Le lingue dei mercanti

Ogni storia è storia contemporanea. Così suona un famoso teorema crociano.

Anche questo bel libro di Lorenzo Tomasin – Europa romanza, Einaudi, 2021 – le cui sette storie linguistiche si svolgono in un arco temporale che va dal 1305 al 1789, pare non sfuggire alla regola.

Infatti in due punti del testo (p.118 e p. 214 rispettivamente) si possono leggere affermazioni come le seguenti: “La spinta verso l'uniformazione linguistica globale a cui si assiste oggi in tanti ambiti del commercio potrebbe far supporre che giusto le esigenze economiche siano il motore diretto e quasi necessario di uno standard degli usi linguistici internazionali. In realtà la vita economica europea par suggerire per molti secoli che una innegabile vitalità mercantile può accompagnarsi non a una progressiva riduzione, ma a un proliferare rigoglioso della diversità linguistica”. “Il tendenziale monolinguismo globale che sembra caratterizzare la comunicazione negli ambienti economico-commerciali del mondo di oggi non trova, insomma, puntuale corrispondenza né nel milieu mercantile medievale, né in quello della prima età moderna, rivelandosi come un fatto piuttosto recente, se non forse una mera illusione ottica”.

 

Da integrare naturalmente con quest'altra considerazione di metodo che sta a p.139: “è spesso fuorviante applicare con troppa disinvoltura categorie culturali moderne alle situazioni antiche”.

Infatti, come più volte ricorda Tomasin, nel periodo in questione (quello medievale soprattutto ma anche oltre) le lingue in esame, romanze o meno, non sono ancora giunte a quel livello di standardizzazione che per noi è naturale, ossia quasi ovvio e irriflesso.

Sette storie linguistiche, dunque. Ma non appartenenti all'ambito letterario, bensì a quello mercantile, delle lettere commerciali, o privato, annotazioni di interesse familiare oppure testamenti per esempio. Discorso di consumo e non di riuso, per usare le categorie di Heinrich Lausberg, parallelo e non sempre coincidente con le vicende della storia della letteratura, e nemmeno, a rigore, con quelle della Grande Storia. Vicende di personaggi oscuri, tratte dalla polvere degli archivi. Ma non per questo meno interessanti e avvincenti.

Ciò che accomuna queste scritture non professionali è il fatto che gli scriventi, in modo consapevole o meno, usano più di una lingua. Lingue in contatto, secondo la celebre formula di Uriel Weinreich.

Il libro è molto colto ed erudito, quale si addice al suo autore, accademico dell'Università di Losanna, però, non tema il lettore, è anche divertente.

La storia da cui voglio partire è la quarta. Perché il protagonista rappresenta un caso a mio avviso straordinario. 

 

Si tratta del mercante Bartol de Cavalls. Il capitolo quarto, che gli è per l'appunto intitolato, si apre con una sua lettera (e anche tutti gli altri capitoli cominciano così: da un testo). È una lettera commerciale, ma anomala. Non è grigia e sbrigativa come di solito accade in questo tipo di carteggi. In essa, datata venerdì 4 febbraio 1407 e spedita da València, il mercante si rivolge a un agente maiorchino della compagnia Datini di Prato. Tratta bensì di generi alimentari, come formaggi (“formage”) e pasta (“fideus”), però l'argomento principale della missiva è il figlio di Bartol medesimo, titolato niente meno che di “ribaldo” e “tachagno”: uno scapestrato cui il destinatario ha prestato incautamente del denaro. Il mittente lo esorta a non fidarsi del figlio e gli consiglia caldamente di non sostenerlo nella sua vita di scioperato.

