Massimo Gezzi, Le stelle vicine

Accade sempre qualcosa di indefinibile quando un poeta decide di scrivere in prosa.

Al di là delle differenze ovvie di genere e di stile, dei condizionamenti della forma e del metro, nonché della diversa tenuta sintattica e contenutistica che un discorso in prosa prevede, in certi casi il trapasso da un codice a un altro sembra verificarsi a un livello più profondo, dai contorni più incerti e quasi pulviscolari. E del resto già Ponge, Tarkos, Prosa in prosa e tutto ciò che ne è conseguito hanno reso evidente la resistenza che alcuni oggetti letterari manifestano nei confronti di una categorizzazione fondata su criteri esclusivamente formali.

 

Le stelle vicine (Bollati Boringhieri, 2021), la raccolta di racconti che costituisce l’esordio in prosa di Massimo Gezzi, tuttavia, non ha nulla a che fare con il panorama delle scritture di ricerca, com’è evidente considerando le differenze di area, formazione, stile e interessi tra l’autore e i poeti dell’antologia del 2009. Sulla distinzione di genere è peraltro inutile soffermarsi: va da sé che le istantanee fotografate da Gezzi sono racconti dall’impianto assai tradizionale, vicini a certo realismo americano praticato da Raymond Carver, John Cheever e John Steinbeck – non a caso in epigrafe è posta una citazione da Furore, insieme a un’altra prelevata da V di Tony Harrison – e neppure troppo lontani da quelle altre stelle distanti di Roberto Bolaño, osservate però non sotto il cielo feroce delle lande cilene ma dall’orizzonte monocromo della provincia marchigiana, luogo che fornisce la quasi totalità delle ambientazioni alle vicende.

 

Curiosamente, tuttavia, nelle dodici stelle dei racconti di Gezzi sembra quasi possibile rintracciare il capovolgimento di quanto dice Paolo Giovannetti nella nuova prefazione alla riedizione di Prosa in prosa. Dopo aver messo in guardia dai pericoli costituiti «dall’ideologia e dalla pratica coatta dello storytelling», ossia dalla «tendenza a riconoscere i modi (semiotici, cognitivi, neuroscientifici e quant’altro) della “narrazione” in ogni aspetto delle interazioni tra soggetti privati e pubblici» (p. 7), Giovanetti colloca le scritture di Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano «dalla parte di ciò che fattualmente non è, ma è invocato a essere» (p. 9). Se lette tenendo a mente alcune questioni aperte nel contemporaneo dibattito poetico, Le stelle vicine sembrano situarsi sul polo opposto della questione prospettata da Giovannetti, come se i racconti di Gezzi proponessero una serie di frammenti realizzati con uno strumento che «fattualmente è», quale il racconto, per rappresentare le esperienze di chi è invece «invocato a [non] essere», ossia una serie di figure marginali che affollano le pagine della raccolta.

 

La narrazione delle loro vicende richiede l’adozione di procedimenti diversi rispetto a quelli del modello di storytelling basato su una quasi assoluta dittatura del personaggio-io (questa, come ha spiegato Lorenzo Marchese, soltanto in parte assimilabile alle forme dell’autofiction). Se nel panorama delle scritture contemporanee il presupposto morale si fonda sulla possibilità diffusa di rendere ciascuna storia quasi la propria storia – un’autobiografia più o meno mediata dalla presenza di ulteriori elementi finzionali – la scelta di dare voce a personaggi diversi e distanti dalla figura biografica dell’autore può presentare qualche difficoltà. Soprattutto se, come accade nelle Stelle vicine, i protagonisti sono individui dimenticati ed esclusi, il cui tratto comune consiste proprio in una raffigurazione asimmetrica e sfilacciata della realtà a loro circostante. Il pericolo maggiore nell’adozione del punto di vista di anziani moribondi, malati di epilessia, ragazzi di periferia, professori frustrati e delle altre figure che popolano le pagine di Gezzi potrebbe risiedere, infatti, nell’assunzione di una postura insincera e incline a eccessi di pathos. Un rischio che l’autore non corre, dal momento che le diverse esperienze sono restituite sì con vicinanza empatica ai moti dell’io e al suo personalissimo punto di osservazione sulla realtà, ma queste, allo stesso tempo, esprimono l’orizzonte cognitivo dello stesso Gezzi e i suoi interessi geografico-culturali.

