Mettere fine alla povertà

Il libro e il Nobel. Lottare contro la povertà, versione italiana della lezione inaugurale tenuta da Esther Duflo al Collegio di Francia nel 2009, è un testo polemico, scritto dieci anni prima che l’autrice ricevesse il premio Nobel per l’economia, insieme a Michael Kremer e a Abhijit Banerjee. I tre vincitori sono stati premiati per l'approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale. Recita così la motivazione per il Nobel: "for their experimental approach to alleviating global poverty." Ma che cosa significa approccio sperimentale? 

 

Gli avversari di Esther Duflo. Prima di rispondere alla domanda vediamo quali sono gli obiettivi polemici di Esther Duflo. Duflo se la prende prima di tutto con Jeffrey Sachs, autore nel 2005 del libro La fine della povertà. Secondo Sachs i paesi poveri sono prigionieri di una trappola della povertà, dovuta a clima, svantaggi geografici e malattie. La povertà potrebbe essere sconfitta se i paesi ricchi si mettessero d’accordo per aiutare i paesi poveri, innalzando i volumi degli aiuti e puntando su azioni come sovvenzioni per i concimi, microcredito, zanzariere, scuole gratuite. 

All’opposto di Sachs, e criticato aspramente da Duflo, si colloca William Easterly, autore del libro I disastri dell’uomo bianco: perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene, tradotto in italiano nel 2007. Secondo Easterly il sistema degli aiuti allo sviluppo è stato un fallimento. Gli aiuti ai paesi poveri sono spesso finiti nelle mani di regimi corrotti, che li hanno utilizzati malissimo. Easterly ripropone la ricetta classica: la povertà si cura con una crescita economica sostenuta. 

 

 

Fino all’esplosione del COVID-19 la povertà nel mondo era diminuita. Va sottolineato che tra il 1990 e il 2019 oltre un miliardo di persone sono uscite dalla povertà estrema pur in presenza di un aumento della popolazione globale di oltre due miliardi, concentrato nei paesi meno sviluppati. La Cina e l’India sono i due paesi in gran parte responsabili, attraverso la loro crescita economica, della diminuzione del numero dei poveri del mondo. L’Africa è invece rimasta indietro.

La tendenza alla diminuzione della povertà è stata interrotta dall’esplosione della pandemia da COVID-19. La Banca mondiale stima che nel 2020 il numero delle persone che nel mondo soffrono di povertà estrema è salito, raggiungendo quasi il 10 per cento della popolazione mondiale – circa 800 milioni di persone – con un aumento di oltre 100 milioni rispetto al 2019 (Ignazio Visco, Considerazioni finali del Governatore). L’ultimo miliardo: perché i paesi più poveri diventano sempre più poveri e cosa si può fare per aiutarli (traduzione italiana del 2008) è un libro di Paul Collier. Collier vede gli aiuti come uno strumento di influenza politica. Anche la sua ricetta – aiuti umanitari imposti dai paesi ricchi agli Stati più poveri – non convince Esther Duflo. 

 

L’approccio sperimentale. Perché Duflo non è d’accordo con Sachs, Easterly e Collier? Per un punto metodologico. Una quota importante degli economisti che si occupano di povertà lavora con dati aggregati, come il PIL, il numero dei poveri, l’incidenza delle malattie, i volumi degli aiuti, la qualità delle istituzioni. Utilizzando tali serie storiche gli studiosi cercano di dare consigli su come sconfiggere la povertà. Secondo Duflo è molto difficile trovare relazioni robuste di causa ed effetto usando queste statistiche. Per fare un solo esempio, se si trova che a maggiori aiuti non è corrisposto un aumento del PIL, ciò non significa che gli aiuti sono inutili. Al contrario un paese potrebbe essere così povero da aver avuto bisogno continuamente di aiuti da parte della comunità internazionale. 

Duflo è a favore di un approccio che definisce più modesto, basato su esperimenti sul campo, che testano gli effetti dei programmi di intervento a favore dei poveri. L’approccio sperimentale ha iniziato a essere applicato ai problemi dello sviluppo circa venti anni fa. Nel 2003 il laboratorio d’azione contro la povertà Abdul Latif Jameel (J-PAL) è stato costituito come centro di ricerca nel Dipartimento di Economia del Massachusetts Institute of Technology (il MIT). J-PAL conduce in molti paesi valutazioni dell’impatto di politiche economiche: i ricercatori cercano di rispondere alla domanda “Che cos’è che funziona?”. Nella visione della Duflo l’economista è simile a un idraulico che, lavorando sul campo, invece che ragionando su modelli astratti, riesce a trovare il tubo otturato. Ecco due esempi di valutazione.

