Mariana Enriquez, La nostra parte della notte

Nel suo saggio del 1975, Appunti sul gotico rioplatense (“Notas sobre el gótico en el Río de la Plata”), Julio Cortazar raccoglie una serie di considerazioni sulla possibilità che questo “genere” letterario, importato da altre latitudini e altri momenti storici, abbia trovato nel cono sur un terreno fertile dove germogliare e diffondersi secondo modalità peculiari. Il celebre autore del fantastico argentino non poteva certamente immaginare che, quarantacinque anni più tardi, queste riflessioni potessero trovare brillante compimento in quella che potremmo già definire una delle opere-mondo della letteratura ispanoamericana: Nuestra parte de noche, l’ultimo romanzo di Mariana Enríquez, uscito quest’anno per i tipi di Anagrama e vincitore del prestigioso premio Herralde. Attraverso le vicende di Juan e suo figlio Gaspar, l’autrice argentina ci accompagna in uno spazio tenebroso, le cui trame sono governate da una società segreta ed elitaria (l’Ordine), devota a un dio oscuro e indecifrabile. Juan, l’unico medium capace di invocare questa vorace entità, tenta disperatamente di contattare lo spirito della moglie, morta in circostanze sospette; allo stesso tempo, lotta affinché l’Ordine non possa servirsi del corpo di Gaspar, individuato dalla setta come possibile futuro medium.

 

La narrazione si muove tra le “molte profondità di verde” della selva al confine con il Paraguay, il precario equilibrio di una Buenos Aires negli anni 80, i vicoli uggiosi e gli eccessi della Londra degli anni 70. Ma non manca il topos della casa abbandonata, infestata, e nemmeno quello dello spazio “soprannaturale”, al di là di ciò che è conosciuto, restituiti con singolarità e una forte connotazione locale. L’immaginario e le atmosfere del racconto e del grande cinema horror ricorrono costantemente nel testo, che non si fa mancare passaggi spietati la cui crudità a tratti ammicca a un’estetica splatter, senza per questo eccedere. Tuttavia, l’atmosfera sinistra che attraversa il romanzo è costruita in grande parte dalle numerose suggestioni esoteriche, e soprattutto dal recupero dell'elemento perturbante della religione e della cultura popolare, attingendo talvolta dal potenziale simbolico di un ricco repertorio folklorico che viene riproposto nei suoi aspetti più sinistri. Santeria, feticci, culti guaraní e statuette di San La Muerte incontrano le figure dei Tarocchi, simboli della stregoneria medievale, leggende irlandesi e miti greci: nell’accostamento tra motivi e simboli (accuratamente ricercati, quasi con passione antropologica) di tradizioni culturali ed esoteriche di tutto il mondo, la cifra locale dialoga con il globale e scavalca i confini nazionali. In un certo senso, l’America Latina torna quindi ad essere un territorio “magico”, ma in un’espressione radicalmente dissimile da quella del boom degli anni sessanta e distante da qualsiasi potenziale esotismo. Ne è un esempio il ricordo della tragica morte di Omaira Sánchez, nel 1985 in Colombia, a causa dell’eruzione del vulcano Nevado del Ruiz – i tentativi di salvare la bambina imprigionata nel fango si rivelarono inutili; l’agonia di Omayra durò tre giorni, nei quali non smise di essere ripresa, e morì di fronte alle telecamere di giornalisti provenienti da tutto il mondo. Un episodio di cronaca tristemente reale entrato nella cultura di massa latinoamericana, e già riportato in letteratura, che viene narrato nel testo senza pietismi, ma nei suoi aspetti più grotteschi e macabri (“hemos tenido que pedirle muy poco a la imaginación”, direbbe García Márquez). 

