Narciso nel bus

Ho sognato di essere a tavola con un gran numero di narcisisti. Nella situazione conviviale per un momento questi individui avevano deposto le loro armi e si contentavano di essere come i comuni mortali. Ma erano molto maldestri nel fare i normali, risultavano imbranati in tutto: uno raccontava barzellette in continuazione e nessuno mai rideva, non sapevano di cosa parlare tra di loro, erano sgraziati, maleducati, mangiavano goffamente, ed erano insofferenti, nervosi, tutti volevano andarsene. Io stavo in un angolo e alla fine, mentre uscivano, ho chiesto a uno di loro di dirmi chi fossero gli altri e lui mi ha risposto, un po’ stupito, dicendomi “Ma guardi che a tavola ero seduto da solo”.

Non è certo mia intenzione occuparmi del narcisismo, del Narciso patologico, per quello c’è la psicanalisi e la psichiatria di varia scuola. A me interessa piuttosto segnalare quanto pesante e faticosa sia una relazione umana quando nella polifonia psichica di una persona il narcisismo diventa il suono prevalente o addirittura dominante. È il Narciso nel bus che mi crea problema, il suo modo di stare nella normalità altrui con un atteggiamento di sprezzatura, di supponenza, una sicumera a prescindere, anche quando si limita, appunto, a stare seduto in un autobus, fermo e zitto, un modo di stare fermo e zitto che pensa di avere solo lui, fermo e zitto in modo esclusivo, superiore, da eletto. 

 

Il Narciso del sogno si è descritto bene, “da solo”, diceva. Credo che sia proprio questo il motto del narcisista. La sua è una solitudine un po’ strana, non subita, ma contraddittoriamente perseguita, perché il Narciso esiste da solo, in quanto tale, pur avendo uno smodato bisogno di audience. Ovunque tu lo metta, il Narciso è come se dichiarasse una solitudine che non vuole, e le articolazioni del suo vivere ogni singolo passaggio della vita sembrano ispirate a questo drammatico (e drammaturgico) sentimento. Il mio è stato un sogno con precise conseguenze: la tavolata di narcisi l’ho rivista più volte, da sveglio, e quei narcisi di volta in volta erano i narcisi reali che io conosco e, purtroppo, incontro. Un gruppo, e poi un altro, tutti ugualmente narcisi e “soli”, tutta gente con cui sto, ma che con me né con nessun altro vuole stare. Gente, anzi tavolate, che mi deprimono l’umore al solo pensarci. Provate a comporre una vostra tavolata, con i narcisi che voi conoscete, mettete insieme mentalmente le persone costantemente auto-riferite con cui avete a che fare, vedrete, vi sarà facile (a meno che non siate come loro) sentire una tremenda ondata di antipatia, di insopportabile astio che quel gruppo di “belle personcine” vi manda, amplificato dal fatto di essere messi assieme; una grande sberla di narcisismo. (Se si vuole grossolanamente proseguire in questo divertissement leggete i sintomi codificati del narcisismo – sono nove, ma ne bastano cinque per rientrare nella diagnosi – proposti dal DSA Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, qui)  

 

Ci sono Grandi Narcisi e Piccoli Narcisi, e si deve distinguere tra le grandi personalità geniali che, perfettamente coscienti di sé, trasformano il loro narcisismo in ulteriore alimento per la loro intelligenza, anzi per l’“astuzia della loro intelligenza” (Marcel Detienne), e le persone comuni narcisiste, gente non meno dei grandi narcisi innamorata di sé, ma non perfettamente cosciente della propria natura. Grandi o piccoli che siano i narcisi, il loro rispettivo narcisismo non è mai sminuito. Il coefficiente narcisistico, per così dire, rimane intatto. Grandi e piccoli, ma tutti ugualmente supponenti, sprezzanti, indifferenti. Neanche la politica può farcela: marxista o reazionario, sempre Narciso è. Lo guardi, ti vede, ma non ti guarda. Come quelli che sostano sul marciapiede chiacchierando e non ti lasciano passare. Se sei un collega, un socio, un amico di un amico, è costretto a salutare, ma volentieri non lo farebbe. Mai, dico mai, ti chiede un parere; o gli mandi spontanei segnali di approvazione – per un progetto, un’opinione, un acquisto –, anche semplici cenni, o il contatto nemmeno si crea. Lui è, tu forse. Si sveglia dal suo torpore solo se non lo approvi, se non lo condividi, se addirittura lo dici si infiamma, alza i toni, può insultare, andarsene, potrebbe anche picchiarti, ma non lo fa perché ha bisogno della tua approvazione che farà di tutto per riconquistare. Perché tu non devi disapprovare, non puoi dalla tua bassa umanità permetterti di non condividere la sua altezza. Un grande poeta nostrano, molto grande, una volta disse: “Nella mia vita ho provato interesse solo per i membri della mia famiglia”, davvero toccante!

