Pendulum. Merci e persone in movimento

Il titolo, innanzitutto: “Pendulum. Merci e persone in movimento”. Le immagini in mostra alla Fondazione Mast di Bologna insistono a ricordarci che tutto si muove, velocemente. Lo spazio è un reticolo di relazioni: scambi commerciali, flussi migratori, interazioni biologiche e ambientali, trasferimento di conoscenze al di là di oceani e continenti. La velocità è lo specchio di un mondo che richiede modelli interpretativi sempre nuovi, capaci di porsi come dispositivi dinamici, adattabili a condizioni strutturalmente instabili. L’uomo inventa nessi, partiture, operazioni spaziali. Se tutto si muove, tutto funziona. Non riusciamo a immaginare un mondo immobile se non per farne il fermo immagine di una qualche catastrofe. Immobilità è impotenza, movimento è potere. 

 

Però c’è qualcosa, nella sequenza delle immagini esposte, che lascia perplessi. Le fotografie che Robert Doisneau ha dedicato agli stabilimenti Renault, le auto da corsa di Ugo Mulas, l’immagine del bianchissimo aereo Eclipse realizzata da Floto+Warner, le automobili di Luciano Rigolini, la distesa di container di Sonja Braas, soddisfano ma non seducono. Ne ammiriamo la perfezione formale, le prospettive stranianti o seriali, ma qualcosa sembra fuggire insieme alla velocità evocata. Lo sguardo passa oltre anche la grande immagine di Richard Mosse, dove centinaia di container vengono usati sia per il trasporto di merci che come abitazioni per migranti. Troppo perfetta. Siamo assuefatti persino alle immagini della metropolitana di Helen Levitt, che dialogano con gli schermi in movimento a ritrarre i pendolari di un mondo globalizzato fotografati da Jacqueline Hassink.

 

Floto + Warner, Sala verniciatura dell’Eclipse Albuquerque, NM USA, 2007 © Floto + Warner.

 

Eppure questa mostra riesce a produrre un sovvertimento corrosivo all’interno del suo stesso percorso. Due fotografi, infatti, propongono lavori che segnano una netta linea di demarcazione rispetto al contesto e allo stesso tema espositivo. Sono Yto Barrada e Xavier Ribas. Le loro opere non recano alcuna traccia di movimento. Lo scarto appare talmente evidente che si è costretti ad interrogarsi sul senso della velocità proprio mentre se ne constata l’assenza.

Yto Barrada fotografa un’installazione. Si intitola “Plumbers” (2014) ed è composta da dieci immagini di tubi che alle loro estremità hanno rubinetti e soffioni. La fotografa, nata a Parigi ma di origini marocchine, li ha acquistati nella Grand Socco Square di Tangeri. Ricordano l’idea di “object trouvé” dei surrealisti, un incontro tra una causalità esterna e una finalità interna capace di produrre uno scarto tra oggetto e percezione, suggeriscono un “détournement” psicogeografico. 

 

Questi oggetti, sculture?, installazioni?, vengono usati dagli idraulici marocchini per segnalare la loro disponibilità a prendersi in carico un lavoro. Non hanno altro scopo. “Sono macchine inutili, ma assolutamente belle”, racconta la fotografa in un’intervista. Ed è innegabile. Hanno un potere magnetico: fragili e forti allo stesso tempo, polarizzano lo sguardo dello spettatore. Yto Barrada le fotografa togliendo ogni traccia di profondità, in modo da annullare la percezione delle distanze. Osservandole, si respira un’aria da cantiere e da atelier. I tubi di Yto Barrada passano dal mercato delle pulci di Tangeri allo spazio di una galleria. Si trasformano in opera d’arte. L’intervallo che si situa fra queste due esistenze è la condizione che rende possibile la metamorfosi dell’esilità in forza. La fotografia ne sancisce la bellezza e allo stesso tempo ne marca visivamente la coscienza di un’emarginazione. L’immagine tende a farsi presenza desolata. I tubi e i rubinetti di Yto Barrada sono una fragile architettura eretta per circoscrivere un buco, per immortalare una cavità, lo spazio che separa l’idea di utilità da quella della pura bellezza. Appaiono chiusi in se stessi e privi di qualsiasi valore d’uso. Sono belli e nient’altro. E se pensiamo alle immagini in mostra, dominate dalla velocità e dal movimento, queste fotografie esprimono assenze così grandi da sgretolare ogni tipo di retorica ed enfasi. “Plumbers” lascia dietro di sé l’inquietudine di una sospensione, una velocità trattenuta dal peso di una coscienza colta nell’attimo di sorprendersi.