 


Il fantasma di Omaira popola i sogni dei giovani protagonisti, ma non è di certo il solo. Nuestra parte de noche, pur essendo una storia “fantastica”, non perde mai di vista l’origine storica, “reale”, dell’orrore insondabile che si nasconde tra le sue pagine; gli spettri della dittatura affiorano dalla zona del rimosso, le violenze e le disuguaglianze sociali di eredità coloniale infestano le vicende del romanzo, mantenendosi però distanti, sullo sfondo, come a voler rievocare, di tanto in tanto, lo scomodo fardello dell’irrisolto, i bordi di una ferita collettiva che stentano a cicatrizzare. Questi riferimenti intermittenti e in un certo senso distanti – ma mai opachi – alla realtà sociale latinoamericana (certamente opposti alle modalità della letteratura realista e testimoniale) sono solo alcuni degli elementi che avvicinano il libro ad un’altra, immensa (non solo metaforicamente) opera della letteratura ispanoamericana: stiamo parlando, ovviamente, di 2666 di Roberto Bolaño. Non sono pochi i richiami, anche se sottili, all’immaginario letterario del grande scrittore cileno (il simbolismo dell’occhio e della palpebra, l’intertestualità tra le proprie opere) ma certamente ciò che accomuna questi due romanzi è proprio l’esortazione a scendere nel baratro, a mantenere lo sguardo aperto sull’abisso della violenza, a riconoscerne le responsabilità storiche. D’altronde, non potremmo individuare, nella truce entità soprannaturale che chiamano l’Oscurità, la stessa, inafferrabile essenza che si cela dietro le atrocità di Santa Teresa? Potremmo scorgere, in questo dio vorace e folle, “il segreto del mondo” (Roberto Bolaño, 2666), nascosto ma sempre latente? 

 

Nuestra parte de noche è un grande romanzo che certamente si inserisce all’interno di un fermento più ampio e transnazionale, quello dell’emergere di un nuovo tipo  di racconto fantastico, o new weird, che annovera scrittrici e scrittori latinoamericani come Samanta Schweblin, Federico Falco, Liliana Colanzi, Valeria Luiselli, Luciano Lamberti. Allo stesso tempo, quest’ultimo romanzo di Enriquez, tra i primi ad inaugurare questo peculiare ritorno al fantastico, non può che distinguersi per la sua singolarità. Certamente è un testo che sfugge alle categorizzazioni e abita uno spazio intermedio tra (folk) horror, fantastico, gotico; ma è anche, in fin dei conti, un appassionante romanzo di formazione e una cupa saga familiare. Per di più, la scrittura non si sottrae al dialogo con i maestri del fantastico ispano-americano o del racconto gotico e weird di tradizione anglofona; lo testimoniano, tra tanti, le epigrafi di Bioy Casares, le citazioni di Borges e Bram Stoker, i riferimenti a La mano sinistra delle tenebre di Ursula Le Guin. Nonostante l’esplicita influenza del gotico anglosassone, tuttavia, ci troviamo di fronte ad un romanzo profondamente latinoamericano: Mariana Enriquez dichiara ancora una volta la possibilità di scrivere questo tipo di letteratura lontano dai luoghi storicamente centrali di creazione del genere, senza assumere passivamente canoni altrui, ma digerendo una tradizione per proporre una narrativa propria e culturalmente connotata.

 

In ultima istanza, Nuestra parte de noche è soprattutto una narrazione avvincente e ben costruita, estremamente godibile durante tutte le sue 667 pagine, nutrite di suggestioni, immagini cinematografiche e una colonna sonora fatta di rock anni 70. I suoi vividi personaggi – che al termine della lettura sembrerà di conoscere come persone reali – continuano a rincorrersi, cercando di sfuggire ad un potere che non promette salvezza. L’unica, debole via d’uscita sembra essere, ancora una volta, abitare i confini: la condizione liminare e precaria dell’abietto, dell’orfano, del corpo malato, della sessualità fluida – che rappresentano, per l’insieme di vite “normative” e per l’ordine disciplinante a cui rispondono, un vero e proprio incubo, entità inquietanti da allontanare perché portatrici di una destabilizzante, minacciosa diversità – si rivela come sostanza embrionale sovversiva, che consente di sfuggire alle imposizioni identitarie e alle appropriazioni di stampo neocoloniale. Ed è forse in questo nucleo di indistinzione che si radica il coraggio di scendere in fondo all’abisso per inseguire ciò che si cerca, la tenace volontà – di Juan prima, e di Gaspar poi – di resistere; di continuare a cercare, attraversando l’orrore, la propria, seconda possibilità sulla terra.

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