Raffaella Carrà: rivoluzionaria pop

Nella televisione degli esordi, rigorosamente in bianco e nero, non era possibile far vedere le gambe delle donne. Quei centimetri di carne tremula avrebbero senz'altro turbato la pace dei sensi del popolo italiano. Nel 1956 qualcuno nello staff del varietà La piazzetta ebbe un'idea brillante: far indossare alla ballerina Alba Arnova una calzamaglia color carne. La trasmissione venne immediatamente chiusa. 

Il grottesco episodio da inquisizione di Stato restituisce il clima di un'epoca che sembra ormai remotissima, e invece appartiene al nostro passato prossimo. E aiuta a capire l'impatto dirompente sul nostro immaginario delle esibizioni di Raffaella Pelloni, in arte Carrà, nei varietà del sabato sera, che all'epoca venivano visti dall'intera nazione (o quasi). 

 

Non erano tanto le doti canore e l'abilità di danzatrice della showgirl (o della soubrette, se preferite il francese). Doti senz'altro notevoli, e sorrette da una simpatia esuberante e da un talento naturale, che le hanno consentito una carriera di successi lunga decenni, sia in Italia sia all'estero, soprattutto nei paesi di lingua spagnola, quando dopo decenni di sovraesposizione la sua stella in Italia appariva appannata.

Non era una bellezza mozzafiato, e non aveva certo il fascino della femme fatale. Anzi. Era la ragazza che potevi incontrare sull'autobus, alla cassa del supermercato, nell'ombrellone accanto alla tua sdraio. Semplice, simpatica, spigliata, ottimista, come tanti ragazzi dell'Italia del boom. E per di più sapeva cantare e ballare, doti che nonne e zie apprezzavano. 

 

Ma questa ragazza della porta accanto sapeva quello che voleva e lo diceva. Anzi, lo cantava e lo ballava, grazie anche all'aiuto di un mago della regia televisiva come Enzo Trapani. Nel mondo prima di Raffaella, nelle poesie e nelle canzoni, l'amore lo si invocava fino alla nausea, lo si soffriva, lo si ricordava, lo si rimpiangeva, lo si malediceva, sempre in rima. Ma l'amore ma non lo si faceva mai. Nemmeno al Festival di Sanremo, dove cuore, dolore e fiore infestavano i versi dei parolieri.

Per cominciare, Raffaella Carrà aveva un corpo: sapeva di averlo e ci voleva giocare, con ironia. È il celebre Tuca tuca firmato da Gianni Boncompagni e Francesco Pisano (1971), che superò la censura televisiva solo quando le trovarono come partner “tattile” l'arcItaliano Alberto Sordi.  

 

Coraggio, vieni qui


(Tuca tuca)
È tanto bello ballare così con te

 

Il testo era ironico, ma il linguaggio del corpo non lasciava dubbi: i palpeggiamenti erano solo il prologo. Perché fare l'amore le piaceva, come spiegava con la complicità di Daniele Pace e Gianni Boncompagni, autori delle sue maggiori hit: 

 


Com'è bello far l'amore da Trieste in giù
Com'è bello far l'amore io son pronta e tu
Tanti auguri
A chi tanti amanti ha
Tanti auguri
In campagna ed in città

Com'è bello far l'amore da Trieste in giù
L'importante è farlo sempre con chi hai voglia tu
E se ti lascia lo sai che si fa?
Trovi un altro più bello
Che problemi non ha.

(Tanti auguri, 1978)

 

È vero che nelle canzoni popolari l'amore lo si faceva, magari mentre si vendemmiava l'uva fogarina. Ma grazie a queste canzoni in prima serata, la rivoluzione sessuale e il femminismo hanno preso una forma spensierata e pop. L'amore non era più un sentimento ineffabile, ma un'attività, una performance da valutare in termini tecnici dopo aver trovato il partner più efficiente.

Ma non basta. A Raffaella non piaceva far l'amore e basta. Se lo faceva, voleva farlo come piaceva a lei. Lo comunicava prima di tutto alle altre donne, che rivendicassero il loro diritto al piacere sessuale.

A far l'amore comincia tu
(Aahaha) A far l'amore comincia tu
Se lui ti porta su un letto vuoto
Il vuoto daglielo indietro a lui
Fagli vedere che non è un gioco
Fagli capire quello che vuoi

(A far l'amore comincia tu, 1977)

 

La melodia rimbalzava da quel corpo minuto e scattante, sempre sovraccarico di energia. E magari metteva in mostra l'ombelico, in diretta su Rai, scatenando brividi oggi impensabili... 

Quel versi si sono impressi nella memoria di intere generazioni. In quel momento storico Raffaella Carrà, con il suo caschetto di capelli biondi, ha incarnato il nazional-popolare in purezza. L'egemonia culturale di Canzonissima e della televisione contro quella del Vaticano e delle prediche domenicali. Quelle canzoni hanno cambiato la morale sessuale di un'intera nazione. O meglio, di una sua parte, come dimostra l'attuale opposizione al DDL Zan.


Nel corso di una lunghissima carriera (aveva esordito nel cinema a 8 anni) Raffaella Carrà ha venduto decine di milioni di dischi: è la regina della canzonetta italiana degli anni Settanta e Ottanta, anche se non ha mai partecipato come concorrente al Festival di Sanremo. Non ne aveva bisogno, non ci sarebbe stata gara. Naturalmente la spigliata e scosciata Raffaella è diventata  un'icona gay.

Poi c'è tutto il resto, le infinite trasmissioni televisive, l'attrice bambina, i filmetti e i filmacci, le telefonate in diretta, il vaso “che devi indovinare quanti fagioli ci sono dentro”, il trionfo del tinello piccoloborghese, il sadomaso dei balletti pornosoft... Ma anche la fedeltà al personaggio, un professionismo indiscutibile, una diva amatissima che rispettava e sosteneva i colleghi...

Quei versi stupidini li ricordiamo tutti, come ricordiamo quel suo gesto incofondibile, buttare la testa all'indietro per dare una scossa al caschetto biondo, inarcando la schiena, quasi a evocare gli orgasmi spensierati che scintillavano nelle sue canzoni. 

 

Lo ha spiegato con chiarezza Angelica Frey, quando ha recensito su “The Guardian” lo sgangherato ma pungente musical spagnolo Explota Explota, tutto basato sulle sue canzoni, che racconta una vicenda di censura nella Spagna franchista: lei è “la pop star italiana [che] ha insegnato all'Europa le gioie del sesso”.

Che poi la rivoluzione sessuale sia stata un'autentica liberazione o l'ennesima trappola, se siamo davvero riusciti a emanciparci dalla sessuofuobia clerical-conservatrice o se siamo sprofondati in un'altra piega del capitalismo fondata sulla meritocrazia erotica dei corpi, questo è un altro discorso.   

Intanto Raffaella Carrà ci ha insegnato che far l'amore ci piace. Anche da Trieste in su. 

 

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