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Pessoa e Ophélia Queiroz: tutte le lettere d’amore sono ridicole

«Nella casualità della strada la casualità della ragazza / bionda: ma no, non è lei»: scrive Alvaro de Campos. Fernando Pessoa non potrebbe che sottoscrivere i versi del preferito fra i suoi eteronimi. Quella “ragazza bionda”, alla fine, arriva nella sua vita. Trentenne timido, isolato e sconosciuto, padrone soltanto della sua segreta opera letteraria, nella Lisbona degli anni venti Fernando si innamora di una gentile e minuta ragazza, dattilografa nella stessa impresa commerciale in cui lavora. Come può avvicinarsi al suo oggetto/soggetto amoroso? Escludendo a priori un contatto troppo diretto e sensuale, da cui sarebbe spaventato, non resta che un corteggiamento affettuoso, come quando i maschi delle gru cominciano ad emettere strida per attirare le femmine. Nel caso di Pessoa le strida sono parole sommesse, piccoli doni, letterine affettuose, teneri esorcismi, segnali che avvicinano e slontanano. Il suo è un passo esitante, impaurito, come accade all’inizio di ogni amore. 

 

 


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«Chi? L’infinito? / Digli che entri. / All’infinito fa bene / stare un po’ tra la gente» scrive Alexandre O’Neill. Pessoa il suo “infinito” se lo porta a spasso per le strade di Lisbona cercando una vita sempre “evitata”, chiacchierando con la giovanissima Ophélia Queiroz: («28 maggio 1920. Piccina mia: quello che avrei dovuto dirti nell’altra lettera e che non ho avuto il tempo di fare, ma che ti dico qui, è questo, e ti chiedo di imparare bene la lezione e, se mi ami, di ascoltare questo consiglio: il Destino è una specie di persona, e smette di tormentarci se ci mostriamo indifferenti a quello che fa»). Questa professione di “indifferenza”, nascosta nel tono vivace e spiritoso della lettera, già ci persuade di come Pessoa si inventerà lui il suo Destino. In compagnia di Ophélia, Fernando se ne sta sempre ben nascosto fra le sue ombre, ma è gentile, gioioso, rassicurato dal gioco amoroso a cui si abbandona. Se la mente è una spugna che assorbe tanto l’io quanto il mondo, la mente di Pessoa mescola sogno e realtà, incantamento e banalità, vezzi e abisso. Il confine fra io e mondo è dentro l’io ma chissà in quale punto. Perché era e sarà sempre impossibile definire un luogo preciso per questo confine. Pessoa ha creato e gestito molte vite parallele infinitamente più ricche della sua, e dalla sua, frustrante, si è allontanato in modo risoluto costruendo il colossale sogno delle molteplici personalità che lo abitano, la topografia favolosa di un riscatto dalla mediocrità dell’io. Un genio segreto, se non fosse segreto, tornerebbe a essere solo un tipo originale e bizzarro, un impiegato timido e impacciato sulla soglia del continuo disastro mentale: un essere dimenticabile

 

La profonda e irriducibile irrealtà del rapporto amoroso con Ophelina è un intermezzo fra le sue “carte” filosofiche e poetiche, una sorta di danza leggera e sublime, dove non è solo Fernando a incontrarla ma a volte il suo eteronimo Alvaro de Campos. Ophelina lo racconta, nei suoi ricordi: «Fernando era una persona molto speciale. Tutta la sua maniera di essere, perfino nel vestire, era speciale Ma forse io allora non me ne accorgevo, perché ero troppo innamorata. La sua sensibilità, la sua tenerezza, la sua timidezza, la sua eccentricità, mi incantavano... A volte era un po’ assente, ad esempio quando si presentava come Alvaro de Campos. Mi diceva: “Sai, oggi non ero io, al mio posto è venuto il mio amico Alvaro de Campos”».

Vivendo come se fosse un altro, Pessoa trova il suo modo di essere vivo. Molti anni prima che Laing teorizzasse la patologia dell’io schizofrenico e “diviso”, Pessoa è l’eroe del “come se”, ne fa il suo campo di combattimento e di creazione, non lo subisce. Il carteggio con Ophélia Queiroz (Lettere alla fidanzata, Adelphi, 1978, a cura di Antonio Tabucchi) diventa un testo irriducibilmente vero nella trasparenza della sua natura fantasmatica. Niente è meno duttile del fantasma: molti sogni hanno la consistenza della pietra e il peso degli incubi. Ma in queste lettere spira un vento di leggerezza, un ironico “giocare a nascondino” con un amore che, pienamente svelato, si dissolverebbe da solo (23 maggio 1920. Mio piccolo Bebé, oggi, dopo essere passato per la tua strada, e averti vista, sono tornato indietro per chiederti una cosa ma tu eri sparita… Non vorrei perdere l’occasione di vederti, ma non vorrei nemmeno perdere tempo inutilmente cercandoti dove non sarai o non passerai»).

