Paul Celan e Ilana Shmueli: “Le mie poesie hanno già parlato”

Una chiave per com-prendere gli enigmi di Paul Celan, poeta “oscuro” per definizione, è forse racchiusa in un breve libro-testimonianza: Di’ che Gerusalemme è, di Ilana Shmueli (Quodlibet, 2002). L’autrice, ebrea, amica d’infanzia di Paul e come lui nata a Czernowitz, amò Celan durante il suo breve (e ultimo) viaggio a Gerusalemme. In questo piccolo libro nato vent’anni dopo trascrive le sue lettere e le sue poesie, le commenta e le interpreta; parla di Celan come se lui fosse ancora presente sulla terra, scrive il diario dei giorni del loro incontro, di cui però suggerisce di non volere svelare tutto il mistero. «Scrivere su Celan significa per me anche scrivere della nostra origine, luoghi, periodi, ambienti di vita che hanno condizionato il nostro essere e il nostro destino: Czernowitz tra le due guerre mondiali, Czernowitz negli anni della seconda guerra mondiale» (DCG, p. 16).

 

Celan e Ilana, dopo l’amicizia degli anni d’infanzia, si rivedono una prima volta a Parigi, nel 1965, dove discutono di linguaggio, destino, ebraismo. Tra il 1966 e il 1967 il poeta e la moglie Gisèle Lestrange, geniale illustratrice dei suoi libri, vivono separati, mentre Celan è ricoverato più volte in cliniche psichiatriche. Abita da solo in camere ammobiliate e trova il suo precario rifugio solo nella stanza affollata di carte e di libri dell’École Normale parigina, dove lavora. In quel periodo decide di rivedere Ilana e di conoscere Israele, e parte per Gerusalemme all’inizio di ottobre del 1969. Vi resterà fino al 17 ottobre. Ilana annota: «Qui cercava il Tu, quel Tu, che sa cosa significa l’estraneo, che conosce la sua lingua, con il quale si può anche scherzare con tutte le parole impossibili, i giochi di parole e le vecchie storie... Cercava l’allora. Gli piaceva ricordarsi di tutto questo e spesso scoppiava a ridere a voce alta. Andavamo insieme in giro per Gerusalemme» (DCG, p. 29).

 

 

Questa semplice frase, “Andavamo insieme in giro per Gerusalemme”, sintetizza un rapporto discreto e segreto, geloso della propria intimità, ed è intrisa dell’affettuosa e brusca tenerezza che pervade tutto il libro. Nel leggerlo ora, ci sembra di scrutare, dalla camera accanto, un colloquio intimo e attuale scritto a trent’anni dalla morte del poeta, una lettera postuma che è anche lucido e pudico sguardo rivolto a una persona di eccezionale vulnerabilità e di tragica sensibilità. «Egli venne per la “strada verso la ricerca della realtà”. Molto ha trovato, nel suo modo particolare, sismografico, quasi a pelle scoperta, interiorizzato, e ha ripreso a vivere. Forse ne è anche morto, forse anche di questo. Sapeva del baratro che, quasi insuperabile, si apriva tra lui e questa realtà, sapeva delle delusioni e del dolore che là lo aspettavano; e tuttavia il suo viaggio a Gerusalemme è stato un compimento». Il 17 ottobre Paul Celan lascia Israele e Ilana Shmueli, per tornare a Parigi dove, qualche mese dopo, si toglierà la vita annegandosi nelle acque della Senna.

 

«Io vedevo la sua malattia come una infinita estraneità, le ripetute rotture e incrinature nella sua vita. Essendo in fondo un ribelle indomabile, non voleva e non poteva adeguarsi, si sbatteva e si feriva sempre di nuovo. Non era forse questa “follia” il maggior dolore pensabile da cui Celan scriveva le sue poesie? IL MONDO DA RIBALBETTARE, / dove io ospite / sarò stato, un nome, / trasudato giù dal muro / a cui alto lambisce una ferita (p. 66, DCG)». Ilana ricorda le parole di Celan: «La poesia deve distinguersi dal delirio, essa è sovrana». E questa “sovranità”, lo spazio che la poesia esige contro il mondo, pervade l’intero libro come una certezza ineluttabile. Celan, per tutti i mesi che precederanno la sua morte, la elegge a sua interlocutrice principale. Già una settimana dopo il suo ritorno a Parigi le scrive: «ma che forma avrà ciò che io adesso annoto, dopo Gerusalemme? Che Gerusalemme sarebbe stata una cesura nella mia vita, una svolta – tutto questo lo sapevo» (p. 34, DCG). Inizia a mandare lettere che spesso accompagna con poesie nuove. Il 3 novembre 1969 scrive: «...so che tu sai più di quanto ti ho detto, molto di più, e sapevo anche bene che tu sapevi e avresti saputo di più. È per questo che potevo a te “dire” – se mai “dire” è la parola giusta per questo – però so che ora potrò dire ancora di più...» (p. 46, DCG).

