«Mi sono nascosto» (Genesi, 3,10)

1. La parola, il nome

Adamo ha già disobbedito, ma non ha ancora imparato a mentire. Nell’Eden, quando Dio finalmente lo scova e lo interroga, l’uomo risponde con sincerità sconcertante: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gn 3,10). Dal punto di vista procedurale, è un passo falso irrimediabile. La nozione di nudità, inconcepibile senza l’accesso alla conoscenza, si trasforma nell’indizio che permette a Dio di strappare una confessione definitiva. Non avrai mangiato il frutto dell’albero proibito?, insinua l’Altissimo. E l’altro, creatura ancora sincera e già un po’ ipocrita, ammette sì di essersene cibato, ma dietro istigazione e insistenza della donna. Dopo di che, non c’è più niente da fare. Per il resto del capitolo 3 di Genesi, infatti, Dio parla e l’uomo ascolta, a testa bassa: il dolore, la fatica, la sentenza del ritorno alla polvere. Anche il serpente viene condannato per la sua malizia di tentatore, e viene condannata la donna, alla quale toccano le doglie del parto. Solo in rapporto alla sua compagna Adamo sembra ritrovare per un momento la grazia primordiale. Dona un nome anche a lei, Eva (Gn 3, 20), come in precedenza aveva fatto con ciascuno degli esseri viventi portati al suo cospetto da Dio.

 

Prima di abbandonare per sempre il giardino, dunque, l’uomo saluta la donna con un ultimo atto di ammirazione. Perché questo è la nominazione in Genesi: non un gesto dispotico, ma un pudico disvelarsi della realtà, rispetto al quale perfino Dio si attiene al ruolo silenzioso di testimone. Il nome scelto dall’uomo sarà, per sempre, il nome di quel capo di bestiame, di quel volatile, di quella bestia selvatica. L’ornitorinco è già l’ornitorinco, ma non è lo è veramente finché non si scopre qual è il suo nome.

Nel racconto di Genesi la parola si annuncia così, come il segno che porta alla superficie la trama nascosta dell’esistenza. È uno strumento di riconoscimento, lode e riconoscenza, la stessa che Adamo riserva alla sposa che il Signore ha tratto dalla sua costola. Il primo canto d’amore della storia è consegnato a un unico versetto, che rinvia alla solennità della nominazione: «Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta» (Gn 2,23). Forse anche per questo, per offrire un tributo alla sapienza perduta della parola originaria, Adamo si concede ancora una volta la facoltà di nominare, come se volesse portare a compimento l’opera cominciata prima della caduta. Che si chiami donna non basta, d’ora in poi sarà Eva. Da comune il nome diventa proprio, affinché ogni altro nome si riconosca in questo disvelamento.

 

2. Il dono, il tradimento

Inesperto nell’inganno, Adamo non può ancora mentire. Fugge d’istinto da Dio, ma gli parla con franchezza quando viene interpellato. Non potrebbe fare altrimenti, lui che finora si è servito della parola unicamente per nominare e per lodare. La sua risposta è scandita in tre momenti, ognuno dei quali merita attenzione.

«Ho udito la tua voce nel giardino», dice inizialmente Adamo. L’affermazione potrebbe venire da un altro luogo della Scrittura, per esempio dal Cantico dei Cantici. Evoca il giardino, rimanda a una voce che si conosce, in una dimensione di intimità quasi sensuale. Questo è il dialogo tra due persone unite da un patto d’amore, non tra un servo e il suo padrone. Fino a questo momento, tutto nella vita di Adamo è stato dono, compresa la parola di cui si sta servendo per denunciare il proprio errore. La meraviglia dell’Eden è racchiusa in questa frase semplicissima, da fiaba orientale: un giardino con le sue ombre e i suoi profumi, una voce che fa sobbalzare il cuore.

«Ho avuto paura, perché sono nudo», prosegue però Adamo e questo non via più bene. Siamo ormai usciti, e bruscamente, dalla logica del dono. Siamo precipitati in un’altra categoria di pensiero, del tutto differente e addirittura ostile all’originario stato d’innocenza. Il dare e l’avere, il profitto e la perdita, il vantaggio eventuale e lo svantaggio conclamato che una determinata situazione viene a comportare. La paura non dovrebbe trovare posto in una storia d’amore come quella che Genesi ci stava raccontando. La paura, e nemmeno la vergogna. Da dove vengono questi sentimenti oscuri? Chi è stato il maestro di Adamo in questo avanzamento nelle tenebre?

