Kafka e Milena

Lettere, corrispondenze, legami. Abbiamo pensato di attraversare questa estate facendoci raccontare dai nostri autori i carteggi amorosi: letterati, artisti, poeti e pensatori. 

 

La legge fondamentale degli amori di Kafka è questa: molte lettere, pochi incontri.

Anzi: moltissime lettere, pochissimi incontri.

Con la fidanzata storica Felice Bauer andò proprio così. Un epistolario di oltre ottocento pagine (tutte di Franz a Felice) in cinque anni esatti di tormentata relazione: fidanzamento, sfidanzamento, rifidanzamento, sfidanzamento definitivo (1912-1917) e qualche sporadico incontro a Berlino, Praga, Monaco più due brevi soggiorni insieme a Karlsbad e Marienbad.

Non diversamente andò con Milena Jesenská.

Un epistolario a stampa di oltre trecento pagine che copre tre anni (1920-1923) di altrettanto tormentata relazione, e due soli fugaci incontri: quattro giorni a Vienna, due giorni a Gmünd, stazione di confine sulla linea Praga-Vienna.

 

Un essere umano pare comportarsi sempre allo stesso modo; noi tutti sembriamo seguire regolarità astrali, che forse sono il nostro segreto modello.

Anche per Kafka è così.

Non è dunque ingiustificato cercare le somiglianze tra questi due grandi amori di Franz. Felice e Milena.

Oltre a quello appena indicato, del netto preponderare della lontananza (scritta) rispetto alla vicinanza (fisica), ce n'è un altro che salta agli occhi: una figura terza che s'insinua tra i due.

Nel primo caso si tratta dell'amica di Felice, Grete Bloch, colei che doveva essere la mediatrice della riconciliazione e del chiarimento e invece complica terribilmente le cose, perché Franz s'innamora di lei.

Nel secondo le figure terze sono addirittura due: il marito di Milena, Ernst Pollak, perché lei, che viene sempre pudicamente definita l' “amica” di Kafka ne fu in realtà l'amante; e Julie Wohryzek, la fidanzata ufficiale di Kafka in quel periodo.

Quando c'è di mezzo il nostro Franz nulla è mai semplice.

Accanto a queste forti analogie, sussistono certo anche parecchie differenze.

Vediamone alcune.

Mentre Felice bella non era (Kafka nei diari scrive che gli pareva una domestica, quando la incontrò la prima volta in casa di Max Brod, alla Schalengasse, una sera d'agosto del 1912; ne sottolineò successivamente i seguenti particolari: naso quasi rotto, da pugile; capelli lisci e senza attrattiva; mento robusto; camicetta trascurata; un viso ossuto e vuoto, che portava apertamente il suo vuoto; inoltre, se apriva la bocca, scintillavano alcuni denti d'oro).

Milena, almeno a giudicare dalle foto, era affascinante. Labbra carnose. Occhi chiari melanconici. Un bell'ovale, con fossetta sul mento. Una chioma folta e ariosa.

Inoltre: Felice era una solida e pratica impiegata della Ditta Karl Linsdström che produceva registratori e dittafoni; Milena era invece un'intellettuale raffinata, una “Minervina”, uscita dal prestigioso Liceo femminile “Minerva” di Praga, aveva frequentato l'Università (dove fra l'altro suo padre insegnava), scriveva pregevoli articoli su riviste letterarie ceche d'avangaurdia.

 

Milena non apparteneva all'ambito linguistico tedesco. E non era nemmeno ebrea, l'unica donna non ebrea di Kafka (non è elegante esprimersi così, ma è la verità).

A Praga esisteva una minoranza di lingua tedesca, circa il dieci per cento, che coincideva con quella ebraica. I rapporti fra le due comunità, ceca ed ebraico-tedesca, non erano affatto idillici. Tanto per dire, uno dei più cari amici di Franz, Oskar Baum, aveva perso da ragazzo un occhio in una rissa con alcuni cechi sorta per motivi etnici.

Kafka era uno dei pochi scrittori tedeschi a conoscere bene il ceco. Spesso, nel corpo di queste sue lettere, spuntano parole ed espressioni ceche (che un po' ricordano il greco che inframmezza il latino ciceroniano delle epistole).

