Metafotografia. Imagomorfosi e altre ricerche

Il progetto triennale denominato “Metafotografia” è una ricognizione dentro la scena contemporanea italiana – diventata anche una pubblicazione in tre volumi, una trilogia per dare voce a una estensione corale –, che racconta come stia cambiando oggi il modo di fare e pensare le immagini, dentro e oltre i mezzi che le producono. La definizione è un punto di partenza, qualcosa che verrà modificato o sostituito nel corso degli anni a venire, dentro un processo aperto, entro una ricerca iniziata nell’ambito della fotografia italiana a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila. Gli approcci metafotografici presi in esame sono articolati e declinati attraverso legami, contingenze o allontanamenti rispetto al medium fotografico. Già vent’anni fa, Rosalind Krauss aveva preso in esame la “condizione post-mediatica” e la necessità di “reinventare la fotografia” ogni volta che si materializza la sua obsolescenza. In ogni epoca si è sempre cercato di reinventare il medium, di spostare ulteriormente nuove questioni, di dare spazio ad altre potenzialità espressive e concettuali, soprattutto dal Novecento in avanti con una velocità sempre più incalzante. In ogni momento storico si prendono in considerazione inedite problematiche dell’attualità, i condizionamenti dettati da nuove scoperte scientifiche e i dispositivi tecnologici che entrano nella vita di milioni di persone innescando altre possibilità e utilizzi.

 

Abbiamo aperto dialoghi con artisti, curatori, critici, direttori museali, docenti, evitando di sovrascrivere e di sovra-determinare. La direzione esplorativa è la distinzione disciplinare tra fotografia e arti visive, per cui sono state privilegiate quelle ricerche che rendono sempre meno netto questo confine. La distinzione tra fotografia e immagine si è fatta e si fa ogni giorno sempre più sottile: emblematiche sono le immagini artificiali create da algoritmi, che elaborano dati e hanno una temporalità diversa da quella della fotografia classica; esse accolgono nel loro processo produttivo una prevedibilità che distorce in esse una certa linearità temporale; l’algoritmo dei processi digitali fa sì che una parte del loro futuro sia già stata decisa.

 

Ryts Monet, Air from another planet, 2015.


In particolare, la terza ricognizione di Metafotografia è un ulteriore tentativo collettivo di ripensare insieme i termini, i limiti e le logiche con cui produciamo o veicoliamo immagini e immagini fotografiche, tentando sconfinamenti o reinvenzioni attraverso diverse declinazioni.

La maggior parte degli artisti che utilizzano il medium fotografico o che hanno un approccio metafotografico con la realtà preferiscono agire con l’“immagine” ed estendere il significato della loro ricerca in direzione dei fenomeni che sono stati presi in considerazione dai visual studies e dai cultural studies, da nuovi approcci iconologici e da altri campi di ricerca legati a questioni visive. Forse è vero che nel tempo attuale sia più corretto parlare di immagini piuttosto che di fotografie, visto che il fotografico è stato inglobato nella complessa macchina combinatoria dell’iconosfera, tra la rete e gli smartphone, tra i social e qualcos’altro che ancora non conosciamo. Ci sono numerose declinazioni del termine “immagine”, anche ibridazioni fra diversi tipi, utilizzi e direzioni diverse. E la fotografia veicola tutte queste tipologie di immagini senza essere ciò che esse rappresentano dentro il medium che le ha messe in visione. Inoltre i sensi di un’immagine non dipendono esclusivamente dall’autorə ma si rinegoziano o contrattano anche di volta in volta con i fruitori – i quali a loro volta appartengono a diversi contesti culturali e sociali e ogni volta saranno diversi nei vari punti e spazi del tempo –, oltre ogni semplicistica lettura unidirezionale.

 

Tendiamo a ricordare le immagini a partire dalla specifica forma mediale che le ha veicolate, che le ha rese visibili a noi per la prima volta, rielaborate successivamente nella nostra memoria. Per Hans Belting, ricordare significa innanzitutto liberare le immagini dai loro media originari e poi dare loro corpo nella nostra mente. Come possiamo rendere visibili le immagini che vivono nei nostri sogni e nei nostri dubbi?

 

Silvia Bigi, urtumliches Bild, 2020.


La serie urtümliches Bild (2020) di Silvia Bigi nasce dal processare la materia dello spaziotempo onirico attraverso un’intelligenza artificiale. L’algoritmo viene indotto a entrare in relazione con un contenuto illogico, con le presunte immagini primordiali collettive contenute nei sogni. Le masse immaginali che affiorano sono prive di regole figurative e prospettiche e prendono corpo da fotografie pre-esistenti, messe in relazione dal programma con qualcosa che non dipende dal controllo umano, innescando un possibile nuovo modello visivo. Gli archetipi possono evolvere o indebolirsi o persino estinguersi? Da altre angolazioni, anche Orecchie d’asino, attraverso l’opera Mi lecca come un gelato (2021), riflettono sulla sostanza incoerente dell'esperienza onirica e sulla complessità delle immagini, che, prendendo forma da miscugli di discorsi fatti, sentiti o letti, coinvolge aspetti autoriflessivi e innesca indagini metalinguistiche. In questa messa in opera in forma anche ludica l’idea è di non mostrare (solo) qualcosa ma costruire l’osservatore come sguardo.