 

Opera di Sanam Khatibi.


Troppo facile (e anche abbastanza meschino) incolpare la donna, la quale a sua volta potrebbe cercare di cavarsela chiamando in causa il serpente. Il tentatore ha le sue responsabilità, non si discute: fornisce il movente e suggerisce i mezzi, ma poi sta all’uomo cogliere l’occasione. Adamo, che in questo caso ancora non conosce la parola, ha appena inventato il tradimento. Si è impossessato del dono e ne ha fatto un uso colpevole. E il dono non è solamente l’albero della conoscenza del bene e del male, che pure è presente nel giardino fin dal principio, disponibile all’ammirazione dell’uomo e della donna. Più in profondità, il dono tradito è la nudità stessa di Adamo, è la sua condizione di creatura. È la sua fragilità.

 

3. Il pudore, la vergogna

Adamo è nudo da sempre, solo che non lo sa. Il suo mondo è ancora avvolto in una coltre di pudore, nel riconoscimento della realtà così com’è, senza necessità di interpretazione e, quindi, senza il rischio di fraintendimento. L’uomo pronuncia parole che non significano altro che sé stesse, assegna nomi che Dio in persona prende per buoni. Nulla è nascosto nel suo discorso, tutto è evidente alla sua esperienza. Non è nudo, è sé stesso. Il pudore sta in questa misura, in questa serenità di fronte all’esistenza di ogni creatura e di ogni vivente. Finché viene contemplato con questo sguardo, anche il famoso albero è un albero, non una preda da conquistare.

La fragilità non è assente da questo quadro. Non fosse fragile, l’umanità non cadrebbe. Nell’Eden vive un uomo, non un superuomo al di sopra del bene e del male. E quell’uomo è nudo, com’è giusto che sia. Ma nel momento in cui, consumato il frutto della conoscenza, Adamo e la sua compagna iniziano a dubitare della realtà che fino a poco prima si mostrava ai loro occhi in tutto il suo splendore; nel momento in cui intuiscono che perfino le parole possono dire e disdire (in questo, prima ancora che nella disobbedienza in sé,  l’ambiguità del serpente è stata davvero istruttiva); nel momento in cui il dono è stato contaminato dall’amarezza del tradimento; ecco che allora il pudore viene spodestato dalla vergogna. L’uomo sente il bisogno di nascondersi. Allo sguardo di Dio, senz’altro, ma anche e principalmente a sé stesso.

Quale scena descrive, allora, la clausola del «mi sono nascosto?». Più che protetti da un paravento di foglie, i progenitori ce li immaginiamo rintanati nell’oscurità di una caverna, che magari si apre tra le radici di una magnolia o di un altro albero imponente. Non si accontentano di non essere visti, non vogliono neppure guardarsi a vicenda. Si rifugiano nell’insidiosa ospitalità del buio, affidandosi alla superstizione ingenua per cui, appunto, chi non vede non può essere visto.

Una volta smascherati, probabilmente è anche di questo stratagemma meschino che si vergognano: del fatto di non aver accettato di essere quello che sono, di non aver abbracciato la propria fragilità con lo stesso abbandono che Dio aveva scelto per sé quando aveva voluto che fosse l’uomo a nominare il creato. Hanno tentato di nascondersi perché non potevano più a tollerare la grandezza e l’esattezza di quello che già era stato rivelato loro. È da allora che, come sostiene T.S. Eliot nei Quattro Quartetti, gli esseri umani non riescono più a sopportare troppa realtà. Prima, nel giardino, la realtà non era troppa né troppo poca. Era, semplicemente: nuda, innocente, intatta.

 

4. Un pensiero sull’albero

Anche l’arte è nata quel giorno nell’Eden. Se ci bastasse l’albero, non ne dipingeremmo uno. Se ci bastassero le parole, non cercheremmo di interpretarle. Se ci riconoscessimo nel nome, non ci sentiremmo nudi. Non proveremmo vergogna.

 

Ad Infinita Notte, dal 26 al 29 settembre - Torino Spiritualità 2019: qui il programma completo. Alessandro Zaccuri interverrà alla Chiesa di San Giuseppe domenica 19 setttembre alle ore 16.30.

Opera di Sanam Khatibi.

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