Milena decise comunque di sposare a poco più di vent'anni Ernst Pollak, ufficialmente impiegato di banca, ma di fatto uomo di lettere. Veniva definito “lo scrittore senza scrittura”, perché non aveva pubblicato niente anche se progettava sempre opere da pubblicare. (A Praga  gli scrittori, o sedicenti tali, si contavano in numero di 150, almeno secondo Johannes Urzidil). Era ebreo, Ernst Pollak, e il padre di Milena, l'insigne clinico Jan Jesensky, era contrarissimo al matrimonio. Per questo la coppia emigrò a Vienna.

 

Kafka e Milena si conobbero per via di uno scritto. Galeotto fu il testo, è proprio il caso di dirlo.

Milena tradusse in ceco per la rivista “Kmen” il racconto (allora era solo questo) “Der Heizer” (“Il fuochista”), che poi, postumamente, diventerà quello che era veramente, ossia il primo capitolo del romanzo “Der Verschollene”, cioè “Il disperso”, altrimenti noto, nell'edizione curata da Brod, come “Amerika”.

Si erano fuggevolmente incontrati,  a Praga nel 1919, quando lei gli aveva manifestato quest'intenzione, di voler tradurre appunto il testo in oggetto. Un autore, non molto noto, e la sua (aspirante) traduttrice.

Ma lui, di lei allora e di quel breve incontro, non ricordava niente. Niente di preciso. Nemmeno un particolare del suo volto. Gli erano rimaste impresse nella memoria unicamente le sue vaghe movenze, nell'atto di allontanarsi. La sua figura e il suo abito che sparivano.

 

L'amore vero sbocciò a Merano. Nell'aprile del 1920. Un amore da principio squisitamente epistolare.

Non si incontrarono mai, a Merano. Contrariamente a quello che scrive, nel suo Milena, l'amica di Kafka, Margarete Buber-Neumann (p.90 dell'edizione Adelphi, 1999). E contrariamente anche a quello che scrivono imbonitori del turismo letterario. Merano, in queste lettere, è uno sfondo muto, di cui Kafka non dice molto. Ne parla semmai in altre lettere, quelle alla diletta sorella Ottla o a Max (Brod).

A Merano Kafka stava cercando (invano) di guarire dalla tisi. 

E così si aprì subito con Milena, raccontandole le fasi della sua malattia. Il primo sbocco di sangue, tre anni prima, all'alba di un giorno di metà agosto in una stanza del Palais Schönborn, e, ciò che più conta, la spiegazione psicosomatica del male: il cervello non riusciva più a tollerare le preoccupazioni e i dolori che gli erano imposti. Diceva, il cervello: non ne posso più ma se c'è ancora qualcuno cui importi di conservare il totale, mi tolga un po' del mio peso e si potrà campare ancora un momento. Allora si fecero avanti i polmoni che, tanto, non avevano molto da perdere. Queste trattative, che si svolgevano all'insaputa del malato, sicuramente saranno state spaventevoli, commenta Kafka, quasi riguardassero un altro, non lui in persona, anzi: in carne e ossa.

 

 

La malattia polmonare è dunque soltanto uno straripare della malattia mentale.

Milena dal canto suo gli confida di far uso di cocaina per alleviare le sue feroci cefalee.

Franz le scrive delle sue invincibili insonnie: l'aria di Merano, anche secondo il Baedeker, era pessima per il sonno. Il sonno è naturalmente cattivo nell'aria di montagna. E i medici sono stupidi. O, meglio, non è che siano più stupidi dell'altra gente; ma le loro pretese di guarire sono ridicole. Se si guarisce si guarisce da soli.

Noi non sappiamo cosa gli scrivesse esattamente Milena. Lo possiamo a volte ipotizzare dalle risposte di Franz. Sta di fatto che, a mano a mano che le lettere procedono, assistiamo a una curiosa inversione dei ruoli.