Ci sono, in questo testo redatto in un catalano venato di italianismi, alcune estrose variazioni personali di espressioni proverbiali correnti; per esempio, se il ragazzo non cambia pelle o manto “ell haverà salsa chi no serà de capone ni de paone” (“avrà altra salsa che quella di cappone o pavone”), così come in un’altra lettera si serve della locuzione “mesclar faxoli con verze” nel senso di confondere le carte, modificazione della più comune espressione maiorchina “mesclar cols amb caragols” (“mescolare cavoli con lumache”).

È uno speziale assai più colto e creativo di quello che ci si potrebbe aspettare a tutta prima.

In effetti, Bartol de Cavalls, con la medesima penna con cui scrive le sue lettere commerciali, anche piuttosto losche, in cui si vanta fra l'altro di aver rifilato formaggio avariato a un cliente rifiutandosi poi di rimborsarlo, ebbene, Bartoll, con quella stessa penna esemplava lussuosi codici per il re di Aragona. Sì, questo speziale anomalo, in bilico tra catalano e italiano, era un affermato copista. È sicuramente di sua mano un importante codice del 1395 che contiene la traduzione dei Factorum et dictorum memorabilium libri di Valerio Massimo, eseguita da Antoni Canals, autore non certo secondario della letteratura catalana.

 

Ma di dov'era questa singolare figura di mercante-copista? Egli stesso dice di sé, in un'altra delle sue lettere e in perfetta armonia con il personaggio, “me spazo per catalan” (“mi spaccio per catalano”). Quindi catalano non era. Forse era veneziano, come lasciano presagire certi indizi e certe frequentazioni. “Lo nostro consolo”, così chiama il console veneto di Maiorca. Quando riferisce della peste che colpì València nel 1403 usa indifferentemente le forme “pestilència” e “ mortalitade”, due termini intercambiabili sia in catalano che nell'italiano antico, ma il secondo molto vicino all'italiano “mortalità”, sinonimo di “epidemia”.

Una postilla meritano l'aggettivo “tachagno” e il nome “fideus” declinato al plurale che ricorrono nella lettera in cui il nostro mercante inveisce contro il figlio depravato.

Tomasin dedica ampio spazio a questi due elementi per cercare di appurare la direzione degli scambi interlinguistici, se dal catalano all'italiano o viceversa. Difficile da determinare, stante la somiglianza delle due lingue.

Comunque, se “tachagno” pare decisamente usato nel senso dello spagnolo “tacaňo”, ossia “meschino”, “abietto” più che in quello italiano di “spilorcio”, “avaro”, la freccia allora è indirizzata verso l'italiano. Il nome “fideus” invece pare provenire non dalla Catalogna, ma dall'Italia: si tratterebbe dei nostri “fidellini” (“fidei”), da “fili” e precisamente dalla base “filellini”, diminutivo con dissimilazione consonantica, da “l-l” a “d-l”.

 

Anche le tre storie che precedono quella di Bartol de Cavalls sono storie di contatto fra lingue romanze, e anch'esse riguardano essenzialmente l'ambito mercantile.

La notazione inaugurale, risalente al 1305, è un attergato di Guglielma Venier. Per “attergato” s'intende un breve appunto tracciato sul dorso (tergo) della pergamena a scopo mnemonico. La vedova Venier, riordinando i suoi documenti, scrive sul retro di una pergamena che “questa carta sén como mia mare recevé lo fito de Padoa daspoi qe mio paire morì”.

Ossia Guglielma ricorda a se stessa che il testo della cartapecora in questione riguarda gli affitti che sono stati pagati a sua madre dopo la morte del padre. Non ripercorreremo qui l'intricata questione di questi fitti, relativi a una proprietà terriera nel padovano della vedova Venier. Quello che conta è, tanto per dire, quel “paire”, che ci riporta subito all'ambito linguistico provenzale, mentre la “mare” è di chiara marca veneziana. La vedova in questione in effetti era di origine provenzale, de Niola o de Nioles da nubile, poi maritata Venier, nobilissima e antichissima famiglia di Venezia, dove appunto la donna risiedeva. E la breve nota che abbiamo appena letto si presenta come uno dei più precoci e curiosi episodi di bilinguismo e contatto linguistico extraletterario medievale. Così come assai singolare e insolito è che si tratti di una donna a redigere il testo. Paolo da Certaldo, mercante toscano del pieno Trecento, raccomandava di non alfabetizzare le ragazze, dato che “ non istà troppo bene a femina sapere leggere, se già non la volessi fare monaca”.