 

Scrivo… e mi scappano i nomi e cognomi che ho in mente, persone in carne ed ossa che conosco: noti poeti, pericolosi critici, psicologi coraggiosi, giornalisti (quanti giornalisti), mediconzoli o normali sprovveduti, scrittori “d’Io gonfi”, artisti grandi e non, onesti falegnami e idraulici che però “al confronto Leonardo chi è?”, padri e madri di famiglia (pensate che padri, che madri!), mariti, mogli, tutti affamati di approvazione, solo di approvazione. Tutte creature sfrontatamente autosufficienti quanto disperatamente bisognose di approvazione. Confesso che almeno un paio di volte ho voluto regalarmi la gioia di contraddire dei gran narcisi davanti a un pubblico gremito e prestigioso (per buongusto non dirò mai chi dove e quando, ma quelli che c’erano lo ricordano ancora), e quello che mi colpì particolarmente, in ambedue i casi, furono i complimenti di molti dei presenti per l’“opportunità dell’intervento”, cioè “così si fa con questa gente supponente”. Non ne sono fiero, è stato difficile e faticoso, ma, come dire, a volte va fatto.

Al contrario delle persone non autoriferite, Narciso probabilmente rimarrà nei ricordi di una vita per la sua sgradevolezza. Si ricordano amichetti d’infanzia, compagni di scuola mai più visti nel corso della vita che hanno sempre esercitato un positivo ruolo mnestico di mansuetudine, di serenità, di freschezza umana. Non importa che cosa poi siano diventati, questo non ci riguarda, ciò che ci sta a cuore è quella loro bontà, perché è grazie a quella bontà che siamo riusciti a tirare avanti l’esistenza. A Narciso difficilmente toccherà di essere “conservato” nella memoria come fattore di serenità.

 

Questo è il punto di vista di chi vive attorno a Narciso, delle altre persone che stanno nel bus, non meno ferme e zitte. È ciò che gli altri di lui percepiscono, gli effetti collaterali del suo modo di stare al mondo: la sua indifferenza, la sua mancanza di condivisione, di affetto tout-court (o, all’inverso, lo speculare bisogno di affetto e attenzione esibito e strumentale), che trasformano il rapporto sociale in una menomazione. Freud diceva che la nostra “pulsione di autoconservazione” ha bisogno di un certo egoismo, per affrontare la vita necessitiamo di uno speciale affetto verso noi stessi, dobbiamo amarci. Quando questa “libido egoistica” si dilata, perché, poniamo, l’Io si sente più esposto, l’amore per sé si dilata, anche fino alla patologia (al cosiddetto “Narcisismo secondario”). E questo si esprime in precise modulazioni, più o meno intense, nella vita di relazione. È sicuro che Narciso fonda la sua natura sulla sua psiche, come noi tutti, del resto, ma ciò che a me qui preme è l’enfasi che certi atteggiamenti assumono, il fatto che questi comportamenti, di natura “interna”, sembrano coniugarsi alla perfezione con la sensibilità del tempo in cui viviamo. Non solo: io credo che si possa parlare anche di un vero e proprio narcisismo acquisito, solo esteriore, artefatto, un modo di andare tra la gente che semplicemente mima una patologia. 

 

Narciso (1890) di Jules-Cyrille Cavé.


Se il narcisismo è una camuffata condizione di sofferenza per cui forse non c’è riscatto (narciso viene dal greco narkè, sopore, e gli psicoanalisti spesso raccontano delle difficoltà, o addirittura dell’impossibilità che questi soggetti hanno nell’attivare il transfert), non ci sono dubbi sul fatto che sia una sofferenza che molto deve alla nostra epoca. Il mio non è un punto di vista scientifico (non potrebbe), ma quello che percepisco è, appunto, il dilagare di questa modalità esistenziale, che non aiuta, ma infragilisce le persone. Piace tanto il Narciso che sa trasformare la sua sofferenza, vera o presunta, in sfrontata sicurezza di sé. 

La dinamica di desiderio/piacere (utile l’articolo di Bifo Confusione (imperdonabile) tra piacere e desiderio, qui) sostituisce sempre più nell’immaginario quella di privazione/desiderio, c’è come un’inversione, e se la macchina della seduzione è quella che sembra meglio funzionare, che cosa c’è di più pertinente della vita come oggetto di seduzione di Narciso? È un fatto che il tipo Narciso è fortemente seduttivo, abilissimo nell’adescare l’altrui compiacenza, in un paradossale gioco di attrazione che rapidamente si tramuta nella sgradevole repulsione di cui sopra. Il Narciso va molto, sia nella versione leader fascinoso che in quella femmina fragile e impaurita, salvo poi svelarsi, più o meno dietro le quinte, nella sua incapacità empatica. E del “narcisismo digitale”, tutti youtuber e blogger, il trionfo dell’autoreferenzialità da casa e a costo zero, ne vogliamo parlare? 

