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Scarabocchi: scappa mostro nero!

Dal 18 al 20 settembre torniamo con Scarabocchi: distanti e cauti con il nostro festival a Novara. Lo abbiamo pensato con lezioni online e laboratori, per bimbi sopratutto, in presenza. Per esserci. con i corpi, che è il tema di questa edizione. Qui il programma.

 

Già due settimane prima del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che ha istituito la “Grande serrata”, il lockdown, le scuole erano state chiuse e le attività formative sospese. I bambini e i ragazzi avevano perso, ormai da tempo, la frequentazione con l’istituzione che più di ogni altra scandisce l’incedere della loro vita, ordina le loro attività, fornisce un contesto di socializzazione fuori dall’ambito famigliare. La scuola è, o dovrebbe essere, oltre la famiglia, il luogo sicuro, l’interno riparato che si oppone al “fuori” incerto e pericoloso, un contesto che permette di sperimentare differenti versioni di sé, della propria identità in modo sicuro, aprendo quindi la possibilità al processo di educazione, istruzione e formazione della propria individualità. 

Pochi giorni dopo il lockdown, che ha rinchiuso le famiglie e i bambini nelle loro case e ha sconvolto i comportamenti consueti, una serie di disegni raffiguranti arcobaleni colorati sono apparsi in bella mostra alle finestre e ai balconi. Che significato ha avuto disegnare e affiggere questi arcobaleni fuori dalle nostre case? 

 

Certamente, il simbolismo celato, tuttavia in piena evidenza, di questi disegni colorati ha un chiaro significato di speranza e rinascita. L’arcobaleno con i suoi colori saluta l’arrivo del sole, della luce dopo il buio e la pioggia. Il bel tempo dopo il diluvio. Un altro significato simbolico riguarda il percorso, la strada che occorre viaggiare per giungere alla meta, alla ricompensa agognata, la favolosa pentola d’oro sorvegliata da un elfo al termine dell’arcobaleno. Incita dunque a non perdere la speranza e tener duro perché tempi migliori arriveranno. Un disegno e un disegnare che assumono una funzione rituale, apotropaica, per scacciare il male. Come le edicole con madonne e santi ai crocicchi o le croci sugli stipiti delle porte, questi disegni sono affissi sulla soglia di casa, su quel limite tra il dentro protetto e sicuro e il fuori in cui oltre ai soliti pericoli si è aggiunta una strana entità, invisibile e onnipresente, per questo ancora più spaventosa, il virus. 

 

Per alcuni genitori, quindi, disegnare insieme e far disegnare questi arcobaleni, spesso accompagnati da frasi più o meno dense di pensiero positivo, espressioni come “andrà tutto bene” che assumono i connotati del mantra, della formula magica, sperando fosse una profezia che si auto-avvera, diventa un atto performativo. Frasi che hanno la loro forza proprio nell’atto di pronunciarle, o scriverle, più che nel loro contenuto di verità: in quel momento, nessuno poteva scommettere sul fatto che andasse tutto bene, già le immagini di ospedali e carovane di bare denunciavano che in realtà non stava andando per niente tutto bene. Anche qui si tratteggiano con chiarezza le valenze rituali di questi disegni. 

Oltre a questi significati simbolici e quasi magici, disegnare arcobaleni poteva avere la funzione pratica di occupare per qualche decina di minuti il tempo dei propri bambini, non più disciplinato dalla scuola, dai compiti o dalle attività pomeridiane e magari in questo modo liberare qualche minuto dall’uso e abuso di schermi digitali che immediatamente diventarono il luogo sia dello studio, della didattica a distanza, sia dello svago, assorbendo i bambini e i ragazzi più di quanto già non fosse. 

 

Occupare il tempo, esorcizzare la paura, scacciare il male e tenerlo fuori casa, certo, ma ancora prima, ancora più alle fondamenta di questa pratica grafica, come di tutte le pratiche grafiche, risiede una tensione più “selvaggia”, non addomesticata, una necessità umana: lasciare tracce di sé, della propria presenza. Infatti, occorre non solo considerare i disegni in modo simbolico, ma soprattutto in modo pragmatico. Oltre il simbolo c’è il segno, un segno che “sta per” qualcos’altro, ma cosa?

