L’isteria è araba fenice

È la fede degli amanti come l’araba fenice:

che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa. 

Pietro Metastasio (1698-1782) 

 

Che fine ha fatto l’isteria? Lo chiedeva Gabriela Gaspari in un saggio scritto da nel 1991, apparso in un volume a cura di Marisa Malagoli Togliatti e Umberta Telfener, per Bollati: Dall’individuo al sistema. Quelli erano giorni, tra gli anni Settanta e Novanta, in cui la psichiatria praticava una certa “pulizia linguistica” del politicamente corretto. E poiché si pensava che “isteria” venisse da “utero”, e veniva attribuita alle donne, bisognava cambiarle il nome. Paradossalmente questa pulizia produsse una proliferazione terminologica variegata, composta da dissociazioni, finzioni, conversioni, istrionismi, derealizzazioni, personalità multiple. Una vera e propria esplosione isterica. L’isteria è come quella pianta che il giardiniere cerca di debellare; più la debella, e più si riproduce. 

 

In realtà, si tratta di un termine scientifico. Hysteron, isteresi, fu introdotto dal fisico Scozzese James Alfred Ewing (1855-1935) per spiegare la teoria dei sistemi dinamici in fisica: un sistema reagisce in ritardo rispetto ai suoi input immediati perché dipende dal contesto in cui il sistema si trova prima del momento presente. Il fenomeno isterico smentisce la teoria lineare dell’informazione, non si dà una quantità definita da trasmettere da un emittente a un ricevente, e non si tratta solo di dispersione durante il processo di trasmissione, si tratta del grado di perturbazione di un sistema prima della trasmissione, impresa singolare, incalcolabile fuori da un laboratorio che riduce le variabili. 

Un tentativo di coniugare fisica e psicologia risale a Franz Anton Mesmer (1734-1815), l’inventore del magnetismo animale. Se il magnetismo animale fosse stato confermato, la psicologia si sarebbe sciolta nella fisica. Invece si distingue il magnetismo, fenomeno materiale generato da un campo magnetico, dalla suggestione, fenomeno psichico generato dall’induzione ipnotica. Solo che, se il modo di funzionare del magnetismo in fisica ha prodotto buona parte della moderna tecnologia, il modo di funzionare della suggestione in psicologia ha prodotto ben poco, quasi nulla e, dove ha prodotto qualcosa, ha prodotto tecniche di controllo e di potere. La fisica somiglia in modo straordinario alla psicoanalisi, tuttavia i risultati sono opposti. Tanto un fisico si libra nel magnetismo, quanto uno psicologo si imprigiona nella suggestione.

 

 

Vediamo da dove viene davvero l’isteria, cerchiamo di scovarla. Hysteresis significa dunque ritardo, bisogno, mancanza: qualcosa che si manifesta qui e ora, ma si mostra dopo. L’isteria è nata prima di essere concepita, hysteron proteron. Con George Steiner potremmo chiamarla “vera presenza”, ha il dono dell’invisibilità, le sue premesse vengono dopo, una causalità invertita. 

Chi ne soffre mette a dura prova il sistema sanitario che cerca dappertutto le origini organiche di un male psichico, un dolore che si muove dentro al corpo come un piccolo animale; organo che si dissocia dall’organismo. Come sostengono Ippocrate e Platone: sale, producendo il bolo isterico, scende, producendo le coliche, risale alle orecchie, ed ecco gli acufeni, poi giù per le gambe, ed ecco paralisi e piedi torti, poi le cecità, le gravidanze, le dermatosi e le dermatiti. Diversamente dall’ipocondria, non produce alcuna preoccupazione o angoscia: la bella indifferenza. 

In questo senso l’isteria non ha nulla a che fare col rancore e col risentimento di chi manda giù rospi, o si rode il fegato, fino a sviluppare una malattia reale, fisica. Quest’ultimo vive di repressione; quando è in terapia lamenta i propri gesti di sottomissione, le proprie frustrazioni lungo l’arco della vita, le porcherie che ha dovuto fare per la carriera, per alimentare il suo narcisismo. Al contrario, l’isteria vive nella rimozione. Lo schema però è interessante perché non riguarda l’utero come organo di un corpo, riguarda qualcosa che accade ora e si manifesta dopo, ripeto: ritardo, mancanza, bisogno. Come noto, il primo Freud designa nell’isteria la reazione a un trauma sessuale infantile rimosso, che riemerge, in età adulta, nella forma di un sintomo del corpo, una memoria muta, dolorosa. Sintomo, cioè: formazione reattiva. Poi però cambia opinione, sposta l’attenzione verso il desiderio incestuoso. 

