Alfabeto Pasolini

Quando leggo Tolstoj mi sento voluto bene

Lunedì 28

 

Una vita per leggere, ci vorrebbe. Invece ce n’è a stento una per vivere, ma quando si leggono certi autori come Tolstoj, si ha la sensazione di essere voluti bene. Me lo ritrovo scritto nel messaggio di un amico di Bologna, anche lui professore. Ogni tanto manda delle poesie, anche delle foto. Una volta mi ha spedito la fotografia della lavagna che aveva alle spalle della cattedra. C’era questa scritta: sigillate i vostri orifizi in generale e chiudete il becco in particolare. 

Rude, politicamente scorretto e molto amato dagli studenti. Quel giorno facevano un baccano indiavolato. Trenta maschi grandi e grossi. Lui si è alzato, ha scritto in silenzio alla lavagna ed è rimasto in piedi lì di fianco senza dire una parola. Si sono calmati quasi subito, come vitelli. Potenza della parola fulminante che si fa eco di un grande sentire, e che rompe le regole.

 

È un uomo ispirato dal pensiero laterale, questo mio amico di Bologna. Qualcosa che ispira anche una mia collega di latino, ma in modo diverso. Lei parla solo a bassa voce, bassissima, al limite dell’udibile. E lascia spalancata la porta dell’aula. Quando passo dal corridoio non si sente volare una mosca. Solo un mormorio, come venisse dal confessionale. Eppure sono tutti chini sul foglio a prendere appunti, senza fiatare. Chissà se funzionerebbe anche al professionale, dove insegna il mio amico di Bologna. 

Bisognerebbe far valere il principio in politica: se c’è rumore, non si deve incrementare il rumore; se c’è tensione, non si deve incrementare la tensione; se c’è sospetto, non si deve incrementare il sospetto. Dicono che funziona anche nel matrimonio. 

 

La moglie crede che il marito le tenga nascosto qualcosa? Gli farà molte domande: dove sei stato, chi hai visto, perché sei in ritardo. E il marito oppresso dalle domande tende a scansarle. Risponderà in modo evasivo. Cosa pensa la moglie? È la conferma che lui mi nasconde qualcosa. Lei, sempre più assillante, lui, sempre più esasperato. E il matrimonio va a rotoli. 

Ma attenzione: il marito non deve esagerare nelle rassicurazioni, altrimenti alimenta il sospetto: lo farà apposta per nascondere qualche magagna, pensa la moglie.

 

 

E a proposito dei grandi scrittori da cui ci si sente voluti bene, anni fa avevo sentito per radio un’ascoltatrice che parlava dei libri che le piacevano, soprattutto i libri dell’Ottocento russo. Le piacevano così tanto che li leggeva e rileggeva, e ogni volta scopriva qualcosa che prima le era sfuggito.

Forse è successo anche alla collega che ho incontrato questa mattina dopo aver parcheggiato. La incrocio spesso al lunedì. Camminiamo a passo lento verso la scuola, e oggi mi ha parlato della letteratura russa. Ma ti rendi conto? Gogol’ è nato in Ucraina, ha detto sconsolata, Bulgakov era di Kiev. E adesso russi e ucraini si sparano. Poi, dopo qualche passo in silenzio, ha detto che Dostoevskij le ha salvato la vita. Ha scoperto delle cose di sé stessa che prima non conosceva Com’è possibile, mi chiede, perché la Russia ha scatenato questo macello? 

 

La stessa domanda che mi faccio anch’io. Perché non lo so ma sento puzza di nazionalismo. Volevo aggiungere un’altra cosa ma in quel momento ho sentito vibrare dei colpi alle nostre spalle, il tipico martellamento del picchio che scava in un tronco. Stavamo passando vicino al parco alberato di una scuola materna e mi sono girato guardando verso l’alto. 

Lei però non si era accorta di niente, era un po’ sovrappensiero. Poi si è sentito martellare di nuovo. Hai ragione, ha detto, è un picchio. A quel punto ha sfoderato una conoscenza sorprendente. Sapeva un sacco di cose sul picchio, compreso il fatto che può colpire un tronco d’albero anche 20 volte al secondo, con un impatto superiore al chilo. Un uomo non potrebbe mai assorbire un urto del genere, ha detto. 

 

Martedì 1

 

Oggi vado con mia figlia a comprare una nuova stampante, e faccio un’altra scoperta: gli ultimi modelli hanno quasi tutti un sensore per rilevare se il toner è quello originale. Lo dice un commesso del megastore. E se viene rilevato un toner non originale la stampante non funziona più, si blocca del tutto, fuori uso per sempre, dice, solo un modello supporta ancora i toner non originali.

