritti da donne. Non per inimicizia nei confronti degli uomini, ma perché nei cataloghi dell’editoria di casa nostra i testi a firma femminile si contavano sulle dita delle mani. E sì che le donne, in Italia e nel mondo, avevano molto scritto e narrato. Le loro voci, le loro storie, le loro invenzioni erano una miniera a cielo aperto, tutta da esplorare, sia riandando al passato, sia spostandosi dalle canoniche geografie occidentali. 

 

Quel vuoto, secondo Laura, privava tutti, uomini e donne, di punti di vista e saperi preziosi, ribadendo un’asimmetria che nulla aveva di naturale. Su questa intuizione appassionata si sono fondati la sua scelta di campo e – è cruciale ricordarlo – il modo in cui ha esercitato il mestiere di editrice. Chiunque tra il 1975 e il 1997, gli anni di vita della Tartaruga, abbia frequentato la sua luminosa sede di via Turati, un piccolo loft affacciato su un cortile interno – niente gerarchiche pareti divisorie: da un lato Laura e dall’altro Rosaria Guacci, la fedelissima e generosa redattrice che la affiancava – ricorda la leggerezza, lo humour e il fermo e ironico rifiuto di adottare logiche mercantili e produttivistiche, di riprodurre il maschilismo che troppo spesso si insinua nelle imprese delle donne che dimenticano il movente femminista.

 

Si va costruendo così, con una casualità “distratta” che tale non è poiché nasce da una rete amorevolmente curata di amicizie e collaborazioni politiche tra donne, un catalogo ricchissimo, che negli ultimi vent’anni ha orientato le scelte dell’editoria mainstream. Vi figurano Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Gertrude Stein (nella meravigliosa traduzione di un’altra amica molto cara, Giulia Niccolai, scomparsa il 22 giugno scorso), Nadine Gordimer , Ivy Compton-Burnett, Margaret Atwood, Doris Lessing, Alice Munro, Edith Wharton, Barbara Pym, Grace Paley, Carolyn Heilbrun, Anita Desai, Luce Irigaray, Robin Morgan, Patricia Highsmith, …. E, tra le scrittrici italiane, Ginevra Bompiani, Grazia Livi, Fabrizia Ramondino, Giuliana Bruno, ma anche autrici alla loro prima opera come Maria Teresa Boffo o Pina Mandolfo, di cui Laura “capta i segnali” e che adotta senza esitare. 

Ogni autrice vivente una storia di amicizia e di fiducia reciproca, la sensazione di partecipare insieme al farsi di qualcosa che ancora non esiste e di cui c’è un furibondo bisogno.

 

Io ho cominciato a fare progetti con Laura agli inizi degli anni novanta. Il primo libro che le proposi fu la riedizione della biografia di Frida Kahlo, scritta da Hayden Herrera e uscita nel 1991 da Serra & Riva. E lei lo accettò senza tentennamenti, benché all’epoca Kahlo fosse da noi una perfetta sconosciuta. Sì, andò proprio così. In Laura e nella Tartaruga avevo trovato la quadratura del cerchio. Con lei si poteva passare dall’idea alla sua realizzazione senza stremanti attese e i mortificanti tentativi di convincere editori politicamente sordastri, francamente disinteressati al pensiero e all’opera delle donne o già del tutto proni alla logica “quante copie può vendere?”

 

Laura Lepetit con Robin Morgan e Maria Nadotti, Milano 1997.


Nacque così, nel 1996, una piccola serie di interviste che chiamammo “A viva voce”: una donna davanti a un’altra donna, un preciso io e un altrettanto preciso tu a interrogarsi su di sé nel mondo, sul lavoro, l’amore, l’amicizia, la sessualità, la scrittura, i legami familiari, le pratiche e le utopie che accompagnano chi ha deciso di trascorrere in modo non stordito il tempo di vita, le alleanze possibili, il dolore, lo scacco, la solitudine, le speranze, i desideri e le invenzioni di cui ognuna di noi è capace singolarmente e quando si unisce ad altre donne. Di quei volumetti preziosi ne uscirono quattro: Cassandra non abita più qui. Maria Nadotti intervista Robin Morgan (1996), Andare ancora al cuore delle ferite. Renate Siebert intervista Assia Djebar (1997), Scrivere al buio. Maria Nadotti intervista bell hooks (1998) e Come una foglia. Thyrza Nichols Goodeve intervista Donna Haraway (1999). 

Nel frattempo Laura aveva gettato la spugna ed era passata con il suo intero catalogo alla Baldini&Castoldi e da quelle parti le interviste erano guardate di mal occhio.

 

Infine, anche se molte sarebbero le storie da raccontare, fu Laura Lepetit a rendere possibili gli ultimi numeri del trimestrale femminista “Lapis”, diretto dal 1987 al 1996 da Lea Melandri. Uno spazio franco di riflessione e di indagine, un autentico laboratorio politico, in cui si lanciò anche se la concorrenza della grande editoria a caccia di firme femminili e del loro ormai consolidato pubblico aveva già cominciato a toglierle spazio e ossigeno vitale.

 

Laura Lepetit, che aveva scelto come nome, logo e filosofia editoriale la tartaruga per la buona ragione che questo animale «va piano, si porta la casa appresso e mangia molta insalata», nella vita come nel lavoro era assolutamente pragmatica. Quando le cose si mettevano male o si rivelavano concluse, abbandonava tutto il superfluo, si rimpiccioliva, faceva stare tutto nella casa che si portava dentro e partiva per una nuova avventura, senza vittimismi, rimpianti, rancori o sentimentalismi. La vecchiaia l’ha resa sempre più allegra e determinata. Ha smesso definitivamente di annoiarsi e ha cominciato a comunicarlo con voce chiara ad altre donne.

Chi volesse, potrà riascoltare qui una delle sue ultime conversazioni pubbliche. L’incontro, organizzato dalla Casa delle Donne di Milano con la quale Laura collaborava vivacemente da anni, ha avuto luogo via Zoom il 5 aprile scorso. 

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