 

Sonja Braas, Container, 2015, dalla serie “Un eccesso di prudenza” , 2014-2017 © Sonja Braas.


Le immagini dello spagnolo Xavier Ribas, “Nomads” (2008), nascono invece dalla testimonianza di un evento preciso. Tutto accade a Barcellona il 24 febbraio 2004. Circa sessanta famiglie nomadi occupano un’area industriale dismessa. Nel giro di qualche giorno due uomini, con degli escavatori, demoliscono la pavimentazione in cemento del sito, spaventando gli occupanti e riuscendo infine a cacciarli. Sul posto, per mantenere sgombro il sito, rimane una striscia contorta di macerie. Se il dominio sullo spazio è un dominio politico, e politica significa scelta, si arriva al paradosso che, in nome del profitto, l’economia della produzione si perverte nel suo negativo di economia della distruzione. È questo il senso della “dissuasione” che si vede nelle fotografie. Nelle trentatré immagini di “Nomads”, Ribas enfatizza i caratteri della realtà: non vi è alcuna presenza umana, si vedono solo macerie. Ne risulta una geografia di forme che tendono a un caos privato della sua naturale fecondità. Qui la violenza corrisponde alla negazione del movimento e della velocità. Queste immagini si impongono per la forza interna del loro stile: il soggetto occupa tutta l’immagine. La maceria coincide con il fotogramma. Non ci sono margini di fuga. È uno sguardo che porta dentro di sé un riflesso tragico da cui non ci si può distogliere. Xavier Ribas ci obbliga a guardare dritto dentro la distruzione. 

 

Come Yto Barrada, anche il fotografo spagnolo mostra oggetti situati nello spazio, ma, mentre nella prima prevale una muta fascinazione, nel secondo balena uno squarcio che apre alla possibilità di una critica radicale. Entrambi paiono quasi pervasi da un impeto documentario. Nell’uno come nell’altro, sembra che il compito della fotografia sia quello di smascherare le apparenze, senza generare alcun mito. Esporre queste fotografie significa attribuire loro una profondità abissale. Lo sguardo si sofferma sulla loro ostinata presenza. Sembra che queste immagini resistano a essere interpretate. Restano mute dinnanzi ai nostri occhi. Insieme alla crisi della velocità, mostrano una realtà indiscutibile, la cui sovranità non può essere piegata dalle forze del mercato o dell’utilità. Si ha l’impressione che dinnanzi alla loro forza anche la funzione comunicativa del linguaggio perda la sua efficacia. Si guardano “Plumbers” e “Nomads” e ci si chiede cosa significa spostarsi, muoversi, essere veloci. Ma non esiste una vera risposta.

 

Luciano Rigolini, Automobili americane del 1963, © Luciano Rigolini.


Le foto di Yto Barrada e Xavier Ribas ostentano uno scarto ulteriore rispetto al tema stesso della mostra. Ciò che domina è il sentimento di una soppressione, attraverso un procedimento creativo che mostra l’effetto prima della causa. Tubi e macerie diventano i residui di un interrogativo irrisolto, che si ripresenta con insistenza: quale prezzo dobbiamo pagare alla velocità a cui ci siamo condannati?

Potere dunque non è semplicemente potersi muovere, ma decidere come muoversi e soprattutto quando giunge il momento di fermarsi. La citazione dal poeta Saint-Pol-Roux, che Urs Stahel pone all’inizio del catalogo, come un avvertimento, si stende sulle immagini di motori e forze che trascinano uomini e merci, come un’ombra scura. “L’uomo non conquisterà l’infinito con le macchine ma con se stesso. […]. L’ingranaggio vero siamo noi”. Saper guardare certe immagini, direbbe Georges Bataille, può insegnarci a “vedere ciò che eccede la possibilità di vedere” e “pensare ciò che eccede la possibilità di pensare”. Yto Barrada e Xavier Ribas lo hanno fatto.

 

Mostra: Pendulum. Merci e persone in movimento, a cura di Urs Stahel 

Fondazione Mast di Bologna

Dal 4 settembre 2018 al 13 gennaio 2019

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