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A Ravenna nella ‘rete’ Meredith Monk

Più di due millenni prima che la fisica moderna osservasse il ‘reale’ e la materia che lo compone attraverso le particelle e la loro inscindibile relazione, la filosofia buddhista delineava un’equivalente indissolubile interdipendenza attraverso l’immagine di un’infinita rete fatta stendere dalla divinità Indra a ricoprire l’intero universo. A ciascun punto nodale della rete, una gemma lucente che riflette in sé le infinite altre gemme che la compongono. Basta un impercettibile spostamento della rete, perché ogni altra sua parte subisca un’equivalente variazione. È sufficiente una infinitesimale modificazione di una delle gemme, perché ogni altra la riveli mutando il proprio riflesso. Ed è questa immagine millenaria a fornire titolo e leggi compositive all’ultimo lavoro di Meredith Monk: Indra’s Net, “La rete di Indra” appunto. Un’opera che chiude, dopo dieci anni, la trilogia dedicata dall’artista statunitense all’esplorazione intorno al generarsi della vita, al rapporto tra uomo e ‘natura’ e alla presa di coscienza della loro indissolubilità. 

 

E se l’immagine di una simile interconnessione e le regole di creazione che da essa derivano sembrano al contempo sintetizzare una carriera come quella di Monk – tra le più importanti sperimentatrici dell’arte contemporanea che dagli anni ’60 a oggi ha segnato in modo radicale la ricerca intorno alla vocalità e alla composizione musicale e, a partire da quelle, intorno alle intime e profondissime relazioni e contaminazioni tra i differenti linguaggi artistici intessuti proprio come in un’unica rete – pare di poterne scorgere effetti ed esiti anche su tutte le attività e i processi collaterali alla sua produzione. Così, come in presenza di una forza che lavora in modo sotterraneo ma costante, sembra che anche i tre, densissimi giorni che hanno visto il passaggio di Monk a Ravenna – tra l’11 e il 13 aprile – siano in qualche modo segnati da un’affine, profonda idea di rete che li avrebbe costituiti e attraversati.

 

A partire da quella che lega strettamente le due realtà che hanno permesso un simile passaggio, ossia Ravenna Teatro, sorta già trent’anni fa come rete di spazi, di pratiche, di individui, di artisti, di sapienze e di progetti con ramificazioni di anno in anno sempre più centrifughe, e Malagola, il centro internazionale di studi sulla vocalità fondato lo scorso autunno da Ermanna Montanari ed Enrico Pitozzi, che si genera come rete in certo modo autonoma ma al contempo annodata a quella in connessione ulteriore. Una tre giorni che, a partire da un’artista che è già di per sé rete di sapienze tanto teoriche quanto concrete, si costituisce come breve ma potente ‘disseminazione’ di quelle sapienze tra tempi e spazi differenti. 

 

Un patrimonio di pratiche compositive da condividere e mettere innanzitutto in gioco per tre giornate di lavoro a Malagola, attraverso i corpi e le voci dei quindici allievi del corso di alta formazione. A segnare il cammino attraverso le sessioni di lavoro, Ellen Fisher e Katie Geissinger, due delle performer che ormai da decenni costituiscono il gruppo di lavoro di Meredith Monk e che della sua arte ha assunto tecniche, competenze e, con esse, la possibilità di farne lascito e trasmissione. Cammino che ha fatto di Palazzo Malagola un luogo-rete di spazi differenti che sono risuonati del lavoro fisico e vocale degli allievi del corso che, a gruppi, hanno portato all’ascolto di Monk, alle sue indicazioni e suggestioni, gli esiti del proprio lavoro di ricerca intorno a quel nucleo di premesse condivise. 

 

Meredith Monk a Malagola, al lavoro con gli allievi di Malagola, ph. Daniele Pezzi.


Una rete che si è poi estesa ad annodare Palazzo Malagola con il Teatro Rasi per la serata conclusiva del 13 aprile, aperta al pubblico più vasto. Se il primo era il luogo e il tempo delle pratiche, il Rasi – anch’esso teatro-rete di per sé, costituito da luoghi in costante ridefinizione e ripensamento – s’è fatto qui tempo e luogo del dialogo, del confronto, della messa in comune di riflessioni ed echi di quanto ha guidato e guida il lavoro artistico di Monk. E seppure il pubblico del Rasi non abbia avuto modo d’assistere alle giornate di lavoro con Monk attraverso i processi pratici a Malagola, la serata del 13, come le gemme della rete di Indra, ne preserva e riflette forze ed energie, rilanciandole e diffondendole. Non facendone racconto di ciò che lì s’è svolto, ma incarnandolo interamente ed esaustivamente nello specifico che attraversa la serata: una conversazione tra Monk e Bonnie Marranca capace di far rilucere e germogliare principi, elementi e punti chiave della sua arte, dalle modalità con le quali s’è costituita a quelle con cui s’è modificata e rinnovata. La gemma della teoria che illumina e riflette quella della pratica.

 

Per l’occasione, non si entra in sala dai consueti accessi, quelli che si aprono nel foyer del teatro, ma tramite il passaggio obbligato attraverso la nuova saletta che i recenti lavori di ristrutturazione e ripensamento del Rasi hanno ricavato sotto la gradinata della platea. Un luogo che sembra farsi stavolta premessa e allusione a quello spazio sacro che è sempre stato, nelle parole di Monk, il luogo della creazione e della performance. L’oscurità in cui la saletta è immersa, la nicchia sulla destra che conserva una porzione intatta della parete originale della chiesa medievale di Santa Chiara – prima destinazione dell’edificio –, la grande statua equestre a sinistra, frammento di scena di molti lavori del Teatro delle Albe, qui ripensato quasi come reliquia di un tempio: brevi tratti, segni a schizzare l’abbozzo di un primo ambiente che, appunto in una sacralità richiamata e accennata, accoglie le tracce di tutto il trascorso artistico di Meredith Monk. Una condensazione affidata alla proiezione di centinaia tra dipinti e scatti fotografici che ripercorrono l’intera carriera dell’artista newyorkese e alla diffusione di brani corali da lei composti tra gli anni ’70 e ’90 che, rifacendosi alla musica sacra, contribuiscono alla dimensione quasi liturgica di questo accesso.

 

Una scomposizione tra sguardo e ascolto che non simula l’illusione impossibile di poter fare esperienza differita della ‘liveness’ della performance – come avrebbe fatto, nell’unificazione tra suono e immagine, una registrazione in video –, ma che piuttosto conduce quell’impossibilità alla sua evidenza e alle conseguenze che ne derivano. Le performance sono altrove, nel tempo e nello spazio: non si può che recuperarne una memoria interna alla percezione nella complessità dei suoi strati, negli inediti accostamenti delle tracce che hanno lasciato dietro sé, nell’incongruenza tra i suoi elementi che schiudono, a posteriori, nuovi percorsi. Nella sensazione come rete infinita, ancora una volta.

 

La nuova saletta del Teatro Rasi di Ravenna nell’allestimento pensato per la serata di dialogo tra Meredith Monk e Bonnie Marranca, ph. Marco Sciotto.


E lo spazio sacro cui quel primo accesso accennava, con l’ingresso in sala si rivela e spalanca nei medesimi canti in più vasta diffusione e nell’oscurità affine che attraversa la platea per schiarirsi sul palcoscenico dove, rimosso il fondale nero, l’abside medievale dell’edificio è illuminata a sancire in modo netto la sacralità di quello che su quel palco avviene e avverrà. Si entra così nel cuore della serata: a poco a poco e come in un rito religioso e con l’introduzione di Ermanna Montanari ed Enrico Pitozzi a far da ponte ideale con le due giornate precedenti. Montanari a ricordare quanto Meredith Monk, “colonna, guida, maestra d’arte e di vita”, sia stata la prima “artista-mondo” alla quale si è pensato alla fondazione stessa di Malagola e Pitozzi a sottolineare come la serata al Rasi manifesti, perfettamente e ai massimi livelli, la doppia vocazione che attraversa Malagola, ossia da un lato quella che si rivolge ai processi e alle pratiche artistiche – qui incarnate dalla presenza di Monk e dal suo percorso attraverso l’intreccio dei linguaggi e delle arti – e dall’altro quella legata alla dimensione teorica, della quale Bonnie Marranca (anch’essa docente del corso di alta formazione nelle giornate precedenti) rappresenta uno dei vertici internazionali, con la sua storia pluridecennale di critica, teorica ed editrice al fianco delle esperienze performative più importanti a cavallo tra la fine del ’900 e gli inizi del XXI secolo.

 

E nella conversazione tra Monk e Marranca che prende avvio da lì e per l’ora e mezza successiva (tradotta in italiano dalla bravissima Elena Caccin) pare di entrarci inizialmente come spiandola di nascosto e quasi ponendosi nell’interstizio di spazio e di tempo che unisce e separa questa serata dall’ultimo loro dialogo che – insieme agli altri susseguitisi a partire dal 2008 – ha generato l’ultima edizione del libro di Marranca Conversations with Meredith Monk (PAJ, 2020). Se quel libro era nato, come Marranca racconta nella prefazione, dal loro conversare al tavolo della sua camera da pranzo o a quello della cucina di Monk, è come se il palco del Rasi fosse un altro luogo in cui proseguire quel dialogo ininterrotto.

 

Un dialogo che, infatti, non prende avvio – come ci si aspetterebbe – dalle origini del suo lavoro artistico, da un racconto di come esso è sorto e si è evoluto. Come se il passato fosse già tutto nelle gemme di quella rete costituita dall’ingresso in sala per quel primo spazio sacro, dalla memoria di ciascuno, dai tre giorni di pratiche tra le sale di Malagola e dal volume già pubblicato insieme, il dialogo riprende esattamente lì dove era stato sospeso all’ultima pagina di quel libro, e dunque dal presente. Se, come scrive Marranca nella nuova prefazione per questa ultima edizione, “non potevamo immaginare la nube d’incertezza che sarebbe scesa sul mondo sotto la forma del coronavirus” poco dopo quel 6 gennaio del 2020 in cui si era svolto il loro ultimo colloquio, è proprio da questo incerto presente immerso negli anni della pandemia che si ricomincia a discutere. 

 

Le riflessioni intorno a questo tempo e alle sue urgenze, alle questioni sempre più pressanti che esso pone in relazione alle arti performative, alle modificazioni che imprime al lavoro artistico individuale e alla percezione collettiva percorrono tutta la prima parte della serata: in che modo una performer come Monk ha impiegato questi anni di forzato distacco dal palcoscenico e cos’ha generato, poi, in lei e nel pubblico il ritorno sulla scena? Come questi anni hanno accelerato il processo di esponenziale modificazione del concetto di teatro e di ‘presenza’ in relazione alle nuove tecnologie e alla crescente ambiguità intorno all’idea sempre più stratificata di ‘live’? Verso quali esplorazioni di differenti filosofie ed estetiche e sperimentazioni di nuovi modi di lavorare è stata spinta la creazione di Monk da tutto questo e che rotte immagina possa tracciare per il suo immediato futuro?

 

Marranca tratteggia l’architettura della rete di discorsi e Monk ne fa costruzione tessendola e intrecciandola, raccontando della costruzione di Indra’s Net, appunto, che con l’inizio dell’emergenza sanitaria s’era interrotta, per trovare poi differenti modalità di lavoro a distanza e nuovi artisti da annettere al progetto; di come questi due anni le abbiano fatto assumere ulteriore consapevolezza delle potenzialità della performance dal vivo rispetto a qualsiasi versione mediata se ne possa immaginare; della forza che il processo artistico è capace di acquisire da una presa di coscienza sull’incertezza e la fragilità estreme di fronte alle quali questi anni ci hanno posti; ancora, di come simili incertezze abbiano rafforzato in lei la necessità – che l’ha sempre guidata – di un’arte che si faccia sempre più cura profonda e alternativa al contingente, verso una dimensione senza tempo, sacra appunto.     

