Lettere e telegrammi dal Viet-Nam

Saigon, 25 febbraio [1967]

 

Coca mia,

speriamo che questa lettera ti arrivi: la consegno a un fotografo francese che parte oggi e sarà domani a Nizza. Da dove la spedirà.

Le tue due lettere mi hanno fatto molto piacere, così mi fai compagnia in questa città strana e quasi surreale per la sua (apparente) lontananza dalla guerra. Non badare a Bocca. È stato qui due giorni e l’ambasciatore mi dice che, come prima cosa, era lui che voleva insegnare all’ambasciatore come vanno le cose qui.

La guerra si sente soltanto la notte quando i cannoni fanno tremare i vetri. Sparano a 15-20 chilometri di distanza dalla città.

Ti prego di darmi conferma se hai spedito quelle cose a Phnom Penh e ti prego anche di un altro favore. Il letterato locale che mi fa da guida paga tutto lui e mi mette in imbarazzo. Gli piacerebbe avere delle cravatte. Vai dunque in piazza di Spagna o dove vuoi e compera sei cravatte, a pallini o a disegni, blu o nere, ma di quelle sottili tipo americano e foulard di seta. Più strette possibile, comunque scegli tu.

A lui piacerebbero nere a pallini bianchi, in ogni caso fai una scelta di sei e le spedisci, via aerea, qui. Per sdebitarmi non posso fare altro.

Il lavoro di informazione procede abbastanza bene, salvo che siamo nella condizione assurda e ridicola che il governo nega l’esistenza della prostituzione e il Vietnam risulta un paese proibizionista!!!!! Quando esistono 400.000 puttane in tutto il paese e, ufficialmente riconosciuti, più di 12.000 casini, in una città di due milioni di abitanti!!!

 

Stamattina ho visitato un orfanotrofio. Prendere una bambina è abbastanza facile. Ne ho vista stamattina una bellissima e dolcissima, ma era idiota. I bambini sembravano cani, nonostante fosse un orfanatrofio tenuto da suore. Sporchissimi, molti pieni di merda e di sangue che usciva dal sesso, non so perché. Bisogna stare molto attenti dal punto di vista dalla salute perché molti di questi sono sifilitici ecc.

L’umanità è animalesca e ancora una volta Darwin ha ragione.

Lavoro molto, anche per forzare la lentezza degli indigeni miei informatori e spendo anche per forzarli. Non ne vogliono sapere di parlare di prostituzione, sono fieri, orgogliosi e bugiardi da non dire. Le donne sono come tu sai, molto belle, ma con occhi durissimi, e sono le padrone del paese. Non vedono che denaro e gioielli. Sono tremende e comandano dappertutto. Sono il padrone dell’albergo e il vero padrone, un ragazzo meticcio che ha sempre vissuto in Francia e ha la mania del cinema è a mia disposizione. Purtroppo non sa fotografare.

 

Gli americani vivono per conto loro e la cosa che più colpisce e da cui la prostituzione fiorisce è la corruzione governativa. Il denaro ha qui il suo massimo e religioso valore ecc. ecc., come volevasi dimostrare. Ciao coca mia, aspetto allora conferma delle due spedizioni. È uscito il libretto? Osserva anche la pubblicità se ne faranno; speriamo non approfittino della mia assenza per fare gli avari.

Tanti baci e carezze notturni.

 

Goffredo

 

 

 

Saigon 12 marzo [1967]

 

Coca mia,

questa lettera parte insieme all’articolo che ho finalmente concluso e spero vada bene. Le difficoltà iniziali erano dovute alla misura (24 pagine) a cui non sono abituato.

Ho ricevuto tutto e dispensato con grandi ringraziamenti. Ho ricevuto anche l’articolo di Moravia che è esattissimo. Oggi non la penso più così perché ho trovato la mia coca, ne scriverò uno di differente. Bisogna contraddirsi.

Giovedì, se non capita qualcosa di nuovo, partirò per P.P. e spero di essere accontentato dai mandarini. Se non sarà così tornerò a Saigon e andrò un po’ in giro perché non mi sono mai mosso. Da una settimana sono chiuso in albergo.

Dimmi qualcosa della tua mostra come è andata eccetera. Non ti preoccupare di vendere i quadri, l’importante è farli vedere il più possibile. E invita Angelo Rizzoli junior, che ne comprerà certamente uno.

Siccome ho avuto molto da fare mi sembra di essere partito ieri. Ho girato come una trottola e materiale ce n’era per un libro, la difficoltà stava nel costringere questo materiale e al tempo stesso nel non fare del reportage eccessivamente giornalistico, cioè dati enunciazioni, eccetera, insomma superficialità. L’importante è dare sempre l’odore, il sapore delle cose; e questo è dato magari da poche righe e da pochi particolari.

Staremo a vedere se ho scelto quelli giusti. Credo di sì.

Sono stanco di scrivere a macchina, ho scritto 80 pagine per sceglierne 24, la mia solita mania di essere troppo scrupoloso con chi mi paga.

