Richard Jewell: l’incubo americano di un innocente

Clint Eastwood prosegue indefesso la sua attività e con Richard Jewell dà voce a un’altra storia di gente comune travolta dai meccanismi dell’ingiustizia. L’epopea americana di Eastwood si muove tra le ombre del lato oscuro del giustizialismo, storie sbagliate dove il lieto fine non è mai totale, appagante.

 

Dopo l’operazione malriuscita (maldestra?) di Ore 15:17 - Attacco al treno e Il corriere - The Mule, discreto ma non eccelso, Clint riprende quota con un film che convince appieno… O quasi. Sicuramente finirà nella sezione dei suoi “minori” (complice anche il flop al botteghino americano) e non troverà posto di fianco ai soliti Mystic River, Million Dollar Baby, Gli Spietati e Un Mondo Perfetto; ma Richard Jewell incarna alla perfezione i punti salienti della poetica del cineasta di San Francisco in una confezione solidamente classica, a tratti impeccabile, anche se problematica. 

 

Il “vero” Richard Jewell.


Atlanta, 27 luglio 1996: una bomba esplode al Centennial Olympic Park, in città si stanno svolgendo le Olimpiadi; 2 morti e più di 100 feriti. Il colpevole, un estremista cristiano antiabortista – Eric Rudolph, resta libero fino al 2003. Dopo la bomba al Centennial Park, Rudolph ha messo a segno altri tre attentati colpendo due consultori e un club gay, e prima di essere arrestato ha vissuto cinque anni come fuggitivo nei boschi degli Appalachi. Ma questa è un’altra storia. 

Quella che interessa Eastwood è invece la vicenda che vede protagonista Richard Jewell, un addetto alla sicurezza col sogno di lavorare nelle forze armate, spinto dalle migliori intenzioni, da un fortissimo senso di giustizia, una cieca fiducia nel sistema e una buona dose di ingenuità. 

Dopo essere stato accolto dai media come un eroe – per aver trovato lo zaino sospetto con l’ordigno e aver dato l’allarme evitando una strage – è lui a essere indagato, capro espiatorio per antonomasia pronto ad appagare la fame di giustizia di un sistema fallace (e malevolo) contro cui Clint ha già più volte impietosamente puntato il dito (J. Edgar, 2011).

 

Le scene che precedono il ritrovamento della bomba, durante il concerto dei Jack Mack, sono di pura maestria: ritmo, tempi, inquadrature, montaggio, commento sonoro, l’opera di un regista in stato di grazia che crea un meccanismo di suspense a dir poco magistrale. È una storia che prende le mosse da un attentato, con l’esplosione di una bomba: sappiamo benissimo cosa sta per accadere. Eppure, sullo schermo la tensione è alle stelle, il fiato sospeso. 

 

Clint Eastwood e Paul Walter Hauser sul set del film.

 

Richard Jewell è ovviamente un film politico, anche se l’immagine di Clinton fa una comparsata solo di sfuggita e la matrice cristiana e ultra-destrorsa dell’attentato non è nemmeno accennata. Il dito è puntato contro l’inattendibilità dei media, cavallo di battaglia della demagogia trumpiana. Nonostante questo, il regista sembra mettere in scena una parabola morale, trasversale rispetto alle amministrazioni: al centro c’è la fragilità del singolo contro le architetture del potere statale e dei media. «Il potere della burocrazia continua a crescere mentre il pianeta si restringe e i problemi della società diventano più complessi. Ho paura che l’indipendenza individuale stia diventando un sogno obsoleto»: così Clint Eastwood in un’intervista del 1984, recentemente raccolta nel volume Fedele a me stesso (Minimum Fax, 2019).

 

The wrong man, il topos dell’innocente accusato ingiustamente, uno dei preferiti di Hitchcock, trova in Jewell un protagonista perfetto: un uomo additato per un crimine compiuto da un altro a causa delle circostanze e, soprattutto, dall’ottusità procedurale in cerca di una soluzione semplice e immediata. Jewell è ossequioso, laborioso e ha slanci di generosità facilmente etichettabili come fuori luogo: rifornisce quello che poi diventerà il suo avvocato, Bryant Watson (un ottimo Sam Rockwell), di barrette Snickers perché sa che sono le sue preferite, al Centennial Olympic Park distribuisce acqua a donne incinte e anziani, bibite per i “colleghi” poliziotti. È obeso, le sue aspirazioni lavorative sono costantemente frustrate, vive con la madre. È uno strambo? Vuole solo sentirsi utile, accettato. Per l’FBI invece le caselle sono quelle dell’attentatore solitario, del falso eroe. Così è deciso.