Lui che ha trentotto anni, benché la sua faccia sia quella d'un bambino di sei con i capelli brizzolati, e benché forse si aspettasse di rappresentare  una figura paterna per lei, che di anni ne ha ventitré, lui, dicevamo, finisce per diventarne come il figlio. “Mamma Milena” la chiama. E anche “Maestra Milena”. Vorrebbe tanto essere un suo scolaretto, per venir redarguito e corretto da lei.

Effettivamente Milena insegnava ceco in certe scuole “mostruose”, le scuole linguistiche e commerciali viennesi.

Mamma Milena col lampo dei suoi occhi abbatte il dolore del mondo e lui, Franz, si inginocchia davanti a lei, e le accarezza i piedi.

Si confida con lei come con nessun altro al mondo.

Franz dice di sé: io sono ebreo, io sono l'ebreo più occidentale che ci sia; ciò significa che non ho mai un momento di calma, che nulla mi è donato e che tutto dev'essere acquistato, non solo il presente e l'avvenire ma anche il passato; ciò che ad ogni uomo è dato, anche questo deve essere acquistato ed è forse la fatica più grave.

 

A differenza di molti suoi amici, sionisti convinti, che vedevano la salvezza nella Palestina, e che erano fedeli alle tradizioni ebraiche, Kafka non aveva un ubi consistam; non credeva più alla religione dei Padri, ne vedeva addirittura il lato comico (il Messia che arriva “il giorno dopo” dei quaderni in ottavo; e Abramo che dimentica a casa il coltello con il quale avrebbe dovuto sacrificare Isacco); ma d'altro canto sapeva che per i non-ebrei, come per esempio il padre di Milena, lui e Ernst Pollak “avevano la stessa faccia di negri”.

Franz, che non aveva un luogo suo, una patria, un terreno solido sotto i piedi, che era continuamente lacerato tra un qui e un là, doveva costruirsi ogni momento, giorno per giorno, ora per ora. E questa sua autocostruzione gli costava uno sforzo immane: è come se uno, dice, prima di ogni passeggiata, dovesse non solo lavarsi, pettinarsi ecc., ma anche cucirsi il vestito, farsi le scarpe, fabbricarsi il cappello, tagliare il bastone e così via.

 

Lui (anche in quanto ebreo) si sente infinitamente sporco di fronte a lei. Lei è una fanciulla, lui non ha mai visto nessuna che fosse tanto fanciulla come lei.  (È dunque una madre-fanciulla). E non osa porgerle la sua mano sudicia, convulsa, unghiuta, incerta e tremula, cocente e fredda.

Si sente come una bestia silvestre, persa in un lurido fosso, ed ecco che la vede all'aperto, Milena. La cosa più meravigliosa che avesse mai visto. Le si avvicina, timido. Arriva fino a lei. Lei è tanto buona. Lui le si accovaccia accanto. Le posa il viso nella mano. Si sente tanto buono anche lui, tanto libero, tanto felice. Eppure appartiene pur sempre alla selva.

Se potessi portarla con me, pensa. Esiste il buio dove è lei?

 

Però Milena è sposata con Ernst Pollak, uomo che la tradisce in continuazione ma da cui non riesce a staccarsi. Ne è soggiogata.

Franz invece è legato dal fidanzamento con la giovane Julie Wohryzek (dodici anni meno di lui).

Lui, quando scrive a Milena, manda le sue lettere al fermo-posta al fittizio signor Kramer.

Lei, dal canto suo, lo chiama Frank e non Franz: ha male interpretato la grafia della formula “Ihr FranzK” “Il Suo FranzK”.

All'inizio si davano del Lei. Poi, dopo poco, passano al tu.

“Per favore dammi ancora una volta del “tu” – non sempre, non lo vorrei nemmeno – ma ancora una volta. Se non Le dispiace...”.

Buona parte dell'epistolario è poi dedicata alle trattative per l'incontro di Vienna.

Franz prima non vuole, poi vuole, poi di nuovo non vuole. Poi vuole ancora.