 

Qualcosa di misterioso pervade il loro rapporto, che acquista progressivamente una sua intimità leggera, felice. «Nelle nostre lettere la parola “quasi” aveva un’importanza particolare. Io chiamavo le sue lettere spesso “quasi” poesie... Il 16 dicembre Celan mi scriveva: “Io credo di sapere qualcosa delle spazialità, delle possibilità del QUASI. Accludo a queste righe un paio di versi di poesia, che l’altro ieri… mi sono ancora venuti in mente: “CI SARA’ qualcosa, più tardi, / si riempie di te / e si leva / a una bocca // dal frantumato / delirio / io mi alzo / e guardo la mia mano, / e come traccia il solo, / unico / cerchio”» (p. 53, DCG).

 

 

Ilana procede nel suo libro come in un intimo racconto d’amore, delinea il ritratto del poeta e delle sue poesie, e lo coglie nei più intimi dettagli psicologici. Malgrado la crescente confidenza, emerge un’aria di amicizia sacra, di irripetibile vicinanza, che commuove nel tono sospeso e distanziato del narrare. Ilana tornerà a trovare Celan a Parigi fra il Natale e il Capodanno del 1969, lasciando famiglia, marito e figlia. «Sapevamo che ci attendevano anche momenti molto difficili, sapevamo, senza esprimerlo, che sarebbe stato un evento unico, a cui andare incontro senza piani, pieni di speranza, senza speranza» (DCG. p. 57). Sono momenti allegri, gioiosi, maniacali. Celan le parla del suo dolore per la moglie e il figlio, temporaneamente lontani. Le confessa della sua malattia, che insieme definiscono “malattia tra virgolette”. Si divertono e ridono, anche se l’irrequietudine di Celan è profonda. In quei giorni il poeta le legge Luce coatta e Parte di neve come unico poema senza interruzioni. Celan abita in una casa troppo grande, con pochi mobili e pareti vuote; molti libri sono nella sua stanza all’École normale. 

 

Il 3 febbraio del 1970 Ilana parte e torna in Israele. Le lettere del poeta, da Parigi, si susseguono fitte e frequenti, con rari intervalli temporali, spesso accompagnate da poesie. Il 4 febbraio già le scrive: «La tua lettera, Ilana, La tua unica lettera con... le conpresenti parole, e anche “il segreto dell’incontro” – e il cielo come abisso. Per te, Ilana, di nuovo presente. E non l’unico presente. E l’incantante-insieme. E» (DCG, p. 69). Come questa poesia, inviata insieme alle lettere, che sembra alludere a un Tu presente: «MUTAMENTO DI LUOGO nelle sostanze, / và a te, tu, aggiungiti // in dispersa // luce di terra. // io sento, eravamo / una stirpe del cielo, / questo rimane da provare, da // su in alto, lungo / le nostre radici // due Soli ci sono, senti? / due, / non uno – / Sì, e allora?» (DCG, 74). I versi spezzati di Celan sembrano trovare la giusta attenzione, e il luogo in cui esistere, proprio in una relazione così intima e libera. Ilana scrive a Paul chiarificando totalmente il suo pensiero: «Io leggevo queste poesie, e le leggo anche ora, come si legge una lettera – una poesia-lettera criptica, che però è anche molto diretta e personale e proviene e da una realtà acuta» (DCG, 75). Commuove l’aggettivo “acuta”, che allude, sì, all’intelligenza di Celan, ma anche al suo regno psichico sempre spinoso.

 

Però Paul e Ilana condividono lo stesso amore per il tu che parla: «Visibile, udibile la / parola – / tenda che si libera: // Insieme» (PCA, p. 164), Non sono infrequenti, nell’apparente oscurità del poeta, questi lampi di luce, in cui la sua parola spezzata desidera, balbettante, ricomporsi, ri-trovare radice. «26.2.1970. Ilana, cara conbalbuziente, buona conportante... ieri ho potuto far lezione, ho potuto trascinare da vuoto a vuoto un paio di parole tedesche, senza che qualcuno – gli studenti – mi facesse notare che era da vuoto a vuoto...Sono nella École, ho rivisto il manoscritto del nuovo volume che si chiamerà Luce coatta [Lichtzwang]... Anche rivolgere la parola è toccare» (DCG, p.77).