 

Meredith Monk e Bonnie Marranca sul palco del teatro Rasi, ph. Marco Caselli Nirmal.


È questo passaggio intorno a una possibile definizione dell’arte a riportarci per un attimo al passato, agli esordi di Monk, alla sua formazione da subito al confine tra i linguaggi. Un passato da rilanciare però nuovamente verso il presente e il futuro, sottolineando quanto la curiosità e la necessità di imparare dei primissimi anni sia la medesima che anima oggi il suo fare artistico, e riflettendo sul ciclico ripresentarsi di temi e idee da rielaborare nel tempo attraverso prassi differenti. Non tanto la necessità del ‘nuovo’ quanto l’esplorazione di quello che alla novità può condurre, si configura come il reale motore della creazione lungo i decenni: più i processi e la loro interrogazione che le forme compiute. Interrogazione che, racconta ancora Monk, fa spesso i conti – inevitabilmente – con i ‘tempi del deserto’, il transito per lunghe fasi di vuoto nelle quali pare impossibile che possano più generarsi nuove idee ma che vanno invece riconosciuti come periodi necessari alle fasi più creative, così come saper attraversare l’inverno è necessario alla rinascita di primavera: periodi nei quali porsi in attesa e in ascolto. 

 

Un’idea che devia il dialogo in direzione dei solchi tracciati nel suo lavoro dalla pratica e dalla tradizione buddhista alla quale si è accostata già dagli anni ’70, per farne poi, negli ultimi vent’anni, uno dei pilastri centrali del proprio operato. Sollecitata da Marranca, Monk mostra dapprima la convergenza tra concetti estetici che hanno da sempre caratterizzato il suo lavoro e alcuni principi cardine del buddhismo, come l’idea di ‘presenza’ o quella di fluidità tra tempo e spazio, per poi percorrere l’idea di ‘mente del principiante’, quello stato ideale di apertura, vulnerabilità e attenzione necessario alle fasi embrionali di ogni opera, perché questa possa rivelare le proprie leggi sempre differenti. 

 

Il dialogo procede a lungo, a intrecciare questioni che, nella rete, ne richiamano altre per illuminarle e osservarle da punti di vista inediti. Dalla centralità del respiro come scaturigine della voce tanto nella preparazione quanto nel lavoro concluso, alla routine di esercizi quotidiani che allenano voce e corpo come farebbe un’atleta, dalla regia cinematografica come composizione musicale attraverso l’immagine, alle prospettive future di un percorso artistico come quello di Monk che sembra sempre in una spirale di costante ascesa e rinnovamento, anche dopo quasi sei decadi di lavoro. Rete che si estende, infine, nella direzione del pubblico in sala: per un augurio e un’esortazione a investire la propria vita senza ripensamenti in ciò per cui ci si sente davvero chiamati e ancora per un paio di domande intorno alla dialettica tra multidisciplinarietà e specialismo e ai suoi ricordi più duraturi sul suo stare in scena come performer.

 

Si lascia la sala da dove si era entrati: attraversando nuovamente – e a ritroso – la saletta in cui per immagini e canti si ripercorre la percezione traslata e compendiata dell’intero trascorso artistico di Monk. Ci si sofferma ancora una volta a osservare e ascoltare, come non lo avessimo già fatto lungamente a inizio serata, con la sensazione che quelle tracce – o piuttosto la percezione di esse – abbiano in un certo senso subìto, dopo la conversazione, un qualche mutamento. D’altronde, lo si diceva in apertura: “È sufficiente una infinitesimale modificazione di una delle gemme, perché ogni altra la riveli mutando il proprio riflesso”.

 

L’ultima fotografia, di Marco Caselli Nirmal, ritrae Meredith Monk sul palco del Rasi.

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