 

Letti da questo punto di vista i racconti delle Stelle vicine esaltano dunque gli aspetti di continuità con la restante produzione del poeta-scrittore: un progressivo decentramento della narrazione dal biografismo esplicito (pur continuando, in una certa misura, a parlare di sé) che sottintende una scelta di campo già espressa nelle recenti curatele dedicate a Luigi di Ruscio e ad Adelelmo Ruggieri, nonché – e direi soprattutto – nel suo ultimo libro in versi, Il numero dei vivi (Roma, Donzelli, 2015). Nei racconti, infatti, sembra quasi possibile rintracciare l’estensione di quanto il soggetto lirico si proponeva di fare nel componimento incipitario della raccolta poetica: 

 

[…] Difendi questa luce, se sei un nulla

come tutti. Difendi questo nulla

che non smette di essere. Smetti di tirare

righe scure, di cancellare. Tocca il tavolo, la carta.

Impara un’altra volta a far di conto.

non sottrarre allo zero, aggiungi uno.

(Il numero dei vivi, pp. 13-14)

 

 

L’imperativo che l’io rivolgeva a se stesso è diventato prassi di scrittura. L’esperienza del mondo che nei versi veniva espressa attraverso il filtro lirico del soggetto lascia il posto, nei racconti, alla registrazione in presa diretta dei diversi nulla che non smettono di essere. All’uno della silloge si aggiungono qui le dodici voci dei personaggi, attente alla restituzione precisa di un istante destinato a condizionare per sempre le loro esistenze. Percezione ed epifania appaiono quindi come i veri protagonisti delle Stelle vicine, la tecnica del racconto diventa un esercizio della memoria (in tutti i racconti, tranne che nel “Salto del pesce spada” e nell’“Angelo”, il narratore coincide con il protagonista), volto all’individuazione esatta del paesaggio descritto attraverso la sensorialità delle voci narranti. Il periodare breve e il lessico asciutto contribuiscono a una trasmissione non evocativa del ricordo o della sequenza, come è possibile osservare in “Un rettangolo di sole” o durante l’improvviso moto di rabbia della studentessa della “prima cellula” e del controllore nell’omonimo racconto. Non è un caso che i trapassi da una sequenza del racconto all’altra siano spesso affidati alle impressioni registrate dai personaggi, come risulta evidente dalla larga presenza del verbo sentire. Lo sforzo percettivo può essere rivolto dal soggetto-personaggio nei confronti di se stesso (come accade in “L’ultimo sorriso di Cattivik” o in “Malcaduto”), oppure applicarsi all’esterno, a ciò che il personaggio ha di fronte a sé, come nel finale rocambolesco di “Cinghiale”:

 

Anche gli altri, dentro, hanno sentito dalla porta, all’altra estremità del bar. Hanno tutti cambiato occhi. Solo Gino li tiene ancora mezzi chiusi, nel suo sguardo gelido di sempre. Gli altri si guardano. Si precipitano all’uscita, fanno qualche passo in avanti. «Chi è, oh? Che è successo?» Si sentono solo queste parole, balbettate da tutti. Io non riesco a muovermi. Ho la mano sulla maniglia della finestra e sono rimasto così, a mezza strada. Poi si sente qualcuno da fuori che urla: «È Jerry! È andato a sbattere Cinghiale!» E quella parola rimbalza di bocca in bocca fino alla mia, che la ripete senza pensarci, Cinghiale, mentre tutti si precipitano fuori e io dai vetri vedo già qualcuno che corre, laggiù sul viale, e poi raggiunge il pilone e alza le mani al cielo o le agita o le porta alla testa. Sento ambulanza, aiuto, correte, sento parole confuse, mentre non riesco a staccare la mano dalla maniglia né a fare un passo in avanti. Sento ancora «Oh, Cinghiale si è schiantato con la moto!», e in quel momento Gino si gira a guardarmi, senza cambiare espressione. Apre la bocca per dire qualcosa ma non dice niente, poi si volta e si incammina lentamente verso l’uscita. E allora vedo, sento le crepe che si allargano sul pavimento, sul soffitto dell’Eden Bar, vedo i vetri che si spaccano, il lampo del cortocircuito che fa saltare i videogiochi e brucia il flipper (Le stelle vicine, p. 17, corsivo mio).