Ti vedo a Milano, non più corteggiata (toh!!!) dall’Olivetti, ma da altri ancora più ricchi. Ciao coca mia, ni hao

 

Goffredo

 

 

Phnom-Penh, 21 marzo [1967]

 

Coca mia,

spero che questa lettera ti arrivi: la consegno a un giovane, bello e ricco milanese che parte ora per Parigi.

Lavoro sempre. Parte anche, con questa lettera, il ritratto di Westmoreland.

Non ho progetti precisi: la risposta da Hanoi non è ancora arrivata, dunque aspetto qui; domani o dopo andrò alla frontiera, a due chilometri dalla operazione Junction City, ancora inutilmente in corso. Ho preso contatti col Fronte di Liberazione ma non ci sono speranze. Nemmeno Burchett ci va. Per Hanoi ha fatto di tutto e lui dice che è sicuro, ma non sono cosi certo. Sono della gente incredibile: mi dicono (i viet) che quando anche gli americani se ne andassero, la guerra non sarebbe affatto finita, perché la presa del potere sarebbe una carneficina. Infatti il fronte è composto da ben 32 organizzazioni politiche, tutte nazionaliste, ma con sfumature diverse, che ora sono sfumature, domani possono diventare delitti politici, attentati e via dicendo. Se i cinesi sono un popolo collettivo questi sono i peggiori individualisti che io abbia mai visto e conosciuto.

In ogni caso insomma resterò qui fino al lunedì prossimo, almeno. Poi ripartirò per Saigon (Continental) e girerò un poco in Vietnam. Per poi tornare qui se ci sarà risposta positiva. Non mollo, mi conosci.

Ho avuto tutto coca mia, grazie, delle lettere e di tutto, delle lettere sopratutto che mi fanno molto piacere. Ho tanta voglia di stare con la mia Josephine, come il pauvre Napoleon. Spero che a Milano avrai accoglienze clamorose coca mia e spero anche che mi scrivi sempre.

Saluta tanto Nico, ti ho comprato un paio di sampot (sarong) di seta e sceglierai quelli che ti piacciono. Ho preso anche per Letizia snobbona il vestito vietcong. Voglio vedere se lo mette. Cosa vuoi coca mia? Un milione come Bonaventura? Il mio cuore? Tanti baci? Ma se ti do tutto!!!

 

Goffredo

 

 

 

 

Phnom-Penh, 25 marzo 1967

 

Coca mia, che bella sorpresa mi avresti fatto, pensa che ho parlato con Parigi subito ma da Parigi non funzionava la linea con Milano. È incredibile.

Eugenio, che ha ricevuto l’articolo su Westmoreland non è contento e mi ha detto di riscriverlo in modo impersonale. L’ho visto per miracolo, per cinque minuti (non riceve mai nessuno), e ovviamente ho dovuto arrangiarmi. L’articolo era ottimo, ma personalissimo. È naturale che io non posso essere impersonale e che dò una mia interpretazione dell’uomo. Ma lui ha ragione: saltava fuori un meraviglioso uomo macchina oggetto, un vero prodotto dell’industria bellica americana, quale è. Se poi le cose che ha detto non sono interessanti, lui le ha dette e io le ho trascritte parola per parola. Una importante rivista americana l’ha già chiesto (attraverso un suo inviato che ho incontrato qui). Il fatto è che quando si manda in giro me bisogna pensare che non si manda in giro un giornalista di mestiere, ma uno che guarda coi suoi occhi prima che con quelli del giornale.

Sono qui da dieci giorni e non ho combinato un fico secco. Hanoi bisogna aspettare, Burchett ha fatto di tutto, ma ti racconterò, il poveretto è ridotto a fare l’impiegato turistico di Hanoi, dopo quanto ha fatto per loro). Ieri sono stato con lui alla frontiera di Tay Ninh, una stancata spaventosa di 600 chilometri attraverso piste, a venti chilometri bombardavano. Ma io non ne ho ricavato nulla.

Forse riesco ad avere un visto di transito per Pechino, ma solo di transito, vale a dire di pochi giorni. Nel qual caso dovrò comperare un nuovo biglietto di ritorno via Mosca Praga. Vedrò. Vorrei però tornare a Saigon e partirò il 27 o 28, starò una decina di giorni ancora, se non sono costretto a partire subito per la Cina. Vorrei fare l’uno e l’altro.

 

I vietcong, che ho incontrato qui, sono burocratizzati peggio dei cinesi. Tutte le notizie che mi hanno dato sono uno stemma del F.N.L., e alcuni comunicati che si ripetono all’infinito. Si sono rifiutati di raccontarmi la loro vita (anche i 5 anni passati nella giungla) «per questioni di principio».

Questo viaggio è un po’ un buco nell’acqua. Ho fatto il possibile, ma non si conclude niente. Aggiungi che il lavoro all’estero, cioè a botta calda, non fa molto per me, in quanto devo lasciar depositare un po’ tutto il materiale-vita e poi scriverlo. Ad ogni modo non è ancora finita.

