Odio bianco

Due storie

La strage alla sinagoga di Pittsburgh, il 27 ottobre, ha spazzato via anche l’ultima illusione. Undici morti, sei feriti. È stato l’attacco antisemita più grave nella storia degli Stati Uniti, uno dei successi più clamorosi del suprematismo bianco. Eppure, mentre le settimane scorrono, cresce l’amaro del dejà vu. Questo è un film già visto troppe volte. Gli attori cambiano ma non il finale e tanto meno il regista. È già successo, succederà di nuovo.

I segnali d’allarme sono sotto gli occhi di tutti. Lo stesso micidiale impasto d’odio tiene insieme il massacro di Pittsburgh; le violenze neonaziste a Charlottesville, dove un anno fa ha perso la vita la ventiquattrenne Heather Heyer; l’attacco alla chiesa di Charleston dove nel 2015 Dylann Roof ha trucidato nove afroamericani; la furia crescente contro immigrati, ispanici, musulmani, donne, Lgbt, intellettuali e correttezza politica.

Il mandante rimanda al vasto arcipelago del suprematismo bianco che, smessi i cappucci del Ku Klux Klan, gioca ormai un ruolo di primo piano sulla scena politica sotto l’etichetta più neutra di “white nationalism” – dove la parola chiave è “white”.

 

A lungo liquidato come un fenomeno di retroguardia, una di quelle bizzarrie che allignano nelle periferie tra paranoici e fanatici di professione, senza Donald Trump sarebbe rimasto confinato ai margini. Ma, come spiega il report dell’Antidefamation League From Alt Right to Alt Lite: Naming the Hate, la “retorica della campagna presidenziale del 2016”, contribuisce in modo decisivo a sdoganarne i temi un tempo considerati tabù.

Il risultato non si fa attendere. L’alt right – come la ribattezza Richard Spencer, stella accademica del white nationalism – registra una crescita stratosferica. E mentre si afferma come “il movimento estremista più visibile degli Stati Uniti”, gli attacchi online agli ebrei si moltiplicano fino all’intollerabile.

Le elezioni rivelano, all’America e al mondo intero, che l’odio è più radicato di quel che si pensi. Il database del Southern Poverty Law Center, uno dei maggiori gruppi per i diritti civili che da anni mappa la situazione, fotografa una realtà impressionante.

Un migliaio di hate groups in prevalenza concentrati al Sud – suprematisti bianchi, neconfederati, neonazisti, KKL, skinhead, anti-immigrati, cristiani radical, black nationalist, sovereign citizens e altri ancora. Al loro fianco, quasi trecento milizie in servizio attivo.

Il conteggio però non finisce qui. Il web – in cui il movimento ha riconosciuto con prontezza uno strumento indispensabile – moltiplica all’infinito il messaggio estremista reclutando sempre nuovi adepti, soprattutto fra i giovanissimi. È un pulviscolo velenoso di community online, radio, hate music, social network, raduni e concerti di cui nessuno conosce la reale estensione.

Accanto ai numeri, per capire le idee servono le storie. A guidarci in quest’universo segreto sono quelle di due ventenni che l’odio bianco ha segnato per sempre – il suprematista pentito Dereck Black e il killer di Charleston Dylann Roof.

 

Il primo è al centro di uno dei libri più appassionanti di quest’anno, Rising from Hatred: The Awakening of a Former White Nationalist (Doubleday, 304 pp.), di Eli Saslow, reporter del Washington Post e Pulitzer Prize. A rendere unica la traiettoria di Dereck è il fatto di essere nato e cresciuto nell’epicentro del nazionalismo bianco. Suo padre è Don Black, il fondatore di Stormfront, la più grande comunità razzista online. David Duke, Grand Wizard del Ku Klux Klan che negli anni Novanta sta per diventare governatore della Louisiana, è il suo padrino.

Dereck Black è l’erede designato. A 19 anni ha già debuttato in politica, aperto su Stormfront la prima community suprematista per bambini, lanciato una radio web e un talk show di successo. Soprattutto, ha avviato nel movimento un processo di normalizzazione del linguaggio che ripulisce da minacce, insulti, tirate naziste. Non è un cambio di rotta, ma un’operazione cosmetica per “infiltrarsi” nel sistema che purtroppo finirà per rivelarsi decisiva.

Brillante e creativo, è destinato al college. E qui il suo cammino trionfale s’interrompe. Al New College of Florida, campus di tradizione liberal, fa i conti con la diversità da cui i suoi l’hanno sempre tenuto lontano. Più del pandemonio di proteste e sgarbi che scoppia appena gli studenti scoprono chi è, a fare breccia nella sua corazza ideologica sono Matthew e Moshe: due compagni ebrei, i peggiori nemici di un suprematista.

 

 

La violenza antisemita delle opinioni di Dereck li terrorizza, ma ogni venerdì sera lo invitano alla cena dello Shabbat. Celebrano con lui il kiddush sul vino e discutono di scienza, storia, filosofia. L’unico argomento mai evocato è il suprematismo. Si cementa così un’amicizia che spinge Dereck Black a mettersi in discussione.