 

 

In uno dei suoi haiku più belli, Matsuo Basho scrive: “Erba estiva: / per molti guerrieri / la fine di un sogno”. Tre versi inesorabili, che scandiscono la fine della vita. Da sempre i poeti mettono al centro della scena il tempo inesorabile e la caducità della vita con le sue imprese illusorie, il loro dolore per la giovinezza e la bellezza che sfuggono. Sigmund Freud, in Caducità, parla di questo dissolversi della bellezza, destinata a perire col sopraggiungere dell’inverno, e del dolore che si soffre nel momento in cui ne acquisiamo interamente coscienza. 

In una delle sue lettere a Ophélia Pessoa sfiora questo tema: (29 novembre 1920 […] Il Tempo che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancora più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perché ha contratto l’abitudine di sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non ci sarebbe al mondo gente felice. Le creature superiori, tuttavia sono private della possibilità di codesta illusione, perché non possono credere che l’amore sia duraturo, né, quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato».

 

Il fidanzamento di Fernando e di Ophélia fu nevrotico e breve, contrassegnato come un metronomo da manie, ossessioni, scherzi, nervosismi, orari, disguidi, rimandi, all’interno di un linguaggio infantile che ricorda le letterine di Majakovskij a Lilia Brik: («Mosca, gennaio 1923. Dolce, dolce Liliiònok. Lo so, sei ancora inquieta, sei ancora corrucciata. Cura, bambina, I tuoi dolci nervetti. Io penso molto e bene di te. Ricordati un poco di me. Abbiamo terribilmente bisogno di vivere bene. Desidererei all’infinito che questo ci accadesse insieme». 

Fernando non osa tanto, gioca sul filo della lontananza che avvicina e separa, attrae e spaventa. Nella sua corrispondenza, Lisbona non appare come luogo magico e arioso ma come claustrofilica rete di strade nelle quali passeggiare, in un segreto andirivieni di appuntamenti: («25 marzo 1920. Mio caro piccolo amore, oggi ho passato una giornata vagante. Non ho un posto mio: voglio dire che sono andato per tutto il santo giorno dal Martinho da Arada al Martinho di Largo Camoes e viceversa. È una cosa molto seccante (oltre che dispendiosa) per chi non ha più l’abitudine, e neanche più il gusto, di passare la vita nei caffè. Vedremo come riuscirò a sistemare la mia vita, per non continuare in questo andirivieni…»).

Ecco svelata la “giornata vagante” dello scrittore. Tutte queste cartas de amor colpiscono per la loro musicale confidenza. Fernando, appassionato cultore della sua assenza, qui vive il presente di uomo timido e incerto che si avvicina, delicato e sornione, a una giovane donna. Nel tono insulso e dolce, balbettante e sincero, di queste lettere, vibra una realtà amorosa che lui accetta e discosta con finta ingenuità e segreto abbandono. Nei suoi ricordi di ottantenne, Ophélia parlerà sempre del suo namoro con grande tenerezza e conserverà fino all’ultimo le lettere dell’amato Fernando.

 

 

Il loro fu un amore non realizzato? Forse no, forse anche sì. Un amore né sessuale né platonico, voluto come Fernando lo desiderava: un giardino infantile e giocoso. La “fidanzata” con cui tessere precari e misteriosi incontri non è parente del dolore e dell’inadeguatezza di Kafka con la fidanzata Felice. «Che cosa ama (o suppone) di sé in Ophélia Fernando Pessoa? Ama il bambino che egli è, la sua più urgente puerilità finalmente sottratta alle censure del superego e mostrata nella sua più insolente nudità» (Antonio Tabucchi). 

Pessoa è un poeta che non può scegliere nessun amore, perché troppo nudo e rivelatore. Per essere vivo abita le vite degli altri, che lui stesso ha creato. Costruisce un sogno di parole a cui affidare la propria sopravvivenza. Siamo di fronte a un “atto di resistenza”, come suggerisce Gilles Deleuze. La resistenza – l’atto in cui la vita intima si oppone allo scorrere dei giorni – consiste nel parlare dei propri fantasmi fino all’ultimo istante. Pessoa gioca la sua versione di questa lotta mettendo sul tavolo la scacchiera degli eteronimi. Ma, nel caso di Ophelina, vive un intermezzo di sospensione: si diverte, si distrae, si incanta da solo, si abbandona; quasi smette di usare maschere per indossare solo la propria timida e tragica presenza nel mondo. Ophelina fa parte del suo gioco. Pessoa non cambierà se stesso innamorandosi: colmerà la ragazza di doni assurdi e graziosi, vedendola come oggetto effimero e delicato, da trattare con tenera, affannata sollecitudine. Si sente guardato e forse amato (per lui ammetterlo sarebbe impossibile) ma per un attimo l’idea gli sembra lecita e piacevole, anche se la nasconde in un gioco di appuntamenti rimandati, di confidenze segrete: («11 giugno 1920. Non voglio dire di vivere con difficoltà. No. Chi ha casa e famiglia non può essere in una tale situazione. Il male consiste nel sentire la vita ferma, e si riferisce più al futuro che al presente, o meglio, al presente solo in relazione al futuro»). 