Per Hanoi Burchett si è impegnato e in ogni caso mi telegraferà in Italia quando sarà il momento opportuno, col visto già pronto. È già moltissimo perché non ci va nessuno, salvo uno stuolo di delegazioni già fissate in anticipo che passano ogni giorno di qui, delegazioni di partito e di vari professionisti (medici, avvocati, ingegneri ecc. di partito). Ho incontrato un fisico italiano, certo Cini, che lavora a Roma all’Università, snob politico anche quello ma brava persona. E una avvocatessa francese che per parlare di Edgar Faure o Mendès France diceva Edgar e Pierre. Siccome ho detto che le donne hanno molto istinto si è offesa subito come Dacia. Poi ho saputo che era algerina e ho capito tutto.

Coca mia, ti scrivo perché non ho niente da fare e penso che ti faccia piacere ricevere alcune novità. Ho ricevuto qui un’altra lettera tua del giorno 8 marzo, speditami da Saigon (ormai ho una organizzazione) e mi piacerebbe tanto che tu fossi qui con me.

Credo di non avere proprio altro da raccontarti se non che ho molta voglia di te, detta così, di brutto, e con molte scuse per la brutalità appunto. Qui non mancano belle ragazze ma purtroppo tu mi hai per così dire stregato con questa storia del doppio accordo. Le mie duecento botte sono assai lontane a appartengono ad altri tempi. Inoltre se si vuole possedere di una donna qualcosa di più, oltre le belle fattezze, questi non sono proprio i paesi: sono bellissime, ma la cultura, il pensiero non le ha nemmeno sfiorate. Pensa a un magnifico ananas, quali sentimenti prova?

 

Se mi scoccio troppo, come può accadere, arriverò forse prima di questa lettera. Ma penso alla noia di Roma. Quali legami e desideri ho, oltre te? Ciao coca mia, spero, di ricevere tue notizie sulla mostra. Spero sia andata bene. Domani, mi pare, è pasqua, e lunedì pasquetta, come si dice da noi: andavo da bambino ai castelli di Giulietta e Romeo a mangiare uova sode e la prima insalata. Ma ci andavo o no?

Sono passate tante cose. Spero che il libro vada bene e che sia uscita l’intervista sull’Europeo. (Ma non importa molto, a dire il vero.) 

 

Goffredo

 

 

Dong Ha, 29 marzo [1967]

 

Coca mia,

ti scrivo dall’estremo margine del Vietnam, cioè a otto chilometri dal confine col Nord: ma per quanto si giri vietcong e nordvietnamiti rimangono un mistero. Sono nell’ultimo campo Americano, domani andrò in pattuglia. I cannoni sparano lontano, insomma la guerra c’è forse ma non si vede. Stasera (sono le otto e mezzo) dormirò qui in una baracca militare, ieri sera ho dormito a Da Nang. Scusami se tardo a tornare ma mi interessa troppo. Sono due mondi opposti che cozzano uno contro l’altro in tutti i sensi. Ti racconterò. Non so esattamente quando torno, perché qualcosa vorrei vedere giacché ci sono. Andrò a Pleiku, a Gio Linh, a Tay Ninh e nel Delta. Forse anche a Chu Lai. Tutti questi nomi naturalmente non ti dicono niente come è giusto. Fa molto caldo, ci sono molte zanzare, americani buoni e fanciulloni, uno di questi mi ha fatto un ottimo massaggio alla schiena, non potevo camminare, e ora sto bene.

Penso qualche volta alla vita di Roma, e sono molto contento di essere qui ma mi manca molto la mia coca che vorrei a Saigon dove la raggiungerei tra qualche giorno. Pensi che si possa fare, dal momento che

questo è indubbiamente il luogo più interessante al mondo? 

 

Naturalmente non scrivo nulla, farò qualcosa al mio ritorno. Ma penso seriamente di restarci e farti venire giù un po’, se ne hai voglia, oppure di tornare insieme: insomma qui non mi annoio, almeno por ora. Che strana guerra che non si vede: gli americani scherzano come al solito ma essere nel cuore del popolo dei villaggi. Ieri sera a Da Nang c’era una grande luna arancione sul fiume, al mattino la stessa luna aveva cambiato colore, era rosa caramella, ma era il sole: il fiume, le giunche, le reti da pesca erano avvolte in una vaga nebbia (nebbia cinese) e tutto ciò era lento e bello, quasi immobile e fissato definitivamente dalla natura. Molte cose passavano in secondo ordine, la contemplazione valeva assai più dell’azione perché quei luoghi erano fatti per questo.

Spero che questa lettera ti arrivi, in ogni caso ti arriverà quando sarò già tornato a Saigon e tu non avrai nessun pensiero e preoccupazione. Dì per piacere a Eugenio che non si preoccupi per le spese, oltre il limite deciso insieme sono qui a mie spese. Non voglio avere limiti giornalistici alla contemplazione, gli articoli verranno dopo.

 

Ciao coca mia, il tuo bonaparte in divisa militare non sta male.

 

Goffredo

 

Questa sera all'Istituto italiano di cultura di Londra presentazione del volume Riga dedicato a Goffredo Parise, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa: 540 pagine, testi e saggi inediti (Marcos y Marcos, Milano 2016). Pubblichiamo alcune delle lettere contenute nel volume.

© Giosetta Fioroni

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