Omelia Contadina

Cappello trilby e occhiali da sole a goccia: sono i due accessori ormai imprescindibili dell’artista JR. Regolarmente indossati un po’ per vezzo e un po’ memoria del camouflage da writer che ha segnato la sua adolescenza. Tanto che, nel docufilm roadmovie Visages, villages (2017, vincitore del premio Golden Eye al Festival di Cannes), Agnès Varda spesso gli domanda di farle vedere i suoi occhi. E, non a caso, la pellicola si conclude col primo piano di JR nell’atto di togliersi gli occhiali mentre l’immagine del suo volto, lentamente, ma inesorabilmente, sfoca, lasciando così il mistero. Ed è con questi inseparabili complementi che appare nelle foto dei suoi profili social, come nel sito web, divenendo una sorta di logo, di sigla riconoscibile per l’unità dell’identità visibile. 

 

 

 

 

 

Seppure l’inizio del suo percorso artistico come fotografo sembra casuale (racconta, infatti, che, nel 2001, dopo aver trovato una macchina fotografica nella metropolitana di Parigi, ha cominciato a scattare foto per documentare sia i propri graffiti che quelli degli altri artisti durante le loro azioni) tutto il resto, a partire dal suo milione e mezzo di follower su Instagram, è, invece, frutto di complessi progetti, di tanta attenzione e lunghe ore di lavoro. Classe 1983, nato a Montfermiel, al secolo Jean René, ha abbreviato sarcasticamente il suo nome nelle due iniziali col preciso riferimento al famoso J.R. Erwing, lo spietato magnate petrolifero e allevatore industriale di bestiame texano, protagonista di Dallas, la soap opera che ha accompagnato milioni di famiglie dal 1978 al 1991. 

 

 

Sin dai suoi primi blitz di writer, è interessato a esplorare i limiti verticali, i muri e le facciate che costruiscono una città. Per tale motivo, nel 2004, dopo aver saputo che sarebbero stati abbattuti i palazzi Les Bosquets (definiti da Jean-Riad Kechaou come “un ghetto francese”), nonostante fossero nello stesso territorio in cui è nato, li visita per la prima volta. Accompagnato dalla sua macchina fotografica, arriva con l’intenzione di incollare i poster di Ritratti di una generazione all’interno dei palazzi destinati ad essere demoliti. Sono le immagini di giovani fotografati nelle periferie parigine, con la volontà di raccontare una storia di quei ragazzi diversa dalla narrazione dei giornali televisivi. Non avendo ottenuto l’autorizzazione, nottetempo, con l’appoggio degli ex inquilini che gli forniscono le planimetrie degli appartamenti, entra negli edifici e, con la collaborazione di altre ventiquattro persone, incolla in ordine sparso, parte di volti nei diversi vani delle case.

 

 

 

 

 

 


 

Operazione che gli valse l’arresto, nonostante non ne comprendesse il motivo. Solo l’indomani, allorquando le ruspe procedono all’abbattimento dei muri, si svelano questi dettagli, come di giganti intrappolati nelle pareti animate dallo spirito vitale di quegli adolescenti. Ritratti plein quadre raccolti, poi, nell’omonimo catalogo, che riporta la prefazione di Vincent Cassel (piccola nota sui cataloghi: sono anch’essi un piccolo gioiello di grafica). Nella stessa occasione, il suo amico Ladj Ly – regista de I Miserabili (2020) – con la videocamera imbracciata come una mitragliatrice, riprende le sue azioni e, di contro, JR lo fotografa in quella posa, la prima foto a essere impressa sulla pellicola. Poco dopo, nel 2005, a seguito della morte di Zyed e Bouna, scoppiarono dure sommosse nelle banlieue parigine e quest’immagine divenne il simbolo di quelle contestazioni.

 

 

Nella stessa foto, oltre ad essere presenti i bambini che chiesero di essere fotografati, si individuano, sullo sfondo, i piccoli poster di Expo2Rue, ovvero i primissimi lavori di JR, allorché iniziò ad attaccare sui muri esterni degli edifici le fotocopie degli scatti delle azioni dei writer (già inserite nella mostra Toit et moi, realizzata sui tetti di Parigi), sui quali è però intervenuto correggendo in ExpoDBoske. Infine, sempre Les Bosquets, nel 2014, diventano il palcoscenico dell’omonimo balletto svolto da quarantadue ballerini della compagnia del New York City Ballet (The Groves è il cortometraggio realizzato in quell’occasione, la cui musica è stata composta da Woodkid, Hans Zimmer e Pharrell Williams, presentato al Tribeca Film Festival), che vede JR indossare le vesti di direttore di scena, sceneggiatore e produttore. Una descrizione poco lineare, questa degli esordi, ma che rivela i continui rimandi e intrecci di cui si compone ed è strutturato il lavoro di JR.