 

Ilana Shmueli, in questo libro, ci presenta le poesie e le lettere di Celan non come un enigma assoluto ma come un misterioso toccarsi, un dono, un andare a tastoni nel buio alla ricerca di qualche luce. «Le lettere, le lettere: in cerca degli uomini con la lanterna di parole» (ML, p. 137). Ne emerge il processo stesso della composizione creativa, con tocchi ironici e allusioni scherzose non impropri a Celan. «Non credo di aver circuito mai una delle mie poesie» (ML, p. 171). Il libro di Ilana ci restituisce un poeta meno affondato nel dolore, meno sigillato nel silenzio assoluto, ma una creatura straziata e inquieta che, pur non trovando risoluzioni alla sua angoscia, ne fa terra sua, abisso da cui “spremere” sempre e ancora poesie – poesie difficili ma concrete, legate a luoghi ed emozioni, mai astratte, naturalmente criptiche.

Il libro-diario della Shmueli prosegue intenso fino agli ultimi giorni di vita del poeta. Questa è l’ultima lettera a lei di Paul: «2 aprile 1970. Io ti scrivo queste righe in gratitudine, Ilana. In gratitudine per il tuo pensare-a-me, il tuo sentire-verso-di-me, il tuo stare-per-me. Tu sai che io ho scritto i versi: “ciò che stava per te / a ognuna delle rive / era mietuto in un altro quadro”. Fa’ questi versi non veri, Ilana.

 

 

La settimana scorsa avevo ripreso l’insegnamento, volevo dirti: è stata una buona lezione, oggi, Ilana. Quando ho una buona giornata nella École, questo mi tiene su per un certo tempo, anche in altre situazioni. Ho riletto alcune delle tue lettere, le rileggerò tutte. La tua parola, al riguardo, sia verità o nostalgia, mi ha commosso profondamente. Lasciami trascrivere queste parole di Kafka. “Alzare il mondo nel puro, immutabile, vero”. In autunno uscirà “Luce coatta”. Consentimi di dirti che ho fiducia nel mio editore, Siegfried Unseld. Tu sai cosa sono le mie poesie – leggile, questo poi lo sento». L’intensità e la serietà della lettera turbano IIana Shmueli, che intuisce in quelle righe così formali un addio annunciato. Parte all’improvviso per Parigi. Gli amici già lo stanno cercando. Ilana commenta con estrema sobrietà il suicidio del poeta: «Alla fine di aprile del 1970 Celan si diede la morte. Il “salto nella vita”, “maturato da ferite, – dal Pont Mirabeau”. Come aveva scritto il suo fratello elettivo Osip Mandel’štam: “Soltanto morire – e poi ancora il salto sul cavallo”. Anche così si potrebbe capire questa morte. “Non si dovrebbe escludere la morte di un artista dalla catena dei suoi risultati creativi, si dovrebbe piuttosto considerarla come l’ultimo anello finale della catena”, Osip Mandel’štam».

 

Si chiude così il libro, corredato da documenti autografi, da immagini e da un’antologia di poesie. Il lettore ne esce turbato. Non sa esattamente cosa sia accaduto. Non sente che qualcosa è stato interpretato o capito: le domande restano tutte senza risposta. Ma avverte che qualcosa di essenziale e di tragico è accaduto, fra un poeta che già aveva deciso il suo destino e una donna che ha accolto con amore discreto le sue parole. Ancora una volta l’autrice ci viene in soccorso non con una spiegazione ma con un’immagine: «Quando una volta chiesi a Celan un suo ritratto, mi disse di non avere davvero “una immagine di sé”, e mi diede invece una cartolina con la riproduzione di uno dei famosi autoritratti di Rembrandt da vecchio […] Il vecchio Rembrandt, il saggio, solcato di rughe, il sapiente autoritratto – che guarda negli occhi se stesso e Dio» (DCG, p. 79-80).

 

Ilana Shmueli tradurrà in lingua ebraica l’opus integrale delle poesie di Paul Celan, portando avanti, con la sobrietà e la discrezione che le sono congeniali, il “discorso d’ombra” dei suoi libri. Celan, come scrive il 6 aprile del 1970 in una lettera a lei, sapeva già come il mondo si sarebbe ritratto da lui: «...le mie poesie mi procurano momentaneamente, proprio mentre io leggo, la possibilità d’essere, stare. Non assillarmi: io vivo con ciò che dici, io sento, quando tu scrivi, che tu sei vicina, però – scusami – abbandono il luogo dove questo accade, le cose, anche le più estremamente forti e fortificanti, si ritraggono, rimane: l’essere solo. Questo, credo, non potrà essere mai diverso: probabilmente devo aspettarmi qualcosa di ancora più estremo» (DCG, p. 81. Quell’estremo, che attende ogni poeta, quell’essere totalmente solo, senza più versi dai quali risorgere, era imminente

 

Libri consultati

Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969-aprile 1970

Quodlibet, 2002 (DCG).

Paul Celan. L’antologia italiana, a cura di Dario Borso, Nottetempo, Milano, 2020 (PCA).

Paul Celan, Microliti, a cura di Dario Borso, Mondadori, Milano, 2020 (ML).

 

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