Ma così crollerebbe il mercato delle cartucce rigenerate, dico io. L’obiezione non lo sfiora. Faccia pure come crede, risponde, per me non cambia niente. Nel dubbio compro il modello che funziona anche con toner non originali. 

 

In macchina, tornando verso casa, dico a mia figlia che forse mi sono fatto condizionare da false informazioni. Forse il commesso riceve una percentuale dal rappresentante della marca che mi ha consigliato. Lo vedi papà, ormai nessuno si fida più di nessuno, temiamo sempre di essere raggirati. 

È vero, una verticale perdita di fiducia. E per qualcuno siamo anche entrati nell’epoca della post-verità. L’Oxford English Dictionary qualche anno fa ha definito come parola dell’anno l’espressione Post-truth, cioè i fatti oggettivi, nel formarsi un’opinione personale, ormai sono meno influenti delle emozioni.

Certo, qualcosa ci preme addosso, forse non come un tallone di ferro, ma preme. Succede anche con lo smartphone, che non è prescritto per legge ma non si può più farne a meno. Non si riesce neanche a prendere appuntamento in un ufficio postale per ottenere lo Spid. 

 

Provate a presentarvi fisicamente. Da dietro lo sportello sono gentilissimi, chiedono come possono rendersi utili. Buongiorno, vorrei avere lo Spid. Ma a quel punto spiegano che occorre l’appuntamento. Bene, allora prendo l’appuntamento. Ma guardi che noi non siamo autorizzati a dare appuntamenti, occorre fissarlo scaricando l’apposita applicazione sul cellulare. Fanno così, almeno qui a Reggio Emilia. E se uno non ha lo smartphone? Se uno ha ancora un vecchio Nokia 3310? Mi dispiace, rispondono con gentilezza da dietro il vetro. 

Lo Spid serve per accedere al fascicolo sanitario, ma per averlo occorre fissare l’appuntamento con l’ufficio postale, ma per fissare l’appuntamento occorre scaricare l’applicazione sullo smartphone perché sul computer non si riesce. Io almeno non sono riuscito. 

 

E mia zia come fa? Ha ottant’otto anni e non ha lo smartphone. Dall’ufficio postale le hanno detto che posso prenderlo io l’appuntamento. Allora te lo prendo io, le ho detto oggi pomeriggio, quando sono salito da lei per portarle le bottiglie di acqua minerale. 

Mentre parlavamo si sentiva uno dei suoi gatti che miagolava dal terrazzo e grattava sulla porta finestra per entrare. S’è innamorato, ha detto mia zia, rimane per delle ore sul lastrico solare, da quando ci va la gattina dei vicini di casa. Ma l’abbiamo castrato, ho detto a mia zia. E allora? Non vuol dir niente, giocano, si rincorrono, si azzuffano, dice lei, le vie dell’amore sono infinite. 

 

 

Mercoledì 2

 

Oggi la mia quarta è impegnata in un incontro di educazione alla salute. Per un po’ rimango a guardare fuori dalla finestra, appoggiato a un termosifone dell’aula docenti. Sento freddo e mi godo il tepore della ghisa. Dopo qualche minuto s’avvicina un mio collega di storia dell’arte. Stai ammirando la chiesa di Sant’Agostino? 

Più che altro guardavo gli alberi ma in effetti la facciata della chiesa è bella. Le dimensioni sono un po’ eccessive rispetto alla piazza, però mi piace e mi piace anche il colore del mattone. Un laterizio simile a quello ferrarese, dice lui, si possono fare delle cose bellissime. 

 

Così rimaniamo lì a parlare della chiesa mentre alcune mie colleghe parlano della guerra in Ucraina. È un uomo coltissimo e vengo a sapere che sull’origine della pianta non si hanno certezze, ma un tempo la chiesa era dedicata a Sant’Apollinare. Poi è stata abbattuta durante il conflitto tra guelfi e ghibellini, quindi ricostruita, e la facciata attuale risale al 1746. Peccato per il brutto edificio della nostra scuola, gli dico, altrimenti questa Piazzetta sarebbe un capolavoro. Se vuoi ti faccio vedere com’era, dice prontamente, e così trova in rete una vecchia fotografia di Piazzetta Pignedoli. 

