Paolo Bacilieri: disegnare Milano

“Tramezzino”

Può capitare di trovarsi a passeggio per le vie di Milano, in un tempo morto, e di sentire il suo motore sotterraneo, fatto di ronzii incessanti e pulsazioni che si trasmettono sull’asfalto. Allo stesso modo si potrebbe percepire, se la condizione è favorevole e s’incappa nell’intervallo giusto, una piccola variazione del suo ritmo, come uno spostamento di accento… lì, in quel mentre, dev’essere scattato qualcosa: un incontro forse? Chissà. Difficile è nominare quel lasso di tempo in cui veniamo “distratti”. È proprio in questo “scarto” che opera Paolo Bacilieri: il suo Tramezzino (Canicola Edizioni, 36 pagg.) traduce bene questi istanti imprevedibili (e quasi impercettibili) che si generano spontaneamente entro il tessuto urbano e ne fa racconto. Li traduce per comprenderli, tende a risolverli nei contorni decisi e proporzionati dei suoi disegni, li inquadra scegliendo tagli interessanti e li monta secondo una marcata sovrapposizione di piani – dettagli e scorci cittadini – per farsi “spazio” all’interno della stessa frenetica Milano che lo ha conquistato.

 

 

Non c’è colore, è sufficiente il contrasto chiaro-scuro a restituire volume e tridimensionalità alle tavole, che colpiscono per ricchezza di particolari, e sembrano voler dire: anche la città può essere paesaggio innocuo, spunto scenografico e riflesso d’uno stato d’animo spensierato. Occorre, a questo proposito, porsi entro una prospettiva inedita dal momento che una città produttiva e competitiva come Milano ha anche dei lati negativi, ma in Tramezzino il “compito” ci viene notevolmente facilitato. Non che Milano venga qui celebrata tout court e, in effetti, il tramezzino è quello spuntino d’importazione – meno nobile del Panino e con una costante amarognola – che si mangia un po’ per necessità, giusto “per mandar giù un boccone” se i tempi stringono.

 

È interessante notare come, nelle immagini che scorrono sotto i nostri occhi, si sperimenti un’adesione completa allo spazio urbano di Milano. Evidentemente, Bacilieri ha saputo sedimentare un personale sostrato di disegno in cui la città viene rievocata e amplificata sino a riprodursi nelle sue dimensioni naturali: le vedute a fumetti sulla città di Milano paiono in scala 1:1 e noi ci sentiamo piccoli, momentanei passanti… Il verso di percorrenza della lettura-scrittura aumenta ancora di più questa sensazione e nella frammentazione operata dal linguaggio a fumetti riusciamo a cogliere per intero tutte le sfumature della città. Così si unisce piacere per la lettura e divertimento nel guardare, con un voyeurismo trasognato e malinconico. 

 

 

Seguiamo la vicenda di due giovani innamorati, ma ci teniamo a debita distanza e li lasciamo fare, presi come sono dal loro incontro. Ascoltiamo la musica che proviene dagli appartamenti e si confonde con gli schiamazzi del traffico, ci mimetizziamo fra le silhouette bianco-nere dei passanti e ci capita di leggere il nome di una via e di riconoscerne le facciate dei palazzi. Proviamo una nostalgia immotivata, quasi involontaria e riponiamo nei disegni di Bacilieri una fiducia ritrovata: Milano, finalmente! Senza cinismo e la consueta noia. Quella stessa noia che sembra aver permeato l’atteggiamento dell’abitante assorbito nelle grandi città, diventate giostre del cosmopolitismo e del turismo di consumo. “Ma qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure” (sembra ancora di sentire da una finestra aperta sulla strada) e alcuni luoghi di passaggio conservano la loro specifica carica di magia…  

 

Mario Asnago e Claudio Vender, palazzo residenziale di via Verga (1961 -1965).


Così viene alla luce un altro importante aspetto della città meneghina: quell’interessante e unico processo di ricostruzione e riprogettazione di Milano (nel secondo dopoguerra), in funzione di quell’aspirazione verso una “modernità gentile” e “urbanità", nel senso anglosassone della parola – “buone maniere” – che la contraddistingue e la caratterizza, per come lo “spazio” dialoga costantemente con gli abitanti e con le dinamiche interne della vita sociale ed economica. Le pagine dedicate ad alcuni edifici di Luigi Caccia Dominioni, il palazzo residenziale di Via Verga progettato da Mario Asnago e Claudio Vender (dove i due giovani si rifugiano a causa della pioggia) sono tutti rimandi all’architettura degli anni ’60 adeguata ad una nuova classe borghese, progressista e colta. E qui assistiamo al “tramezzino” vero e proprio, vale a dire alla transizione verso la banalità di quella borghesia, che si è adagiata sempre più fino a divenire caricatura di sé stessa. Così Daddo (il personaggio principale della storia) per assurdo, non sa chi è Mussolini (nell’appartamento dello zio immobiliarista sono accostati ironicamente busto di Mussolini e nano della Kartel), non ha coscienza storica e vive un presente cristallizzato nell’apatia cittadina. 

 

 

Il disincanto e la disillusione per Milano valgono anche per la storia d’amore fra Daddo e Skilla, che finisce aspramente con il ritorno di Skilla ad Atene: “Milano, che, me ne sono accorto con il passare del tempo e dei soggiorni, rimane una pesante città lombarda, piuttosto sporca e senza charme, mi abbagliò quando ci arrivammo al mattino. Fu la prima città colorata che scoprii: il rosso, il giallo, l’ocra dei suoi muri e dei suoi tetti…” legge Skilla – si tratta di un passaggio de La Lepre della Patagonia di Claude Lanzmann – in procinto di partire, portatrice di una femminilità autentica e affascinante. Sarebbe bene soffermarsi ancora per un momento su di lei, su come è stata disegnata, sui suoi lineamenti marcati e gli occhi grandi (“verde palude” scrive Bacilieri) e taglienti… i capelli folti e crespi, una sensualità intensa ed abbagliante. È cresciuta ad Atene, in Grecia, culla del pensiero occidentale e radice della nostra lingua, dove ha sede la parola e i suoi significati. Il contorno netto della sua figura lascia immaginare come l’autore non abbia avuto esitazioni su di lei: i palazzi, i nomi delle vie, il giro in Triennale, l’innamoramento con Daddo… Insomma, Milano è per lei, per il suo sguardo attento e indagatore; e a Milano lei lascerà un vuoto, il senso di una mancanza, nel cuore di Daddo e fra le vie della città. È stata la variazione, lo spostamento di accento, il sapore intenso sopra i “baffetti velleitari” di Daddo. 

Skilla si potrebbe ricondurre a simbolo (il fumetto di Bacilieri è una costellazione di simboli) nei suoi “capelli impossibili” potremmo leggere una Medusa - vuol dire "protettrice", "guardiana", da μέδω, médō, “proteggere".

 


Daddo, “occhi buoni”, lo vediamo inquadrato la prima volta con un particolare mezzo busto a tre quarti, in una posa che denota un atteggiamento trascinato e vagamente malinconico, sembra già ricordare… “Asteri mou” gli sussurra Skilla – “Stella mia” – con questa parola, “Asteri”, che ha proprio la forma di una stella, e la sua luce lontana. La città sembra essersi fermata lì, in quel breve istante, che dal momento in cui nasce è già svanito. Milano allora è sempre la possibilità di quel momento, è e sarà sempre la voce innamorata di Skilla, che pronuncia la stella. 

Così come lo è stata, Milano, nella mano di Bacilieri mentre disegna, e nello sguardo del lettore, mentre ripercorreva il suo disegno e la sua storia.

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