 

Si leggano, ad esempio, Gilles Lipovetsky, La società della seduzione (Raffaello Cortina 2019), ne ha scritto qui Vanni Codeluppi, e, a dispetto del titolo, dello stesso Codeluppi La seduzione è in crisi (qui). Oppure Fabio Merlini, L’estetica triste (Bollati Boringhieri 2019, vedi Ugo Morelli, qui). Proprio Merlini propone una bella sintesi dicendo che l’innovazione nella società odierna “è tutta nel raffinamento di servizi e gadget in grado di rafforzare l’autoriconoscimento di un Io per il quale l’inseguimento del godimento narcisistico è diventato uno dei principali mezzi di affermazione, riproduzione ed espansione nelle società avanzate.” 

Il Narciso è un uomo-mondo non perché rappresenti o contenga il mondo, ma nel senso che è un mondo a sé stante. E questo me lo fa subito avvicinare a una certa sensibilità tipicamente italiana. Lungi da me ogni riflessione che abbia un riferimento anche lontano al nazionalismo d’accatto, che oggi piace tanto a tanti italiani (e mi dispiace infinitamente), mi riferisco piuttosto a quel certo tratto “indisciplinato” che storicamente viene attribuito agli abitanti della penisola, in tutte le sfumature e declinazioni regionali, che continua sia nella forma superficiale sia in quella più profonda, a manifestarsi nelle occasioni di relazionalità (sistemi politici, sistemi economici, sistemi sociali, sistemi giuridici, sistemi formativi), dove l’idea che qualcosa di nuovo si possa ancora imparare dagli altri non viene naturale. Nella nuova Italia, più grassa ma incattivita e inacidita, continua a ristagnare un Io sociale, regressivo, per cui il mondo rimane uno sfondo e l’unica scena che conta è quella dominata da una Famiglia tutta miseria-e-nobiltà, culturalmente antichissima e ostinatamente ribadita, perché autoriferita, per l’appunto. 

 

La domanda a cui si fatica a rispondere rimane: “Fino a che punto Narciso è psiche e quanto è cultura?” Come dire, se c’è un narcisismo esogeno, che viene da fuori, dalle dialettiche di usi costumi e comportamenti, da cui in qualche misura ci si può tenere lontani, questo può essere un terreno sul quale si può lavorare per smorzare l’effetto della malattia narcisistica. Ovvio che non stiamo parlando delle genetiche individuali, le persone singole sono come sono e i loro nodi li devono sciogliere innanzitutto con le loro mani, ma se dietro l’individuo c’è una collettività che preme in direzione narcisista, dell’appagamento dei desideri come fonte di equilibrio interiore, allora forse lo scudo della cultura può aiutare addirittura a guarire. Con opportuni cocktail a base di spirito critico, fatti di buone prassi, di comportamenti sostanziali e non mutuati dalla finzione del marketing neoliberista (vedi qui Happycracy. Socrate scontento o maiale soddisfatto). E, per me, la strada non può essere che quella della re-intermediazione dei contenuti del sapere. Come per la difesa della nostra biodiversità abbiamo inventato la banca che conserva sotto i ghiacciai artici i semi di base delle coltivazioni fondamentali (la Svalbard Global Seed Vault), così per la difesa del nostro assetto culturale dobbiamo ricominciare a piantare quei semi che pure sepolti qua e là ci sono e affidarne la crescita a terreni garantiti, a presidi culturali che non siano messi in vendita. È un tema che mi pare ancora poco affrontato in termini positivi, sul piano del concreto “che fare”, ma è così forse che il narcisismo, almeno quello di origine culturale, si può arginare. Per difendere dalla stupidera cosmica i nostri ragazzi, non per altro. Per proteggerli da una società narcisa che finge di amarti, ma vuole solo approvazione e in cambio ti dà indifferenza.

 

Montaigne nel Cinquecento tirò di scherma con gli umanisti, con una spada che, si sa, era un fioretto capace di tutto, e si interrogava sull’uomo, con una riflessione che oggi estenderei volentieri alla particolare tipologia del Narciso: 

 

Che egli mi faccia capire con la forza del suo ragionamento su quali basi ha fondato quei grandi privilegi che pensa di avere sulle altre creature. Chi gli ha fatto credere che quel mirabile movimento della volta celeste, la luce eterna di quelle fiaccole ruotanti così arditamente sul suo capo, i movimenti spaventosi di quel mare infinito siano stati determinati e perdurino per tanti secoli per la sua utilità e per il suo servizio? È possibile immaginare qualcosa di tanto ridicolo quanto il fatto che questa miserabile e meschina creatura, che non è neppure padrona di se stessa ed è esposta alle ingiurie di tutte le cose, si dica padrona e signora dell’universo, di cui non è in suo potere conoscere la minima parte, tanto meno comandarla?

(Michel de Montaigne, Apologia di Raymond Sebond, in Saggi, traduzione di Fausta Garavini, vol.I, Adelphi 2002, p.580) 

 

Per me sarebbe un utile promemoria, un realistico incentivo all’armonia tra di noi, che appenderei sui vetri del bus. Per una metamorfosi di Narciso, potremmo dire.

"Eco e Narciso" (1903), di John William Waterhouse.

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