 

Le passeggiate amorose di Fernando si diraderanno presto ed egli tornerà senza rimorsi e senza rimpianti alla sua “vita ferma”. Come tutti i poeti, Pessoa circoscrive la sua illusione di vita dentro un tessuto di parole, applicandosi ostinatamente a questo unico lavoro. La breve frase che sopravvive al nulla è la piccola vittoria sull’eternità del nulla. Il perenne scacco dello scrittore è speculare alla consapevolezza che nel vuoto delle parole non troverà altro che il vuoto delle parole. Ma quel vuoto è abitato dalle voci di personaggi diversi – la polifonia degli eteronimi – come sul palcoscenico di un teatro dove il sipario non si abbasserà mai. Nelle variazioni di queste voci il poeta è un attore che, ogni giorno, intona le battute con vibrazioni sempre diverse; poi ripone il copione nel suo baule di Arlecchino (quel “baule pieno di gente” di cui ci parlerà Tabucchi) e si addormenta. Per ricominciare il giorno dopo. Solo attraverso quelle maschere, che hanno nome, cognome, opere, pensieri, solo attraverso la loro finzione attiva Pessoa può fingersi immortale, dominare il proprio nulla e sconfiggere la banale vita di giorni disperati e solitari. La finzione sarà specchio microcosmico di un nuovo, irraggiungibile ma raggiunto, macrocosmo poetico. Vicente Aleixandre, nei suoi Poemas de la Consumation scrive: «Fare è vivere ancora, / o essere vissuti, / o prossimi. Chi muore vive e dura». Questo inno alla vita, l’inquieto poeta lo percorre come un direttore d’orchestra capace di far risuonare i suoi strumenti-personaggi. 

 

 

Nel 1920 Fernando si distacca da Ophélia e dichiara che amor o passou, che il loro amore è finito. Ophelina sembra accettare il dato di fatto, ma nove anni dopo gli invierà una lettera che contiene una fotografia dove Pessoa è colto mentre beve vino al bancone di un bar. Fernando risponde prontamente: «11 settembre 1929. Ofelina, mi è piaciuta tantissimo la tua lettera, e davvero non vedo come la fotografia di un furfante qualunque, fosse pure questo furfante il fratello gemello che non ho, possa essere un motivo per ringraziarmi. A occupare un posto fra i tuoi ricordi c’è dunque un’ombra ubriaca? Al mio esilio, che sono io stesso, la tua lettera è arrivata come una gioia che giunge da casa, e sono io che devo ringraziarti, piccolina».

Ma il sentimento giovane, spiritoso, irripetibile, provato per nove anni prima, in pochi mesi viene meno. La seconda parte della loro relazione, molto più breve, ha meno freschezza e felicità, dominata come è, sempre di più, dagli abituali fantasmi dello scrittore. Il 29 settembre del 1929 scrive a Ophelina: «Del resto la mia vita ruota intorno alla mia opera letteraria – buona o cattiva che sia o che possa essere. Tutte le altre cose hanno per me un interesse secondario: ovviamente ci sono cose che mi piacerebbe avere, altre che poco importa che arrivino o no. È necessario che tutti quelli che hanno a che fare con me si convincano che io sono così, […] e che trattarmi come se io fossi un’altra persona non è il modo migliore per conservare il mio affetto […] Ti voglio molto bene. Davvero molto – Orphelina mia. Apprezzo molto – moltissimo – la tua indole e il tuo carattere. Se mai dovessi sposarmi non sposerei che te».

 

Pessoa sembra impegnato a convincere Ophélia che il distacco è necessario. L’io dello scrittore allontana come suo nutrimento l’esperienza della realtà esterna e si immerge totalmente nelle sue carte filosofico-poetiche, nella geografia delle tante anime che lo possiedono con rigoroso ordine. Il breve epistolario si conclude simbolicamente sei anni dopo, con una poesia scritta da Alvaro de Campos, che sancisce il definitivo abbandono del rapporto, consegnato al “ridicolo” dell’amore ma anche evocato con struggente nostalgia, come se la “vita vera” fosse ormai fuggita per sempre come quelle “parole sdrucciole”, naturalmente ridicole, che non torneranno più: 

 

«Tutte le lettere d’amore sono

ridicole.

Non sarebbero lettere d’amore se non fossero

ridicole.

 

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,

come le altre,

ridicole.

 

Ma, dopotutto

solo coloro che non hanno mai scritto

lettere d’amore

sono 

ridicoli.

 

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo

senza accorgermene

lettere d’amore

ridicole.

 

La verità è che oggi

sono i miei ricordi

di quelle lettere d’amore

a essere ridicoli.

 

(Tutte le parole sdrucciole,

come tutti i sentimenti sdruccioli,

sono naturalmente 

ridicole)».

 

21 ottobre 1935

 

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