Al posto del complesso in cui adesso c’è la sede del nostro liceo c’era un orfanotrofio maschile, che poi durante la guerra è stato occupato dall’esercito tedesco, e dal novembre 1944 ha ospitato il comando della Guardia Nazionale Repubblicana e della Brigata nera. Non lo sapevo e fa un po’ impressione.

Quando entro in terza proietto sullo schermo della lavagna luminosa La scuola di Atene di Raffaello. Poi passo in rassegna i vari filosofi. Gli ellenisti a sinistra, più al centro i socratici, e mi soffermo su Eraclito, dipinto con la faccia di Michelangelo. Lo vedete? È assorto e pensoso. Non gli piacevano le folle. E quello che sta seduto sui gradini della scalinata? Ai piedi di Aristotele? Chi sarà? La faccia è da vecchio ma guardate bene, ha un fisico atletico. Chi potrebbe essere? 

 

 

Vogliono qualche indizio. Hanno ragione, io l’affresco l’ho studiato. Allora parlo dell’autarchia e poi ricordo l’aneddoto dell’incontro con Alessandro Magno, l’imperatore che gli chiede cosa vorrebbe, e lui risponde: spostati un po’, che mi fai ombra. Ma è Diogene, dicono in coro.

All’uscita da scuola, invece di andare direttamente al parcheggio, giro lungo via dell’Erba. Oggi m’è venuto in mente di comprare il pane in un forno che dà su corso Garibaldi, un posto dove fornaia e commessa sono molto simpatiche, ed è sempre un motivo di affezione, nell’attività commerciale. 

Sulla strada di casa mi fermo anche al supermercato, due chilometri prima di arrivare. Guidando nel traffico m’è venuta voglia di un pollo arrosto. È circa l’una e trenta, c’è poca gente, e faccio in fretta. Alla cassa ho solo un cliente davanti. Avrà circa la mia età. Sta parlando col cassiere di un muletto, quegli elevatori elettrici che si usano per spostare i bancali che si caricano e scaricano dai camion.

 

Dice che ogni tanto bisogna dargli dello Svitol, oppure spruzzare un po’ di WD 40. Da come parla dev’essere un fabbro.

Poi mi viene in mente che è meglio comprare qualche chilo di pasta e tornando alla cassa vedo che quel tipo è ancora lì a parlare col cassiere. Sta parlando di bulloni. Dice che l’acciaio ha una resistenza alla trazione di un chilo al millimetro quadrato. Poi fa un gesto con la mano, la solleva e stringe indice e pollice come se avesse tra le dita qualcosa. Prendi un filo d’acciaio, dice al cassiere, un filo con lo spessore di un millimetro…, ci puoi appendere anche un chilo. Il cassiere non sembra molto interessato, invece a me piace ascoltare questo tipo che parla di materiali ferrosi. 

Quando esco lo vedo alla guida di una Panda 4x4 col portapacchi carico di lamine e di tondini da edilizia, quelli che si usano per fare il cemento armato. Un po’ lo invidio.

 

Giovedì 3

 

Nell’estate del 1914 Freud aveva 58 anni compiuti. Aveva già alle spalle un imponente lavoro scientifico. Il volume che raccoglie gli scritti che vanno dal 1912 al 1914 è il settimo dei dodici volumi delle Opere pubblicate da Boringhieri. I passi fondamentali per decifrare i complessi fenomeni della psicologia del profondo erano già stati compiuti. 

Eppure la reazione immediata di Freud allo scoppio della Prima guerra mondiale, dopo l’attentato del 28 luglio 1914, fu quasi di entusiasmo. “Starei con tutto il cuore dalla parte dell’Inghilterra, se solo potessi credere che l’Inghilterra non sta dalla parte del torto”. È il passo di una lettera ad Abraham. Cioè Freud si lascia andare a un tipico sentimento manicheo. “Tutta la mia libido si riversa sugli austroungarici”, scrive in una lettera a Ferenczi. 

 

Ci mette del tempo prima di ravvedersi. I segni di un ripensamento sono presenti in una lettera a Lou Andreas-Salomé. Nella guerra “tutto è ributtante”, e la cosa più triste è che “questo corrisponde esattamente al modo in cui, secondo le nostre previsioni psicoanalitiche, avremmo dovuto immaginare l’uomo e il suo comportamento”. 

La guerra sta insegnando che il nostro intelletto è debole, dice Freud, un gingillo, uno strumento dei nostri impulsi, delle nostre emozioni. In una lettera del 28 dicembre 1914, inviata a uno psicopatologo olandese, è ancora più esplicito: “Guardi cosa sta accadendo in quest’epoca di guerra, guardi le crudeltà e le ingiustizie di cui si rendono responsabili le nazioni più civili, la malafede con cui esse giudicano le proprie menzogne, le proprie iniquità e quelle dei propri nemici”. 