 

Nella scena l’insistenza sul motivo del sentire svolge una funzione anche percussiva e ritmica, modulata insieme alla variazione visiva espressa dalla coppia vedere/guardare. D’altronde, la trasmissione di un segmento assai ridotto di tempo nel quale il momento epifanico usualmente si verifica determina uno slittamento di durata tra le sensazioni vissute nel presente e l’elaborazione memoriale. Il romanzo e il racconto novecentesco hanno sperimentato da tempo le diverse modalità di restituzione di questa dialettica in ambito letterario e Gezzi, in “Un rettangolo di sole”, la tematizza esplicitamente:

 

Quanto durano cinque secondi? Cosa si può pensare o sentire tra il momento in cui vedi una tragedia e quello in cui ne realizzi le conseguenze? Mentre Seba si sporge dal ciglio della strada e urla i nomi dei nostri compagni, io sento un’altra zaffata d’erba mista all’odore delle robinie, sento le papere che borbottano mentre cercano il loro posto per passare la notte, sento una goccia di sudore freddo che mi scivola sul collo, inspiro, trattengo il fiato, vedo il quarto di luna che si affaccia pallido nel cielo ancora azzurro. Questo, sto sentendo. E insieme intuisco, all’improvviso, che forse quel rettangolo di sole dovrò maledirlo per sempre, nella mia memoria (Le stelle vicine, pp. 53-54, corsivo mio). 

 

Il campo di sole invaso dalla luce rappresenta lo spazio intorno al quale si sviluppa la storia: la concentrazione su un’immagine fino alla sua traslazione simbolica e l’esercizio subacqueo nelle sensazioni che lo spazio riflette sul soggetto sono pratiche ricavate dalla frequentazione assidua della poesia, e qui applicate allo spazio esteso di un racconto, alla struttura razionale (e tradizionale) della prosa. Ed è in questo trasferimento di abitudini e di sguardi, prima ancora che nella tecnica narrativa e nel registro stilistico, che risiede il carattere di maggiore novità e apprezzabilità delle Stelle vicine. La pratica della lirica favorisce l’espansione di un’esperienza che nella biografia può durare anche soltanto «cinque secondi» ma la cui elaborazione si stabilisce invece a lungo nella coscienza e nella memoria di un io. È ininfluente, allora, se i personaggi dei dodici racconti siano figure immaginarie oppure contengano un principio di verità biografica, poiché, come avvisa lo stesso autore nella nota finale, «l’immaginazione spesso muove da frammenti di realtà» e «la letteratura parte dalla vita e alla vita ritorna».

 

Raccontare le epifanie di un soggetto diverso da quello monologico abitualmente previsto in poesia consente di evitare una riproposizione assoluta della realtà, dal momento che a Gezzi importa soprattutto raccontare un mondo affollato di individui spesso ignorati dalle narrazioni contemporanee. La storia delle loro violenze e delle loro gioie – “La figlia del circo” chiude significativamente la raccolta con una nota di positività – equivale alle decine di storie sotterranee e quotidiane che si verificano dappertutto, in qualsiasi periferia del mondo occidentale.

Si può ipotizzare che, dopo Il numero dei vivi, assumere un simile punto di osservazione sulla realtà costituisca quasi un passaggio obbligato per lo sviluppo futuro della poetica di Gezzi. Che questo percorso indovini, ancora una volta, un preciso posizionamento di tipo etico e, forse, ideologico, in questi tempi davvero non è poco.

 

Nota di lettura

Paolo Giovannetti, Undici anni dopo: implicati nella storia, ai ferri corti con lo storytelling (introduzione 2020), in Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Michele Zaffarano, Andrea Raos, Prosa in prosa, con 504 illustrazioni in bianco e nero nel testo, Roma, Tic Edizioni, 2020 [Roma, Le Lettere, 2009].

Lorenzo Marchese, L’io possibile. L’autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo, Massa, Transeuropa, 2014.

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte (1953-2010), a cura di Massimo Gezzi, Milano, Marcos Y Marcos, 2020.

Adelelmo Ruggieri, La città lontana. Poesie 1993-2009, a cura di Massimo Gezzi, Milano, Marcos Y Marcos, 2021.

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