 

Orecchie d'asino, Mi lecca come un gelato, 2019.


Inseguimento della matrice (2020) di Achille Filipponi indaga la genesi del fotografico, la scomparsa della soggettualità il mistero di rettangoli monocromi aniconici, intendendoli come parti di un’indagine sul rapporto tra esistenza e tempo (controllato, percepito, totale). In questa origine l’immagine è un vuoto da offrire, uno specchio in cui ricercare le estensioni dei riflessi conseguenti. Lo scanner genera immagini su un foglio fotosensibile, lo dipinge più volte con la luce riproducendo al tempo stesso ciò che si viene a creare. Restituisce la copia di un originale che però pochi istanti dopo è già da un’altra parte, dato che il foglio è più scuro. L’immagine così appare e testimonia che è una copia fallita di qualcos’altro, il frutto di un intento non realizzabile completamente. L’immagine ha sempre bisogno di meccanismi che la rendano visibile e fruibile. 

 

Giovanna Repetto, Senza titolo, 2020, ph Matteo Pistore.


Giovanna Repetto ha realizzato alcune opere costituite da specchi in cui le immagini – che si sono accumulate invisibilmente nel corso degli anni – sono state chiuse con un pennarello indelebile nero. Il lavoro è parte di una ricerca work-in-progress sullo spazio dell’immagine e sull’immagine dello spazio. L’azione consiste nell’oscurare superfici riflettenti attraverso l’inchiostro indelebile andando a chiuderne il tempo di posa. I perimetri di queste superfici diventano archivi di immagini non manipolabili.

 

Claudia Petraroli, Nabuk, 2020.


Clean (2021) di Claudia Petraroli è un’immagine monocroma azzurra, attraversata da guizzi di rapidi segni chiari e da altri più scuri, testimonianza visiva dell'azione di post-produzione digitale sottratta da alcune fotografie di prodotti ecommerce. Le pennellate provengono da due maschere di regolazione del software digitale e appaiono isolate dalle immagini delle cose a cui appartengono. I tratti, altrimenti invisibili, emergono in superficie in equilibrio dialettico a formare una composizione astratta.

 

Christian Fogarolli, Loose, 2015.


Loose (2017) di Christian Fogarolli è parte del progetto Lost Identities realizzato nell’arco di diversi anni in collaborazione con istituzioni psichiatriche italiane. La ricerca, che parte dall’approfondimento della fotografia giudiziaria di primo Novecento, è caratterizzata dall’indagine fotografica e dalla ricognizione d’archivio. Loose è composta da una sottile lastra in piombo impressa a pigmenti e ripiegata successivamente a mano. I dettagli della figura femminile sono visibili solamente attraverso la riflessione di una lastra specchiante che fa da supporto alla immagine scultorea, distesa e legata. 

 

Simone Bergantini, The Night Watch, 2015.

 

Anche la serie The Night Watch di Simone Bergantini – costituita da immagini di schermi infranti, display distrutti – pare aprire più a una presenza scultorea che a rimandare alle immagini bidimensionali che ogni smartphone visualizza e conduce. Queste presenze sono una riflessione sul rapporto inversamente proporzionale che la fotografia ha sviluppato nella sua storia, in relazione ai supporti fisici a cui si è affidata, dove, in termini di quantità di informazioni, fotografia e oggetto perdono di senso se osservati come una unità. In un’altra opera Bergantini mette in relazione e a confronto visivo tre cieli digitali, ricreati con i codici pantoni dei social più celebri (Twitter, Facebook, Instagram). Tiene traccia dei colori utilizzati nel tempo dai principali portali web di aggregazione di massa, per creare un archivio di campioni cromatici guardati a monitor e al tempo dedicato alla navigazione, proprio con un atteggiamento simile a quello che un viaggiatore avrebbe potuto guardare e prendere appunti sui cieli e sulle terre incontrate. 

 

Paola Pasquaretta, My baby shot me down, 2019.


My baby shot me down (2019) di Paola Pasquaretta è una serie di dieci riprese fotografiche che riprendono l’artista mentre imbraccia e punta un fucile, in una sorta di stop-motion. Nel passaggio della prima all’ultima immagine, la sequenza definisce qualcosa al di fuori delle immagini, estendendo qualcos’altro che comprende sia lo spazio in cui lo spettatore si muove sia lo spazio in cui si viene coinvolti entrando a far parte dell’azione stessa. 