 

 

Perché Expo2Rue, oltre a rappresentare il primo abbozzo delle future installazioni ambientali, incarna uno dei concetti cardine della visione artistica di JR: le strade della città diventano gallerie spalancate, a cielo aperto, universali, dove tutti possono accedere e vedere/ammirare, senza alcuna distinzione, “attirando l’attenzione – come lui stesso afferma – anche di chi normalmente non si reca in un museo. In questo modo ho la più grande galleria del mondo: i muri del mondo intero”. 

Dicevamo descrizione un po’ contorta, perché tutta l’attività di JR racchiude tanti elementi e idee e ha altrettanti numerosi rimandi, come dimostrano le definizioni che alcuni attribuiscono a lui (da performer, artivista urbano, street photographer a street artist; taluni, con poca accortezza, lo hanno addirittura nominato “il Bansky parigino”) e alla sua arte (action art, collage, arte urbana, arte urbana monumentale, infiltrating art, e così via). Mentre JR si definisce semplicemente photographe (a volte “photograffeur: fotografo+graffitista) e chiama i propri lavori “papier collé”. 

 

Si può dire, però, che il grande successo lo raggiunge nel 2011 con l’assegnazione del premio TED PRIZE col progetto INSIDEOUT, col significativo sottotitolo “a global project trasforming messages of personal identity into works of art”. Attraverso Instagram, ha invitato gli abitanti di ogni parte del mondo a fotografare se stessi, la città e il paese in cui vivono, e a caricare le immagini su un sito dedicato. Le immagini sono stampate dallo studio di JR e spedite agli autori affinché le affiggano sui muri di palazzi precedentemente individuati. Attualmente sono stati caricati 362.700 ritratti di ben 142 paesi, compresi Riace e “L’Italia sono anch’io”-“Italiani senza cittadinanza”.

 


Gli ultimi progetti, nonostante siano realizzati col supporto di una équipe di una quindicina di persone, per la grandezza dei temi trattati, ma anche per le dimensioni e l’impegno, lo fanno apparire come un piccolo David, che affronta il grande Golia e, da solo, cammina sullo strato di un mare ghiacciato, con alle spalle un’enorme nave che rompe la superficie del ghiaccio (parafrasi del video di Guido van Der Werve, Nummer acht, everything is going to be alright, 2007).

 

 

 

 

 

 

Perché molte sue idee, faraoniche per tempo, energie, numero di persone coinvolte, lo vedono pressoché solitario, contro grandi ingiustizie e mancanze, politiche e sociali, con costante impegno di dare voce/identità a chi non ce l’ha, ridisegnando così la personalità di alcuni agglomerati urbani, e riconsegnando anche una memoria, altrimenti persa o sconosciuta. Vedi Chroniques de Clichy-Montfermeil (Palais de Tokyo, 2017) dove sono ritratte ben 750 persone comuni del quartiere, ognuna ben in vista e senza ombre. Oppure il passaggio di Visages, Villages, girato nel quartiere di minatori di Bruay-La Brussière della Regione Nord Pas dove, sulle facciate delle case, per la maggior parte oramai abbandonate, sono stati riprodotti enormi ritratti dei minatori che hanno popolato il quartiere, nonché Jeanine, l’ultima abitante della via. 

 

Quella di JR è un’arte partecipata, relazionale, che fonde l’azione con l’impegno, mette in contatto le persone, le quali diventano così protagoniste di un rinnovato racconto, di una rinnovata comunità, con la netta convinzione che l’arte può cambiare il mondo, perché permette di vedere le cose da punti di vista diversi. Basti ricordare lo strepitoso lavoro The Gun Chronicle A Story of America, Work in Progress, 2018 (di cui esiste un’app attraverso la quale si possono ascoltare le ragioni di ogni singolo personaggio): una fotografia di grande formato, composta dal collage di ritratti di centinaia di persone disposti su cinque rilievi, con il quale mette a confronto, e non solo in senso figurativo, i sostenitori del possesso delle armi negli USA e i contrari. Un confronto anche fisico che, in alcune circostanze, ha permesso di comprendere al meglio le posizioni dell’altro e mettere in discussione la propria visione. 