Pagina dopo pagina, lo seguiamo nella sua drammatica presa di coscienza che lo porta a sconfessare pubblicamente la follia suprematista, rompendo con la famiglia e i compagni di sempre. “Mi è diventato chiaro che il nazionalismo bianco non è un movimento di identità positiva o di valori culturali, ma di costante antagonismo nei confronti del miglioramento di altri gruppi”, scrive nel 2015 in un testo ripreso da tutte le testate nazionali.

Attraverso interviste, archivi, email e chat, Eli Saslow ci conduce allo snodo fra KKL e web dove, fra bandiere confederate e insegne naziste, si rimescolano odi vecchi e nuovi. Dereck Black e i suoi parlano a una platea di uomini, giovani e poco istruiti, arrabbiati con l’economia che li ha lasciati indietro, la politica che non li ascolta, le minoranze che avanzano.

L’alt right offre loro una visione del mondo che contiene la soluzione. È la teoria del “genocidio bianco”, l’attacco all’America dei fondatori per mano di neri, ispanici, musulmani ed ebrei. Secondo il collaudato meccanismo del capro espiatorio, è colpa degli “usurpatori”, se i bianchi sono spossessati del lavoro, delle prospettive, dello stile di vita, del ruolo sociale e culturale cui hanno diritto.

La paranoia del complotto percorre, con varianti locali, l’intera galassia in crescita dei neofascismi e neonazismi. Ad alimentarla, negli Stati Uniti, è la virulenza di un razzismo che sgorga dritto dal pozzo della Storia. Nutrito del rimpianto per il tempo in cui i bianchi erano padroni, i diritti civili una bestemmia e un presidente come Obama impensabile, il tradizionale accanimento contro gli afroamericani si salda con naturalezza all’intolleranza, anch’essa ben radicata nel passato, per gli immigrati e gli ebrei.

In un’America sempre più ineguale, dove regioni intere affogano nella povertà e le proiezioni dicono che fra una generazione i bianchi non saranno più maggioranza, è una chiamata alle armi irresistibile. Soprattutto quando a fornirle una cassa di risonanza è, fra lo stupore degli stessi militanti, il candidato e poi presidente Trump.

 

La storia di un altro ventenne, Dylann Roof, il killer di Charleston, illumina il cuore di questa rabbia. A ricostruirla è il magnifico reportage di Rachel Kaadzi Ghansah, A Most American Terrorist: The Making of Dylann Roof, pubblicato su Gq e vincitore un anno fa del National Magazine Award. L’autrice è a Charleston per seguire il processo al responsabile del massacro all’Emanuel Church. Vuole scrivere delle vittime e delle loro famiglie, ma a catturare la sua attenzione è l’imputato. Dylann è un biondino educato e silenzioso che passa inosservato. Finché impugna la Glock che il padre gli ha regalato per i suoi 21 anni, guida fino a Charleston, entra in una chiesa e uccide nove persone.

È un gesto a lungo premeditato. L’ha fatto, spiegherà, perché gli afroamericani “violentano le nostre donne e si stanno impadronendo del nostro paese”. Al processo, dove sfoggia rune naziste e insegne del KKK, resta in silenzio e rifiuta di guardare in faccia i sopravvissuti o mostrare segni di rimorso.

Sarà la prima persona nella storia degli Stati Uniti a essere condannata a morte per hate crime federale e di lui non c’è altro da dire. “È come se avesse fluttuato nella vita della gente senza lasciare nulla da ricordare”, scrive Ghanzah.

 

La strage matura proprio in questo nulla, nella miseria di un sobborgo in South Carolina, dove i giorni sono tutti uguali e il futuro è un lusso. Dylann passa il tempo fra il web e le serate a stonarsi di canne e birra. Non ha amici, ha lasciato la scuola, si barcamena fra lavori precari, è depresso, sprofonda nel vittimismo.

Finisce per trovare le risposte nei forum dell’odio suprematista, nel “genocidio bianco” che lo spossessa di ciò che crede gli spetti. Un tempo i killer del suprematismo bianco crescevano sul campo, nel corso degli anni, all’interno di gruppi, incontri, raduni. Adesso per radicalizzarsi basta una connessione internet.

Si esce da queste due storie con un senso di disperazione. Quella di Dereck Black mostra che anche l’odio più radicato può guarire nella cultura, nell’incontro con l’altro, nella speranza di un domani. Lungo la strada imboccata dall’attivismo sociale – lotta al pregiudizio, educazione alla tolleranza, legalità, sostegno alle vittime. 

 

Ma il suo è un percorso d’eccezione, una di quelle storie su cui si scrive un libro. Poi c’è la pancia del Paese che rimastica le parole dell’odio e c’è Dylann Roof. Uno dei tanti lupi solitari che nella bolla del web covano rabbia e ossessioni, fino a esplodere nel mondo e seminare morte.  

È andata così anche con Robert Bowers, il killer della sinagoga di Pittsburgh. Per mesi ha postato insulti violentemente antisemiti su Gab, il social preferito dell’estrema destra, mentre nella sua mente l’urgenza di fermare il “genocidio bianco” cresceva fino al parossismo. “Non posso restare seduto e guardare il mio popolo venire massacrato”, scrive poco prima dell’attacco. 

Apre il fuoco un sabato mattina, quando la sinagoga è più affollata. Un altro luogo di preghiera, un’altra comunità ferita. Come a Charleston, come in Texas, come nel tempio Sikh in Wisconsin. Resta solo da chiedersi chi sarà il prossimo bersaglio.

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