Carloalberto Treccani, con 9 meters away (2019), ha realizzato una collezione di immagini anonime ricevute nel corso delle proteste ad Hong Kong del 2019, quando AirDrops, il servizio di Apple per trasferimento di file, è stato usato come strumento per diffondere informazioni da entrambi i lati dello schieramento. Durante le proteste, sulla metropolitana, o in altri luoghi affollati, non era infatti inusuale ricevere questo tipo di messaggi. I lanci aerei – airdrops – sono stati a lungo una tattica per diffondere messaggi di propaganda al di là della linea nemica. Quando AirDrops è attivato, contenuti di diverso tipo possono essere diffusi anonimamente tra le persone entro un raggio di 9 metri. 

 

Carloalberto Treccani, 9 meters away 1, 2, 3, 2019.


Green Diamond (2019) di Rachele Maistrello è un progetto che si avvale della stretta collaborazione degli operai della Bernard Control, una fabbrica di componenti nucleari alla periferia industriale della città di Beijing. Al confine tra finzione e realtà, ricostruzione storica e fantascienza, l’artista ha combinato recenti teorie di intelligenza artificiale e questioni legate al mondo naturale, un finto archivio storico per realizzare una narrazione rizomatica e labirintica. Ha invitato due gemelle acrobate di Pechino a muoversi negli spazi dell’azienda liberamente, ispirandosi al concetto di natura. Le gemelle cercato di diffondere forze nascoste o potenziali degli spazi e dei corpi. 

 

Rachele Maistrello, Green diamond factory Beijing, 2019.


I Made Them Run Away (2017-2019) di Martina Zanin è una storia a più livelli che intreccia fotografia, immagini di archivio e testi scritti dalla madre dell’artista. Raccoglie ricordi del passato e sentimenti presenti per riflettere sulle dinamiche delle relazioni – il bisogno di attenzione, le aspettative che causano disillusione, insicurezza e giudizio. Spostandosi tra i diversi punti di vista, Zanin descrive il ricorrente complicato rapporto tra lei, sua madre e l’”uomo”, non costante, per lo più rappresentato come un’assenza all’interno del lavoro. Fantasticando su un uomo che non è mai riuscita ad avere, la madre dell’artista scrive i suoi pensieri e desideri all’interno di un diario intitolato “Lettere ad un uomo mai avuto”. Gli scritti poetici, si scontrano con le fotografie di famiglia strappate, delle quali la madre ha conservato solamente la sua figura, o quella della figlia, creando degli oggetti saturi di rabbia e solitudine. Ogni altra foto è da intendere come la ricostruzione e l’espressione di emozioni e sensazioni passate venute a galla nel presente, dando spazio a quei sentimenti che spesso sono negati alle ragazze, e alle donne, come la rabbia, il disgusto, il dolore e il potere.

 

Martina Zanin, Box 3 from i made them run away, 2017-1019.


I Made Them Run Away è un dialogo tra una madre e una figlia in due momenti di tempo differenti. Esplora la transizione dei sentimenti opposti, come compassione e rabbia, amore e odio, e l’influenza del passato nelle relazioni presenti e future.

Diachronicles (2019/2021) di Giulia Parlato racconta lo spazio storico come contenitore immaginario in cui un'apparente raccolta di prove apre al fantastico. In questo spazio, i tentativi di ricostruire il passato si perdono in vuoti fantasmagorici, dove gli oggetti vengono generati, usati, sepolti, dissotterrati, trasportati e trasferiti. Questa natura nomade e frammentaria di ciò che è stato, rivela come il movimento, la trasfigurazione e l'interpretazione errata degli oggetti plasmino la storiografia e, in definitiva, il reale. Nell'impossibile ricerca di una legittimazione accademica, lo spettatore è invitato in un mondo in cui il reale e il falso si sovrappongono. Il lavoro di Giulia Parlato affronta la rilevanza che l'archeologia ed il museo hanno in una narrazione storica. Compiendo questo, pone il corpo umano ai margini della narrazione, utilizzandolo come mezzo di misurazione ed analisi pseudoscientifica degli oggetti protagonisti. Infine, Diachronicles scava in una storia parallela, piena di figure poetiche da codificare, artefatti inesistenti e falsi nascosti negli scantinati dei musei. 

 

Giulia Parlato, Diachronicles, 2019.


Metafotografia (3). Imagomorfosi e altre ricerche, A cura di Sara Benaglia e Mauro Zanchi, BACO_BaseArteContemporaneaOdierna, Bergamo, via Arena 9

Dal 25 settembre al 24 ottobre 2021.

 

Libro edito da Skinnerboox, Testi di Mauro Zanchi, Sara Benaglia e Francesca Lazzarini

Con opere di: Simone Bergantini | Silvia Bigi | Achille Filipponi | Christian Fogarolli | Kensuke Koike | Rachele Maistrello | Ryts Monet | Orecchie D'Asino | Giulia Parlato | Paola Pasquaretta | Claudia Petraroli | Giovanna Repetto | Carloalberto Treccani | Lorenzo Vitturi | Martina Zanin 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO

Kensuke Koike, No more no less, 2018.