 

Sergio Benvenuto, in Leggere Freud – uscito da poco per Orthotes – dedica quasi un terzo del testo all’isteria, l’autore tratta il pensiero di Freud attraverso uno sguardo fresco e innovativo, finalmente non è la solita solfa scolastica e gergale. Essendomi occupato a lungo di isteria, sul piano clinico e della scrittura, ho trovato in questa lettura freudiana un modo di trattare il fenomeno isterico del tutto originale. A un certo punto si legge: “…il bisogno di avere un desiderio insoddisfatto è il tratto patognomico – o dovremmo dire meglio psicognomico – dell’isteria”. Si gioca qui, in modo ineccepibile, sulla relazione tra bisogni e desideri, che non sono la stessa cosa. Il bisogno sta sul versante marxiano, richiama una “teoria dei bisogni”; la materialità di un’esistenza esterna: l’alienazione è una quantità di valore espropriato, coinvolge il corpo e i suoi rapporti con la dimensione sociale. Il desiderio sta sul versante freudiano, ha un che di evanescente, non ha un correlato esterno tangibile, descrivibile, definito. In qualche maniera, il desiderio non può mai essere soddisfatto, sta sempre al lavoro, ma non produce nulla. 

 

 

Analizziamo le parole di Benvenuto da vicino: “Il bisogno” - che designa qualcosa di trascendente: “ho bisogno di un cioccolatino” – “di avere un desiderio” – che designa un piano di immanenza, un divenire – è destinato a restare “insoddisfatto”. Il desiderio non compie mai il tragitto fino in fondo. Ma cosa accade se si tocca il fondo? In un mio testo di una dozzina di anni fa, Anoressia e isteria, per Cortina, proponevo una lettura dell’anoressia isterica come “desiderio del desiderio” dell’altro. L’anoressica ha un tratto isterico radicale: si presenta sulla soglia del supermercato e gli astanti non riescono a toglierle lo sguardo di dosso, atterriti da quello scheletro che deambula nel luogo dei bisogni opulenti. Questa la forma post-moderna del folle al mercato: desidera il desiderio del nulla, come nel monologo che segue la morte di Lady Macbeth: “spegniti breve candela! La vita non è che un’ombra deambulante… il racconto di un idiota… significante nulla” (“out out, breif candle! Life is but a walking shadow… It is a tale, told by an idiot…Signifing nothing”). 

Tuttavia Benvenuto aggiunge una frase essenziale. Scrive: “Avere bisogno di amori impossibili”. Qui l’autore descrive il tratto chiave dell’isteria, che si esprime così: per ogni persona, se questa persona non mi corrisponde, allora l’amo e per ogni persona, se questa persona mi corrisponde, allora non l’amo, tertium non datur

 

Fin qui siamo al tratto patognomico decisivo di ogni esperienza isterica: le mie pene d’amore risultano collegate in modo armonico e riflessivo alle pene d’amore altrui, godrò nella pena o nella punizione. Ma che accade quando queste “mancanze costitutive” dell’isteria vengono scompaginate? Quando si ritorna alla fisica dei sistemi dinamici, la si ricolloca nell’ambito dei rapporti psichici e la si lancia in un flusso che prevede una fisiologia del “terzo incluso” – devo questa espressione ad Antonello Sciacchitano – in cui l’amore si libra al di fuori del minuetto “amo chi non m’ama, non amo chi m’ama”; allora questo imperativo dell’inconscio si trasforma da o/o in e/e: “amo chi m’ama e chi non m’ama”: eterno femminino, disposizione.

 

Mi pare che la ripubblicazione del libro della filosofa Angela Putino Amiche mie isteriche – dopo vent’anni, a undici anni dalla sua scomparsa, da parte di Cronopio – rimetta in campo questo flusso dell’isteria. L’isteria è l’unica patologia che fa lavorare i sintomi per produrre linee di fuga, flussi e derivazioni linguistiche, trasformazioni gioiose stupefacenti. La scrittura di Putino è come una cascata espressiva: “Differenze per annessioni e dislocamenti, ambienti che si associano, forniscono nuove sorgenti di energia, e fanno aumentare i materiali che possono essere presi nella trasformazione e passare in zone intermedie. La differenza è la messa in gioco del molteplice” (p.20-21), e ancora: “Collettività di uccelli, colonie di tartarughe e di animali disseminate in ambienti varii. Tutto sembra trasformarsi: velocità, distribuzioni, differenze. Una popolazione entra in maniera sparsa nelle molte isolette delle Galapagos, e suddivide l’ambiente nella misura in cui prende forme divergenti.” Insomma, Putino va letta. Non trova esegesi o riflessione critica; quel testo, sollecitato, produce solo nuove linee di derivazione, purché si raggiunga quella rapidità e immediatezza, così nello scrivere, come nel leggere. Ne consegue che l’isteria – presente in Isadora Duncan, Molly Bloom, Orlando, Zelig, Alberto Saporito e il cacciatore nella segale – è variazione di potenza e ricostruirà l’esistenza di un Mondo a venire. Allora, il lascito culturale di Angela Putino ci verrà, almeno in parte, restituito.

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