 

Evidentemente siamo sempre esposti al sequestro emozionale, il cui confine con la stupidità è piuttosto labile. E se posso permettermi ancora una citazione, la prenderei dalla parete di un palazzo di Via Bardi, la strada che conduce dalla mia scuola a corso Garibaldi. Al giovedì la percorro spesso per andare in Via Farini e oggi mi è caduto l’occhio su questa scritta: Grazie Putin, bombardaci Parma.

Poi, in tarda serata, ho accompagnato mio figlio da un barbiere di Via Bismantova. Sono tre cinesi, due maschi e una ragazza. Svelti e precisi, non c’è tanto da aspettare. Ho un profondo rispetto per i cinesi. 

Lascio mio figlio lì vicino, parcheggio e vado a camminare. È da un po’ che non giro da queste parti. Di solito c’è sempre molta gente in giro ma adesso sono le 19,30 e i negozi stanno chiudendo. Però è aperta una ferramenta davanti alla quale incontro un mio ex collega che ha in mano un secchio di vernice. Facciamo due chiacchiere e quando dice che viene in questo negozio perché il titolare è uno molto simpatico, e bravissimo, entro lo stesso anche se non mi serve niente. Saluto, mi guardo attorno e mi viene l’idea di comprare una spina. 

 

Poi continuo a camminare verso la Via della Canalina. Adesso la strada è deserta. Sono l’unico che se ne va in giro, a parte una donna che procede nella mia stessa direzione ma dall’altra parte. Si sta affrettando. Forse teme qualcosa, penso, forse è presa da una certa insicurezza, invece a un certo punto entra nell’unico esercizio ancora aperto. Ha l’aria di una vecchia mescita. Vineria da Renato, c’è scritto sulla tenda, sopra la vetrina. Fuori c’è anche una panca, e di fianco, su una botte, c’è una vecchia damigiana. 

 

Venerdì 4

 

Questa mattina devo accompagnare mia figlia e mia cognata alla stazione Mediopadana di Reggio Emilia. Vanno a Milano a vedere una mostra. Il traffico è intenso, è ora di punta: coda alle rotatorie, camion, autocarri in tangenziale, traffico sostenuto. È anche giorno di mercato. 

Provo a sgusciare via passando dalla circonvallazione che scorre lungo i viali ma il traffico è rallentato anche lì. Motorini, biciclette, pattini. Il fermento di una città che si svuota alle otto di sera e riposa fino al mattino dopo.

Alla rotonda di Via Regina Margherita faccio notare a mia cognata il palazzo che sorge a sinistra. Lei è di Lecce e forse non ci ha mai fatto caso. Visto da certe angolature ha l’aspetto di una piramide rovesciata e secondo me andrebbe messo tra le attrattive di Reggio Emilia. E le segnalo anche una birreria che c’è lungo via Gramsci.

 

Alle 8,20 lascio mia cognata e mia figlia davanti alla stazione. È quella progettata da Calatrava. Tutti sanno chi è, Calatrava. Invece nessuno sa chi ha progettato il palazzo a piramide rovesciata. Mia cognata rimane colpita dalla stazione. La vede da vicino per la prima volta. In effetti è uno spettacolo, come lo è la sequenza dei tre archi che reggono il ponte nella zona dell’autostrada. Il famoso ponte di Calatrava, che doveva dare prestigio internazionale a Reggio Emilia. 

Però un mio amico di Parma, tifoso del Parma, diceva che loro, da Parma, quando sono in autostrada e vedono il ponte di Calatrava, ve’, siamo quasi a Modena, dicono.

 

 

Sabato 5

 

Dopo cinque ore di lezione frontale – cioè dopo Hobbes e Aristotele, dopo il Berghof di Hitler, dopo la guerra d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, dopo le battaglie di Ulma, Austerlitz e Jena, con Napoleone che trionfa e rafforza il bonapartismo, apprezzato ancora oggi da parte di qualcuno – finalmente suona la campana dell’ultima ora. Tiro il fiato. Anche per oggi è finita. Infilo il computer nella borsa, saluto e mi avvio in aula docenti.