“Così era ieri, oggi per esempio direi che certamente verrò a Vienna, ma, siccome oggi è oggi e domani è domani, mi riservo ancora la libertà. A sorprenderti non verrò in nessun caso, né verrò dopo giovedì. Se vengo a Vienna, ti scrivo una lettera per posta pneumatica (non potrei vedere nessuno, tranne te, lo so) certo non prima di martedì”...

 

Alla fine, dopo estenuanti trattative, s'incontrano, a Vienna. Franz, che da Merano avrebbe dovuto andare a Karlsbad da Julie, va invece da Milena. Sono quei quattro giorni, dal 30 giugno al 3 luglio 1920, quattro giorni di felicità.

Franz il quattro luglio le scrive da Praga: oggi Milena, Milena, Milena... non so scrivere altro.

Lei, dal canto suo, quando un anno dopo rievocò la visita di Franz (in una lettera a Max Brod) scrive così: non c'era bisogno di nessuno sforzo, tutto era semplice e chiaro, lo trascinai per i colli presso Vienna, lo precedevo correndo... e se chiudo gli occhi mi pare ancora di vedere la sua camicia bianca e il collo scottato ... camminò tutto il giorno, in salita, in discesa, esposto al sole, non tossì nemmeno una volta, mangiò tanto da far paura, dormì come un ghiro, era semplicemente sano e in quei giorni la sua malattia ci parve qualcosa come un piccolo raffreddore.

 

L'eterno malato aveva dunque riacquistato la salute.

La presenza è inconfutabile, come scrisse lo stesso Franz in altra occasione (relativamente a Felice). L'uomo che preferiva affidarsi alla parola scritta veniva smentito dal vivificante contatto fisico.

Del resto, con una contraddizione esemplare (anche perché non è contraddizione, quanto piuttosto compresenza di tesi opposte che convivono tranquillamente, tipicissima di Kafka) Franz, e proprio in una lettera a Milena, aveva sostenuto l'impossibilità di comprendersi per lettera. Quando si scrive – dice nel marzo del 1922, e ormai la relazione è pressoché finita e i due sono tornati al Lei, – quando si scrive una lettera si è preda dell'inganno. È una comunicazione fra fantasmi. Il fantasma del mittente tenta di parlare con il fantasma del destinatario. Come sarà mai potuta nascere l'idea che gli esseri umani possano capirsi attraverso le lettere? s'interroga sconsolato questo infaticabile epistolografo.

 

Però, nonostante il felice incontro di Vienna, dove l'aria pareva la vera aria vitale, Milena non abbandonò il marito torturatore, Enst Pollak. Non se la sentì. Quell'uomo, lo sappiamo, la teneva sotto il suo incantesimo, per quanto negativo. Così come accade per molte altre donne, del resto.

Franz invece liquidò abbastanza in fretta la povera Julie. La incontrò in piazza San Carlo, le raccontò di Milena. Julie gli disse: non posso andare via, ma se mi mandi via tu me ne vado. Mi mandi via? E Franz rispose semplicemente: sì. Lei però non riuscì lo stesso ad andarsene. Almeno sul momento. Poi si rassegnò e il fidanzamento fu sciolto.

 

Franz e Milena s'incontrarono ancora una volta, l'ultima, in una stazione di confine a Gmünd. A metà agosto del 1920. Non fu un bell'incontro. C'era troppa tensione. Troppi nodi irrisolti. Nemmeno paragonabile con i quattro splendidi giorni di Vienna, che parevano lontani come anni o secoli.

 

La “faccenda a tre” che causava la “gelosia del non-geloso”, la presenza ingombrante del marito assente, a proposito del quale Milena scrisse una frase che fece letteralmente impazzire il “rivale” e cioè: “sì, hai ragione, io gli voglio bene. Ma, Franz, anche a te voglio bene”. E Franz questa frase la lesse all'infinito. La lesse e la rilesse ma, confessava, non ne riusciva a comprendere il senso. Invece il senso, naturalmente, lo aveva afferrato benissimo. Non poteva proprio sopportare quell’“anche a te”.

 

L'amore impossibile finì. 

 

Lui non avrebbe voluto che posare il viso nel grembo di Milena, sentire la sua mano sul capo – e rimanere così per tutta l'eternità.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO