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Mario Cresci. L’arte del segno

L’arte di Mario Cresci è circolare, fedele a se stessa, con un’anima che fonde magistralmente la tecnica al vissuto e all’umano. Pur continuando a evolversi, a farsi linguaggio del Tempo (hic et nunc), in essa si scorgono sempre le sue origini, rimanendo onesta e contemporanea. Risultato di un’approfondita ricerca e aggiornamento costante il lavoro di Cresci attinge dal mondo visuale senza distinzioni: dalla fotografia alla grafica, dal design alla scultura, dal video alla performance, lavorando da dentro all’immagine senza cercare di comporla. Come dice in una recente intervista: “Amo la fotografia, ma non fino al punto di farne un unicum”. Oltre a un linguaggio visivo che si arricchiva di anno in anno, di esperienza in esperienza – ricordiamo la sua serie Geometria non euclidea del 1964 – Cresci aggiunse al suo processo artistico una certa matericità concettuale e primordialità grazie a ricerche e progetti intrapresi nel sud Italia, inizialmente in Basilicata, a Tricarico nel 1967. A quel periodo - in cui la sua fotografia era alla ricerca dell’individuo, dei suoi riti e dei suoi modi di vivere, leggendo De Martino e il poeta e scrittore lucano Rocco Scotellaro – sono riconducibili immagini come Interni mossi del 1967 e la serie Ritratti reali del 1972. La ricerca sul territorio, il rapporto diretto con le persone e soprattutto con le loro storie, l’approccio antropologico, il rapporto non verbale, l’ascoltare le tradizioni e i costumi altrui sapendoli riprodurre con una voce autentica e viscerale: questo grande, immenso tassello di esperienza vissuta sul campo fece chiudere il suo cerchio artistico da cui Cresci attinge, ora, la materia per creare sempre qualcosa di nuovo.

 

Mario Cresci, Analogie e memoria, 1980.

 

Da questo inesauribile serbatoio sono nate le due mostre che Roma gli ha dedicato quest’anno: L’oro del tempo, a cura di Francesca Fabiani, all’ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – risultato della residenza che ogni anno l’Istituto apre ad un artista per dialogare con il proprio archivio fotografico e Combinazioni provvisorie, con testo critico di Mauro Zanchi, alla galleria Matèria.
In entrambe le esposizioni Cresci attinge dalle origini del suo sentimento artistico, da Matèria lo fa nel vero senso della parola tirando fuori dal suo archivio un lavoro mai esposto prima, Analogie e memoria del 1980 e Cronistorie del 1970; mentre all’ICCD è la sua passione per la grafica, per il linguaggio digitale della postproduzione che lo trascina in un nuovo progetto artistico in dialogo con l’archivio di Mario Nunes Vais e una serie di fotografie di statuaria appartenenti a diverse collezioni pubbliche romane facenti parte dell’archivio del Gabinetto Fotografico Nazionale. 


Analogie e memorie è il cosiddetto “lavoro nel cassetto” di Mario Cresci. A Matera tra la fine degli anni ’70 e inizi ’80 aveva messo insieme svariato materiale iconografico: disegni, segni, appunti, scritti di diversa natura, immagini proprie e di altri autori, collage, manifesti, tavolette di argilla. Tutto a livello embrionale. Aveva poi fotocopiato il tutto e ci aveva messo mano trasformandone forma e contenuto, disegnandoci sopra, scrivendoci, dipingendoci, rendendo l’intervento sulle fotocopie un originale, l’opera d’arte.
Aveva poi allestito tutto questo materiale come un menabò di un libro-giornale di grande formato, conferendo all’allestimento una resa appositamente anonima e semplice. La valenza di “bozza”, di “idea”, di “gesto”, doveva avere risalto su tutto, sia nel suo contenuto che nella sua forma. Allora era stato pensato come un libro, ma ora, nel 2020, alla galleria Matèria, è stato esposto a muro, probabilmente per la flessibilità mentale che un artista deve avere come voce del tempo in cui vive.

 

Mario Cresci, Analogie e memoria, 1980.

 

In questo lavoro si rivedono la serie Verifiche di Ugo Mulas della fine degli anni ’60, il Vaccari dell’inconscio tecnologico e della serie Esposizione in tempo reale, le sperimentazioni di Mimmo Jodice, per non parlare degli influssi che gli esponenti dell’Arte Povera ebbero su di lui nel ’68 quando si trovava a Roma e fotografava Pascali, Kounnellis, Boetti, Anselmo, Pistoletto, Merz e molti altri.
I due murales icastici di Analogie e memorie si compongono di un accostamento warburghiano di immagini, esse trovano la loro sussistenza nella loro sequenzialità piuttosto che nell’immagine singola.

 

Un valore dialettico dell’immagine come teorizzava Benjamin: “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti. Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo, in cui le si incontra, è il linguaggio.”
Anche Cronistorie proviene dal passato, dagli anni ’70. Un girato in pellicola 16 mm di circa quaranta minuti che recentemente è stato rimontato in un cortometraggio di dieci minuti. Anche per il video Cresci usa la stessa tecnica di accostamento apparentemente inconscio, un nesso primitivo che monta le immagini in un flusso che scende nelle viscere delle tradizioni, dei riti, dell’animalità umana. Un sogno surreale, un viaggio carico di zone d’ombra e ambiguità alla scoperta delle culture popolari della Basilicata.
Entrambi i lavori parlano dell’Origine, di un proto-linguaggio e di una proto-umanità, forse anche di una proto-arte.

 

Mario Cresci, Analogie e memoria, 1980.


André Breton muore il 28 settembre 1966 a Parigi. Sulla sua tomba compare il seguente epitaffio: "Je cherche l'or du temps". Da esso trae ispirazione il titolo della mostra di Mario Cresci all’ICCD, L’oro del tempo. Cresci ci mostra quindi quello che di prezioso e incorruttibile rimane lungo l’azione del Tempo, andando a lavorare con due archivi di prestigio depositati all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione: quello del fotografo fiorentino Mario Nunes Vais, famoso ritrattista a cavallo tra il XIX e XX secolo, e una serie di fotografie di ritrattistica romana facenti parte dell’archivio del Gabinetto Fotografico Nazionale. Cresci non è nuovo ad addentrarsi nel suo processo creativo partendo dal lavoro altrui, ricordiamo ad esempio il lavoro in dialogo con le incisioni di Giovanni Battista Piranesi, Annibale Carracci e Luigi Calamatta del 2011 e esposto da settembre 2020 a gennaio 2021 all’interno della mostra personale La luce, la traccia, la forma alla Fondazione Modena Arti Visive presso Palazzo Santa Margherita di Modena.

 

Mario Cresci, L'oro del tempo, 2020.

 

Il lavoro di Mario Cresci, tutti i lavori di Mario Cresci partono da un elemento fondamentale: la ricerca, la curiosità, la sublime voglia di conoscere e di imparare, anche e soprattutto dalle opere e dalla memoria altrui. “Ciò che mi muove è il bisogno di entrare dentro le cose per conoscerle, entrare dentro le immagini per scoprire ciò che mi comunicano a livello percettivo e cognitivo”. Ciò che è stupefacente e ammirevole in Cresci è, oltre alla tensione e alla propensione a voler capire l’essenza delle cose, anche e soprattutto l’approccio sensibile e premurosamente attento verso la natura del materiale altrui, entrando in punta di piedi e chiedendo il permesso. In questo modo si è approcciato anche all’archivio dell’ICCD durante la sua residenza d’artista, con molto rispetto.
Per i ritratti di Nunes Vais Cresci ha prediletto quelli rappresentanti il mondo femminile, ritratti di donne, perché secondo l’artista ligure in essi il fotografo toscano si è mosso più liberamente rispetto alle convenzioni compositive del tempo, conferendo ai suoi soggetti una posa meno omologata e ricca di sfumature e giochi di luce; mentre come secondo soggetto ha scelto la ritrattistica della statuaria antica per il “concetto di copia che per la cultura di Roma [era] un grande motivo di conoscenza”. In entrambi i casi ha lavorato in postproduzione, un amarcord dei suoi inizi da grafico, isolando segni che lo portavano dentro alla materia e riproducendoli fino a crearne altra, o rendendo i segni stessi il soggetto principale dell’opera. Così il grande cappello a falda larga della donna ritratta in D011895, la sua forma, viene prelevata e isolata, riprodotta nell’installazione a quattro immagini sia nella sua forma in positivo che in negativo, conferendole originalità artistica. Il segno diventa opera, il linguaggio diventa opera. Cresci gioca con il meta linguaggio, divertendosi anche secondo me, con mente sapiente. “Segni leggeri e segni pesanti, segni moltiplicati ricavati da un solo o pochi particolari dell’immagine. Segni e forme ricavati dalla stessa immagine che diventano altro, altri segni e altri significati che si svolgono nello spazio della fotografia di base come se questa fosse la fonte di tante altre immagini, altrettanto interessanti nella loro trasformazione geometrica”.

 

Mario Cresci, L'oro del tempo, 2020.

 

In F038551 vediamo in primo piano la nuca di una scultura, con una capigliatura riccia. Il singolo ciuffo ricciuto è stato usato da Cresci come segno e riprodotto innumerevole volte per creare un paesaggio da osservare: per la statua, per noi, per noi che osserviamo la statua che osserva il paesaggio. In questo modo con l’aggiunta di questo elemento ripetuto Cresci cambia la prospettiva dell’opera, cambia il suo contenuto, la sua forma, gli interrogativi che ne scaturiscono, e si riallaccia a un suo lavoro del 2010 su tema metalinguistico Attraverso l’arte in cui la nuca di una persona veniva ritratta davanti a un quadro. Chi guarda cosa, qual è il soggetto, quali e quanti sono i piani di osservazione, domande che si riflettono anche sulla natura dell’artista, sul suo sguardo. Anche Ghirri ci aveva pensato, e molti altri prima di lui anche in pittura, in Diaframma 11, 1/125, luce naturale del 1979. Cresci stravolge e destabilizza, ma lo fa con un rispetto e una sensibilità che fungono da paracadute alla discesa percettiva di chi guarda le sue opere.

Nel corpus di Mario Cresci si riscontrano distintamente delle formule, delle formule omeriche, che fanno del suo patrimonio iconografico un patrimonio appartenete alla tradizione orale, un patrimonio di segni. È il segno, il linguaggio, che Cresci ha sempre perseguito, arrivando alla sua essenza. Come questi moduli servivano all’aedo per improvvisare le sue poesie davanti ad un pubblico senza l’utilizzo della scrittura, così l’artista ligure li ha individuati e isolati, li ha resi pietre miliari, dogmi ancestrali della sua progettualità, passata, presente e futura. 

 

L'oro del tempo

dal 23 giugno al 30 ottobre
ICCD - Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione
via di San Michele 18, Roma

 

Combinazioni provvisorie
dal 23 giugno al 31 ottobre 
Matéria  
via Tiburtina 149, Roma

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Mario Cresci, L'oro del tempo, 2020.