 

Eppure questa vedova “semicolta”, come dicono gli studiosi, sulla scia di Leo Spitzer, con la sua scrittura “posata” (con le lettere separate tra loro), par quasi prefigurare Christine de Pizan, considerata la prima scrittrice donna della storia, allorché rivendicava, contro gli imperanti misogini, le capacità del genere femminile: “[molte donne] rimaste vedove hanno saputo amministrare tutti i loro interessi, dopo la morte dei loro mariti, magnifica dimostrazione che una donna intelligente riesce a far tutto” (La cité des Dames, 1405).

L'attergato di Guglielma dà come il la al racconto di alcune storie di parole, provenzali naturalmente. E di come vengano recepite in ambito veneziano.

La parola “remembransa”, termine tipicamente occitanico e di larga diffusione letteraria (Giacomo da Lentini, Brunetto Latini) viene sottratta al suo alone poetico e ridotta a quello, assai più prosaico, di “promemoria” (un po' come la nota di Guglielma), in una richiesta di indennizzo, nel corso di un contenzioso con Marsiglia.

 

Ancor più sorprendente è il destino della locuzione “fin'amor” così caratterizzante per la poesia provenzale dei primi secoli. Ebbene in un documento del 1348 un debitore veneziano di nome Caterino Ghezzo si dice obbligato a una certa “madona Biatrise Lançuol” per cento ducati d'oro, “li qual dener ella me imprestà per fin amor”. In questo contesto la formula dei trovatori è adibita a qualificare il prestito a interesse dissimulato. Ossia: il prestito a interesse era vietato per motivi religiosi, ma la formula derivata dalla poesia provenzale stava a indicare con ogni probabilità accordi e tassi feneratizi, cioè in poche parole usura bella e buona!

Dove si va a cacciare la “fin'amor” degli antichi menestrelli!

 

È una storia di contenziosi mercanteschi anche la seconda raccontata da Tomasin. 

Si parte qui dal resoconto di un certo Pietro d'Alamanno, siciliano che si serve della “lingua sichiliana”, scrivano di bordo di un panfilo della compagnia di Raimondo Serraler, una delle più potenti dell'epoca. A metà febbraio 1355, in un punto della costa del mar egeo orientale, nei pressi della località detta “Torre dell'Armeno”, esso subì un atto di pirateria da parte di tre galee veneziane.

Il rapporto sull'aggressione patita fu inoltrato al tribunale di Rodi e a quello di Chio che ne fecero una copia. Poi ne fu fatta un'altra a Montpellier, sede della casa madre Serraler. Tutte queste copie andarono perdute, ma si conserva quella che ne fu fatta a Venezia e che è ora nel sesto volume dei Commemoriali, registri in cui si riunivano tutti quei documenti con gli stati esteri che non avevano i caratteri solenni dei patti, né delle leggi approvate dallo Stato, quindi lettere, dispacci, materiali relativi a dispute o accordi ecc.

 

 

Sono presenti sia la redazione tratta dal testo di Chio, sia quella tratta dal testo di Rodi.

Nonostante tutti questi passaggi e copiature plurime, il resoconto di Pietro d'Alemanno mantiene intatti i suoi evidenti tratti siciliani: “ditu”, “portu”, “dormiri”, “minari” ecc.

Che significa tutto ciò? Che importanza può avere? 

Notevole, perché dimostra che il livellamento linguistico automatico che si attribuisce di solito ai copisti, e che fa perdere i tratti della lingua di partenza per acquisire quella d'arrivo, è molto meno pronunciato di quel che si crede.

Si sa che la poesia italiana nacque in Sicilia alla corte di Federico II di Svevia e che quei testi, tranne uno, giunsero a noi non nella veste linguistica originaria, ma in quella toscanizzata dei manoscritti. Il destino riservato al testo del d'Alamanno sembra ben diverso. La sua facies siciliana è abbastanza ben conservata, né il provenzale o il francese vi hanno inciso in alcun modo, come avrebbe benissimo potuto succedere a Montpellier. Segno della significativa differenza di trattamento riservata a testi letterari e non.

La terza storia ci presenta il caso di un mercante di pellame, ebreo di Arles, Bondì de Iosef. 

 

La sua lettera del febbraio 1395 indirizzata a un agente della compagnia Datini di Prato, nella quel cerca di adeguarsi alla lingua del destinatario, è in realtà un italiano infarcito di provenzalismi, finanche nella fonetica, cfr. le grafie “melho”, “anhilina” (“agnellina”), “senhada”. Le forme italiane imperfette di questa lettera (“pelamo”, “meso”, “coma”) paiono indicare che egli sta riproducendo, sulla semplice base del ricordo, espressioni udite ma non lette, e quindi non verificabili con sicurezza.

Analizzando i vari testamenti di questo mercante e i libri che lascia legati, Tomasin ha modo di parlare della cosiddetta “Romània Judaica”, ossia di quelle particolari varianti di lingue romanze nate dal contatto con l'ebraico, come il giudeo-spagnolo, detto anche “ladino” (niente a che vedere con quello delle valli dolomitiche dell'Alto Adige) o il giudeo-italiano. Sono oggetto di controversie ancora aperte sulla loro reale consistenza. Anche perché romanisti digiuni di ebraico hanno costruito le loro interpretazioni sulla base di letture scorrette di testi ebraici fornite da semitisti, e, all'inverso, ebraisti non aggiornati sulle lingue romanze hanno formulato ipotesi superficiali.

Certo è che uno dei testi più belli della poesia del Duecento è l'Elegia giudeo-italiana (“La ienti de Sȉon plange e lutta...”), conservato da due manoscritti medievali in caratteri ebraici (allografia dell'italiano), dove il problema è dato dal fatto che in questa lingua, per semplificare, le vocali non vengono trascritte e bisogna ricostruirle.

 

Quanto al caso della Spagna, sembra un paradosso, ma fu proprio l'espulsione del 1492, causa della diaspora sefardita, che in realtà riunì gli sparsi componenti di questa parlata. Famiglie e ceppi provenienti da regioni linguisticamente varie della Spagna e del Portogallo si ritrovarono in Oriente, in Grecia, a Salonicco, per esempio.

Dal capitolo quinto in poi Tomasin allarga lo spettro della sua indagine e si occupa non più del contatto tra le varie lingue romanze fra loro, quanto del rapporto fra lingue romanze e germaniche.

Analizzando il testamento di una signora di York (tratto dalla raccolta Testamenta eboracensia) datato giovedì 15 maggio 1432, lo studioso ne rileva il sistematico trilinguismo: latino notarile, francese e inglese. Che va oltre la normale diglossia latino/volgare, tipica dell'epoca. A esser indicati in francese e in inglese sono soprattutto gli oggetti dell'uso: “coverlecte” (“copriletto”), “cofre” (“cofano”), “hascelwodd” (“schegge di legno per accendere il fuoco”). 

L'anglofrancese e il latino ben presto declineranno, lasciando però tracce indelebili nell'inglese, la lingua germanica più poderosamente innervata di elementi romanzi. E sarà forse anche questa sua natura ibrida, di confine, a garantirle la fortuna internazionale di cui gode ancor oggi.

L'Inghilterra sarà anche meta di quelle che Tomasin definisce lingue in fuga. Le lingue cioè di chi fugge le persecuzioni religiose.

 

Un caso particolarmente rappresentativo è quello della famiglia Florio, protestanti fiorentini scappati dall'Italia.

John Florio, uno dei letterati più celebri dell'epoca elisabettiana, sarà autore di un vocabolario italiano-inglese, la cui seconda edizione arricchita uscirà nel 1611, un anno prima di quello della Crusca; ma quanto più ricco, vario e variegato rispetto al canone cruscante! Quasi che l'eterodossia religiosa si riflettesse in quella linguistica.

Anche un testo tratto dai Manuali del piccolo consiglio della città di Friburgo, oggi in Svizzera, datato giovedì 20 luglio 1475 (storia sesta) colpisce per il suo impasto linguistico mescidato: latino della tradizione cancelleresca, francese misto di elementi franco-provenzali e tedesco dai marcati tratti alemannici (quello che si parla ancor oggi in Svizzera).

In questi registri spiccano inoltre i cosiddetti “tenori”, annotazioni preparatorie per lettere che devono essere poi redatte e inviate a vari soggetti.

Il “tenore” è sempre plurilingue, con la stessa miscela di latino, francese e tedesco; la lettera poi varierà a seconda del destinatario, francese se francese, tedesco se tedesco eccetera. (“Scribe a Berna et mittatur ei lez due lettres de Geneve... et quod mittant nobis le carnacier, daz er ze nacht hie sie”).

I linguisti dediti allo studio delle forme attuali del plurilinguismo elvetico hanno proposto convincenti paralleli tra l'assetto di questi antichi testi e le dinamiche della comunicazione parlata nei contesti della migrazione svizzera novecentesca.

Ogni storia è storia contemporanea, si diceva.

 

L'ultima storia è dedicata al musicista Orlando di Lasso. L'avvio è dato, al solito, da una sua lettera, datata 7 ottobre 1572, al duca di Baviera, Gugliemo V di Wittelsbach, ch'era il suo signore.

Il testo è di un vorticoso plurilinguismo, francese, italiano, latino, tedesco con occasionali inserti di spagnolo, ed è anche giocosamente volgare (“Ma pota del Gran Turco”... “Je parle come un couillon” “gardé bien la clef du con” ecc.).

Orlando di Lasso si spinge anche più in là della semplice giustapposizione parodistica o del mélange buffonesco e porta l'intersezione fra le lingue fino a spericolate combinazioni come questa; “ich bin aspettando il mio prudentissimo signore”, frase che pare sfidare i vincoli che la linguistica moderna ha tentato di imporre alla possibilità di mescolare lingue diverse nello stesso enunciato.

Il bello è che simili procedimenti non hanno luogo solo nella sua scrittura epistolare, ma anche nelle sue opere musicali, quelle profane soprattutto. In certe sue moresche si sono reperite persino tracce di lingue africane, come il kanuri o il mabire.

Qui allora cade opportuno menzionare il nome di Mozart. 

 

Nelle sue lettere si assiste spesso all'esplosione di crepitanti giochi plurilinguistici, e proprio a partire da una base italiana. Tomasin fa riferimento allo splendido saggio di Gianfranco Folena (il nome più citato di questo suo libro, se non ho visto male) sull'italiano di Mozart; Folena si dedicò, sempre nell'Italiano in Europa (1983), anche al francese di Goldoni e all'italiano di Voltaire.

Utilizzando uno spunto foleniano Tomasin passa in rassegna alcune composizioni mozartiane esattamente in linea con la tendenza dell'epistolario. Fino al quartetto del 1789 che inizia con il bilingue “Caro mio, Druck und Schluck”.

Un volume, questo di Lorenzo Tomasin, che può avere una valenza anche latamente (o stringentemente) politica. Salutare antidoto, in un'epoca di sovranismi e localismi, a ogni stolida forma di autismo culturale.

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