Ho già indosso il giaccone quando entra un mio collega di nome Paolo che insegna italiano e latino. Uomo di vasta cultura, profondo conoscitore di Mozart, e nel contempo dal fisico prestante, atletico. Un appassionato di cicloturismo, che ha all’attivo vere e proprie imprese compiute su e giù tra monti e vallate. Dotato perfino di capacità profetiche, come ho scoperto anni fa, quando mi ero presentato a scuola in sella a una Mountain Bike di marca Trek, nuova di zecca. 

 

Bellissima, dice lui appena mi vede. Io intanto mi piego per assicurare la bicicletta alla rastrelliera. Catena d’acciaio rinforzato, lucchetto con elevata resistenza alla trazione, superiore alle sei tonnellate. Bellissima, ripete. Io metto la chiave in tasca e ci avviamo all’ingresso. Bellissima, torna a dire, ma attento, fa gola ai ladri. E all’uscita, quel giorno, non c’era più la mia bicicletta.

Dunque, oggi, lui entra in aula docenti e senza tanti preamboli racconta di aver appena fermato una ragazza che stava scendendo le scale con le scarpe slacciate. 

 

Io lo so perché scendi le scale così. Scusi? ha chiesto la ragazza. Tu scendi le scale così perché non sai chi è Fritz Wunderlich. No, chi è? Fritz Wunderlich è stato uno dei più grandi tenori mozartiani del Novecento, morto a 36 anni, ruzzolato giù da una scala. Aveva inciampato nel laccio di uno scarpone slacciato.

Ecco, ringrazio pubblicamente Paolo per il suo talento insuperabile nel risollevare lo spirito affranto in questi momenti difficili. Ma lunedì prossimo, alla riapertura della scuola, devo ricordarmi di rintracciare la ragazza per avvisarla che certe profezie non bisogna prenderle troppo alla leggera. Hanno la spiacevole caratteristica di avverarsi.

 

 

Domenica 6

 

Se si proiettassero sul 2022 i prezzi di martedì 1° marzo, quest’anno l’Europa verserebbe alla Russia 260 miliardi di euro per comprare gli stessi volumi di gas, petrolio e carbone importati nel 2020. Le riserve in euro della banca centrale di Mosca bloccate in Europa sono di circa 185 miliardi. Nella differenza, se i dati forniti dal Corriere della sera sono corretti, sta uno snodo della guerra. L’Europa sanziona la Russia ma i prezzi dell’energia salgono alle stelle e col suo fabbisogno l’Europa garantisce le basi finanziarie per pagare la guerra. È quello che dice un ascoltatore che interviene questa mattina a Prima pagina. Con una mano togliamo e con l’altra diamo. 

 

Buongiorno, mi chiamo Attila. Chiamo riguardo alla fuoriuscita dei media occidentali dal territorio russo. Mi chiedo come faremo a sapere qualcosa del popolo russo. In questi ultimi giorni abbiamo preso delle decisioni che chiudono il contatto con la popolazione russa. Non capisco questo atteggiamento. Mi sembra molto pericoloso.

Kierkegaard diceva che in certi casi si deve decidere. La vita, a volte, si presenta in termini di Aut-Aut. Ho l’impressione che si stia avvicinando il tempo di una scelta. E forse l’abitudine a pensare in termini di post-verità potrebbe presentarci il conto. Come scegliere? In base a cosa? A quale principio?

Oggi pomeriggio passo da mia zia. Lei sta parlando al telefono con sua sorella e allora vado nella stanza dove un tempo mia madre aveva il laboratorio da sarta. Mi siedo sul divano e all’improvviso mi viene in mente che molti anni fa, prima che mia madre morisse, mentre lei era in cucina a preparare delle mele cotte, io ero lì seduto ad ascoltare per radio Ermanno Olmi. Raccontava di quando da bambino, nei pomeriggi estivi, sua nonna lo metteva a dormire. 

 

Era tutto sospeso, diceva Olmi. Un’immobilità di suoni e di movimenti, tutto fermo, anche l’aria. Descriveva la campagna come un mondo incantato. Però a un certo punto aveva usato delle parole filosofiche, che anch’io pronuncio a scuola. Non c’è trascendenza senza immanenza, aveva detto, e il momento più alto di civiltà è stato quello contadino. Parlava con la stessa naturalezza con cui un mio parente di Viano impugnava il forcone per dare il fieno alle vacche. Ma poi mi ero distratto, m’ero accorto che mia madre stava sulla soglia della porta tenendo in mano una scodella di mele cotte. Le mescolava col cucchiaio. Forse era lì da un po’. Se ne stava in silenzio, mi guardava e ascoltava Ermanno Olmi. Poi mi ha allungato la scodella. Senti come sono buone, ha detto.

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