 

 

Un primo caso è lo studio dell’impatto degli interventi che favoriscono un’istruzione di qualità: distribuzione di manuali scolastici, riduzione del numero di alunni per classe, miglioramento della salute degli alunni, copertura delle spese di scolarizzazione. Un secondo esempio al quale Esther Duflo dedica ampio spazio è la ricerca sull’uso dei fertilizzanti in Kenya. L’evidenza principale è che i contadini che avevano provato i fertilizzanti una volta continuavano a usarli più facilmente in futuro, ma l’informazione non veniva trasmessa ai loro amici e vicini nelle campagne. Il risultato smentiva un’ipotesi classica nella teoria dello sviluppo economico, l’idea che un’innovazione, una volta introdotta, si diffonde nel territorio per imitazione. I ricercatori di J-PAL hanno indagato perché i contadini non sapevano nulla delle pratiche agricole dei loro amici, nonostante li avessero indicati come le persone con cui parlavano più spesso di agricoltura. È stata così elaborata una teoria epidemiologica del contagio sociale.

 

Come un virus, l’innovazione sopravvive se si diffonde prima che il suo portatore iniziale l’abbandoni. Se ci sono molte innovazioni, “ognuno vuole parlare con i suoi vicini per avere nuove idee: … le innovazioni sono diffuse e sopravvivono, quindi ci sono molte innovazioni e il cerchio si chiude. Ma se ci sono poche innovazioni, i contadini non discutono … fra loro e quando viene introdotta un’innovazione (per esempio quando un contadino impara a usare i fertilizzanti), viene dimenticata prima di essere adottata.” 

L’approccio sperimentale è conosciuto con un’espressione più tecnica: è il metodo delle valutazioni randomizzate, nato in medicina con applicazioni che risalgono alla seconda metà del Novecento. Gli individui sono divisi casualmente in due gruppi: quello a cui viene somministrato il farmaco e quello a cui viene somministrato il placebo. In maniera simile, tornando all’esperimento keniota, i contadini sono divisi tra chi riceve il fertilizzante e chi ne rimane sprovvisto. 

Esther Duflo dà spazio alle critiche alle sue ricerche, riassumibili nell’impossibilità di arrivare a generalizzazioni: un programma di aiuti che si è rivelato efficace in India non è detto che sarà efficace in Cambogia. Anche Angus Deaton, un economista attento al tema della povertà e premio Nobel nel 2015, ha criticato l’approccio delle valutazioni randomizzate (la discussione è stata riassunta da Roberta Carlini in un intervento su doppiozero).

Nel libro Duflo difende il suo metodo, affermando che “l’esperimento sul campo impone dei limiti rigorosi … i partecipanti devono misurarsi con un programma che produce conseguenze reali sulla loro esistenza … gli esperimenti sul campo hanno un potere sovversivo … costringono sia gli scienziati sia i soggetti che partecipano all’esperimento a essere contraddetti e sorpresi”.  

 

 

È una vecchia storia. Il contrasto tra i due approcci – l’impostazione sperimentale e la ricerca di leggi generali – è un classico della storia della scienza e delle discipline sociali. La scienza sperimentale si affermò in Inghilterra intorno alla metà del secolo XVII in antitesi alla pretesa degli aristotelici e di Cartesio di elaborare un sistema di conoscenze di carattere generale (Antonio Clericuzio, La macchina del mondo. Teorie e pratiche scientifiche dal Rinascimento a Newton”). L’obiettivo degli scienziati che diedero vita alla Royal Society (1660) era di intraprendere indagini su temi specifici, seguendo un metodo sperimentale, limitando al minimo le ambizioni teoriche e producendo dati di fatto. Le indagini sperimentali condussero, nel caso di Robert Boyle, a caute generalizzazioni; nel caso di Isaac Newton a leggi matematiche, che andavano verificate con un controllo empirico.

 

Mentre Cartesio e i suoi seguaci perseguivano l'ideale di un sistema di conoscenze di carattere deduttivo, per Boyle e Newton, protagonisti della filosofia sperimentale inglese, la scienza è una costruzione provvisoria, perfettibile e ancorata all'esperienza. Newton amava ripetere 'Hypotheses non fingo', in polemica con Cartesio e i cartesiani. 

Ma il contrasto tra il perseguimento di una teoria generale e la ricerca di soluzioni specifiche a problemi particolari ha spesso attraversato la vita di uno stesso studioso. Nel 1936 John Maynard Keynes ha intitolato la sua opera principale Teoria generale dell’occupazione, dell'interesse e della moneta. Ma nel 1930, nel saggio Prospettive economiche per i nostri nipoti, aveva scritto: "Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso". 

In fondo, gli economisti-idraulici di Esther Duflo ricordano un po’ i dentisti di Keynes.

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