 

 

Un’arte partecipata è quanto crea anche in Omelia Contadina, personale recentemente inaugurata nella Galleria Continua, San Gimignano, visitabile fino al 20 gennaio 2021. Prima mostra in Italia in una galleria privata (nel 2007 lo abbiamo visto affiggere dei suoi lavori sui muri dell’Arsenale de La Tesa 105 nella 52. Biennale di Venezia) con la quale lancia un accorato grido di allarme contro l’ecocidio che da decenni si sta perpetrando nei confronti dell’ambiente. Con la conseguente lenta agonia dei contadini, che saranno destinati ad estinguersi, in caso di mancata inversione di rotta, alla stessa stregua di tante specie animali e vegetali, annullate a causa di quella che Jeremy Rifkin chiama “la cultura della carne” imperante in Occidente. Pure in Omelia sono sommati tanti elementi, perché è una performance accompagnata da un’azione cinematografica, in quanto il video è stato realizzato dalla regista Alice Rohrwacher, con rimandi a La Rabbia, il film del 1963 di Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi.

 

 

Un gruppo di contadini dell’altopiano dell’Alfina, ormai ridotti allo stremo a causa delle monocolture, esegue il corteo funebre del Contadino, prossimo anche all’estinzione. E, come elogio funebre è, per l’appunto, letto un passo pasoliniano. Figlio in tutto e per tutto dell’era tecnologica, JR agevolmente maneggia non solo il web, ma anche i social, con i suoi lati positivi e negativi. In questo caso, si è affidato alla ripresa pedissequa del passaggio pasoliniano così come circola nella rete che, in chissà quale momento, è stato modificato rispetto all’originale del film, che vede l’aggiunta di “quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle” che, nella denuncia ambientale, è comprensibile.

 

 

 

 

 

Corteo funebre dapprima eseguito sull’altopiano di Alfina e poi, in occasione dell’inaugurazione della mostra, ripresentato per le vie di San Gimignano. Così, le gigantesche figure di contadini, innalzati a emblemi universali dell’intera categoria, sono letteralmente seppellite ad Alfina e virtualmente nella platea di Continua, attraverso un sapiente trompe l’oeil sul pavimento di una fossa scavata nel terreno. Un appello forte e urgente a un cambio di passo, perché il passaggio violento dall’antropocentrismo all’antropomorfismo, sfociato in quello che è stato, per l’appunto, definito Antropocene, comporta l’uso scriteriato delle risorse naturali esauribili che, se non oculatamente gestite, avrà l’inevitabile conseguenza di una frattura irreparabile con l’equilibrio ambientale. 

 

 

Una mostra, quella allestita da Continua, ricca di elementi che consentono di scoprire l’artista anche da parte di chi non conosce in modo puntuale il suo lavoro. Per questo, il visitatore, nella prima sala, è accolto da un esteso collage di immagini dei suoi vari progetti realizzati nel corso della sua carriera artistica e nel mondo (come ad esempio FacetoFace; Women Are Heroes; GIANTS; Tehachapi; COSA SARÀ, copertina di Vanity Fair Italia). Le immagini, alcune delle quali sono divenute sotto molti aspetti anche emblematiche (come la ballerina seduta su una pila di containers nel porto di Le Havre), sono accompagnate da veloci scritti che, telegraficamente, enunciano o il progetto o un pensiero di JR. Le salette laterali sono invece disseminate dei suoi cortometraggi, tra cui il magnetico Ellis con Robert De Niro. 

 

 

E, quindi, oltre a far proprio “il principio di responsabilità” di Hans Jonas, non si può far altro di tenere ben a mente le frasi di Pasolini pronunciate al 20’ e 42” del già citato film che, se ignorate, suonano come un sicuro De Profundis: “quando un americano si sentirà uguale ad un altro milione di americani, nell’amore della democrazia: questa è la malattia del mondo futuro. Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione e del consumo, allora la nostra sarà finita”. O forse, la nostra storia è finita. 

 

JR – Omelia contadina, Galleria Continua, via del Castello, San Gimignanodal 26.09.2020 al 10.01.2020

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