Ricordando Zavattini

Trent’anni fa, il 13 ottobre 1989, è scomparso a Roma Cesare Zavattini, uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento. Molti forse tenderebbero a collocarlo all’interno dell’ambito degli sceneggiatori cinematografici. In effetti, ha lavorato come sceneggiatore a oltre ottanta film, ma se c’è un personaggio per il quale è estremamente riduttivo associare il suo nome a una sola etichetta questo è senz’altro Zavattini, del quale devono essere considerate almeno tutte le attività svolte come giornalista, commediografo, scrittore, poeta e pittore. E anche quando lavorava come sceneggiatore, Zavattini di solito partecipava in maniera estremamente attiva alla regia dei film. Molto spesso ne diventava un vero e proprio co-regista. Insomma, Zavattini può essere considerato un eclettico sperimentatore di molteplici strumenti d’espressione e di differenti linguaggi narrativi. Lo testimonia d’altronde il suo ricchissimo archivio personale di lettere e documenti, attualmente conservato in gran parte presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

 

Non è un caso che l’archivio di questo intellettuale si trovi in tale luogo, perché Zavattini ha lasciato la natia Luzzara, paese della provincia di Reggio Emilia, prima per Milano e poi per Roma, ma ha sempre mantenuto uno strettissimo legame con la cultura di quella terra emiliana da cui proveniva, che ha costantemente cercato di valorizzare. Ad esempio, attraverso iniziative come l’ideazione del Premio dei pittori Naïfs e del Museo Nazionale delle Arti Naïves o come il libro fotografico Un paese, risultato dell’invito rivolto da Zavattini al fotografo americano Paul Strand a interpretare visivamente la sua Luzzara. Non è un caso che nell’introduzione di questo volume abbia voluto raccontare questo episodio: «una volta ebbi la voglia repentina di mangiare del pane del mio paese, così partii sui due piedi da Milano, e quella notte mi addormentai col letto pieno di briciole».

 

Zavattini però è importante ancora oggi, a distanza di trent’anni dalla sua scomparsa, soprattutto perché viene riconosciuto, in Italia ma anche all’estero, come l’inventore del neorealismo cinematografico, che costituisce probabilmente uno dei momenti più alti del cinema mondiale. Tra l’altro, ha firmato le sceneggiature dei più celebri film diretti dal regista e attore Vittorio De Sica ˗ Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951), Umberto D. (1952) ˗, tre dei quali hanno ricevuto la candidatura al Premio Oscar.

 


Ladri di biciclette può essere considerato un film esemplare della poetica neorealista zavattiniana. Ambientato in una realtà sociale estremamente povera come quella dell’Italia dell’immediato dopoguerra, è costruito su una storia che ha come principale personaggio Antonio Ricci, un disoccupato che, per poter dare da mangiare alla moglie e ai suoi due figli, è costretto ad impegnare la sua bicicletta. Si reca continuamente in piazza sperando di trovare un lavoro e un giorno finalmente gli offrono di incollare sui muri i manifesti pubblicitari dei film in uscita. L’intellettuale statunitense Stuart Ewen, nel volume Sotto l’immagine niente (FrancoAngeli), ha analizzato a lungo Ladri di biciclette e ha così descritto una scena di questo film che ha come protagonista Ricci: «Goffamente, egli tenta di stirare le grinze formatesi sul manifesto della statuaria Hayworth. Le sue mani sono rozze e sporche, il corpo di lei è una tornita conchiglia di porcellana. Gli occhi dell’uomo sono scavati dalla fame e dalle umiliazioni, i seni della donna sono rigonfi d’una promessa di generosità infinita» (p. 184). Si tratta di una scena che Ewen ha considerato particolarmente significativa all’interno della costruzione narrativa del film, in quanto esprime in maniera efficace quel notevole scarto che esisteva all’epoca tra la condizione di estrema povertà della società italiana del dopoguerra e l’economia del benessere e del consumo che nell’America che aveva vinto la guerra si era già notevolmente sviluppata. Vi troviamo infatti Antonio Ricci, povero essere umano alle prese con la dura legge della sopravvivenza, e Rita Hayworth, famosa diva del cinema che incarnava pienamente sullo schermo quel nuovo modello di ricchezza consumistica che gli Stati Uniti andavano progressivamente sviluppando ed esportando con notevole successo in tutto il mondo.

 

La scena descritta da Ewen esprime però efficacemente anche quel potente desiderio di comprendere e analizzare la realtà sociale che l’idea di cinema portata avanti da Zavattini conteneva. Un’idea che intendeva schierarsi esplicitamente contro quella concezione artificiosa del mondo che caratterizzava invece i prodotti del cinema hollywoodiano. Un’idea, soprattutto, che contrapponeva la verità della povertà ai miti e ai sogni del cinema americano, le mani grossolane ma vere di un operaio italiano all’immagine sul manifesto della grande diva. Non è un caso forse che Zavattini abbia dato nel 1982 all’unico film che ha firmato anche come regista il titolo La Veritàaaa.

Cesare Zavattini nel suo studio di via Sant’Angela Merici, Roma © 1978

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