 

Se la pellicola tecnicamente risulta solidissima, girata e montata con grande intuito e mestiere, cade però in un corto circuito ideologico che interferisce con la riuscita della sceneggiatura. Quello che il regista fa è, letteralmente, rendere pan per focaccia ai responsabili del calvario di un cittadino innocente. Da una parte difatti riabilita la figura di Jewell, restituendogli una dimensione umana sincera e commovente, dall’altra imbastisce i personaggi antagonisti (i cattivi insomma) arricchendo e drammatizzando i fatti con insinuazioni e stereotipi. La gogna che ha travolto Jewell è stata scatenata principalmente da due fattori: l’FBI – in particolar modo dall’agente Tom Shaw, un personaggio fittizio qui interpretato da Jon Hamm (il Don Draper di Mad Man) – e la stampa – le cui colpe vengono fatte tutte ricadere in toto su Kathy Scruggs, giornalista dell’“Atlanta Journal-Constitution”. 

 

Jon Hamm e Olivia Wilde


Nel film di Eastwood, Kathy Scruggs (Olivia Wilde) ottiene la soffiata sull’indagine grazie una “sveltina” (uno snodo narrativo senza alcun riscontro con quanto realmente accaduto), venendo dipinta come una penna di quart’ordine, vera e propria reporter d’assalto senza scrupoli e senza etica (tornano alla mente la Megan Carter/Sally Field di Diritto di cronaca di Sydney Pollack e l’Alicia Clark/Glenn Close di Cronisti d’Assalto di Ron Howard), in un modo definito “extraordinarily reckless”, straordinariamente avventato, dal caporedattore dell’“Atlanta Journal”, che ha minacciato azioni legali contro la Warner.

In Kathy Scruggs si incarnano insomma tutte le colpe del sistema mass mediatico. Salvo poi, nel finale, farle versare una lacrima di pentimento, scena che – anche al netto delle considerazioni tra aderenza al reale e deviazioni letterarie – rappresenta uno dei talloni d’Achille della pellicola, che non necessitava di facili pietismi in corsa. 

 

Ma se su Kathy Scruggs sono stati concentrati tutti i difetti (sessisti) della donna in carriera di matrice post-reganiana, a rappresentare lo spirito femminile pratico, fiducioso e ironico è chiamata in causa la segretaria russa di Watson, Nadya (una stupenda Nina Arianda). È sua l’invettiva più tagliente di tutta la sceneggiatura: «In Russia when the government says someone’s guilty, it’s how you know he’s innocent. Is it different here?». Mischiando storia e mitologia, Eastwood perde così l’occasione di un film vitale e sincero in favore di un manifesto ideologico insidioso e ambiguo: nell’America (democratica) di Clinton i media e lo Stato vanno a letto assieme per tessere trame ai danni degli ignari cittadini. Nessuno è al sicuro, lo dice Bryant durante la conferenza stampa con Bobi, la madre di Richard (una Kathy Bates che grazie a questa performance è stata nominata all’Oscar come miglior attrice non protagonista): «Her son’s accusers are two of the most powerful forces in the world today: the United States government and the media». Insomma, una dittatura invisibile e pervasiva quasi peggio della Russia comunista.

 

La versione onesta di questa storia ha due protagonisti, Richard e Kathy, entrambi morti pochi anni dopo i fatti (lui a 44 anni a causa di un’insufficienza cardiaca, lei a 42 per un’overdose di antidolorifici). Le loro vite si sono incrociate per un breve ma fatale istante che ne ha segnato entrambi i destini: vittime di un sistema che li ha fagocitati, colpevoli di aver cercato di svolgere il proprio lavoro con abnegazione e cieca fiducia nella propria missione. Forse proprio quello che succede a Eastwood.  

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