Nel mio testo Il disegno selvaggio. Un’antropologia del grafismo infantile edito da Meltemi, propongo una possibile interpretazione alternativa delineando una “teoria identitaria del disegno”. Ogni disegno – ogni segno – lasciato su una superficie da un qualsiasi utensile grafico produce immediatamente uno squilibrio “nell’equilibrio della carta bianca”, per dirla con Maurice Merleau-Ponty. Una catastrofe nel senso di rottura semiotica che fa emergere un’informazione nuova, un nuovo segno che punta verso un referente al di fuori della superficie stessa. Quel segno diventa un indice, ovvero un segno che si riferisce al suo referente per via di una continuità materiale, un rapporto di causa ed effetto, come il fumo è legato al fuoco e ce lo segnala. E quell’indice si riferisce innanzitutto, prima di ogni simbolismo, all’autore dello stesso, alla mano che ha tracciato quelle linee.

 

 

Così, ogni disegno, dallo scarabocchio più convulso alla rappresentazione più elegante – perché, parafrasando ancora Merleau-Ponty, anche solo una linea contiene tutte le arditezze della pittura – ha primariamente l’effetto di ricondurre l’opera di decodifica dell’osservatore verso il suo autore, denunciandone dunque la presenza e manifestandola. Parafrasando il motto cartesiano: “disegno, dunque sono”, e nel foglio ne abbiamo una prova tangibile. Il riferimento indessicale diventa così marca di presenza, dimostrazione ostensiva della possibilità di azione, di modificazione del mondo esterno da parte di un agente, ovvero – nei termini tecnici dell’antropologia – un’esibizione della sua agentività primaria.

 

Produrre un disegno è infatti come proiettare la propria identità in quel foglio e mostrarlo agli altri, esporlo al mondo, è il primo passo per mettere in relazione la propria identità con gli altri, fuori di noi. La catena di operazioni mentali che iniziano nel disegno diventa la base per formulare una comunicazione. Da sempre gli esseri umani, bambini e non, lasciano tracce del proprio passaggio, più o meno deliberatamente, dalle pitture rupestri ai graffiti contemporanei, da scarabocchi annoiati su quotidiani alle più rinomate opere d’arte, in primo luogo c’è la proiezione della propria linea-identità, ovvero quelle linee che costituiscono il disegno e si riferiscono indessicalmente al disegnatore, alla sua identità, che può esistere solo nella dinamica con l’altro, ovvero con l’osservatore che ricopre il ruolo di garante. Il disegno diventa così un potente strumento cognitivo e comunicativo che permette al bambino di impossessarsi della sua capacità di azione, ne ostenta la presenza, ne fa constatare l’identità personale come agente nel mondo.

 

Esporre le linee-identità, in questo caso sotto la forma di arcobaleni, è quindi fondamentalmente un modo per proiettare l’identità del bambino al di fuori delle mura domestiche nelle quali era rinchiuso. È pertanto un modo per continuare a essere in relazione con il mondo “là fuori” anche da “qua dentro”. Ancor prima di scacciare il male, vogliamo mantenere il contatto sociale, sempre più difficile in quei momenti, con il mondo costituito dagli altri. Nei termini di Ernesto De Martino, piegandoli un po’ ai nostri scopi, l’arcobaleno alle finestre è una garanzia della presenza nel mondo, mondo innanzitutto relazionale, che veniva minacciata dalla condizione di reclusione domestica. 

 

Come ben sappiamo, la vita del bambino e di tutti gli esseri umani è principalmente fatta di relazioni, di sfide e conferme della propria presenza, della propria identità che ogni volta esce consolidata da queste interazioni sociali. Così, insieme ad altri strumenti di comunicazione digitali a cui siamo ricorsi per tenerci in contatto – dalle chiamate di gruppo, agli aperitivi on-line – anche il disegno permetteva di mantenere un contatto con l’esterno, la società, vitale per noi animali sociali, politikòn zôon.  

Secondo questa teoria identitaria del disegno infantile, quindi, i fogli recanti gli arcobaleni esposti alle finestre non sono primariamente artefatti apotropaici, atti a scacciare il male, ma strumenti di comunicazione, capaci di richiamare l’attenzione verso le nostre identità, ovvero creare e mantenere il canale per l’instaurarsi delle relazioni sociali. Se estendiamo questa teoria agli adulti e dal comportamento grafico a quello sonoro, assume un senso nuovo anche la pratica di uscire sui balconi e suonare la medesima canzone o riprodurla da un dispositivo. In una rete di chiamate e risposte, di richiami e di echi, mantenevamo in vita una possibilità di relazione sociale non mediata dagli schermi digitali – utilissimi per molti scopi, ma che forse non bastano a saziare la nostra fame di socialità.

 

Come nei rituali dell’Africa occidentale l’identità e la protezione dell’officiante di un rito di protezione anti-stregonesca si estendono fin dove è udibile il suono del tamburo, così le nostre identità di esseri umani in relazione si dilatavano fin dove erano visibili i nostri arcobaleni, le nostre bandiere, i nostri canti. 

In una poetica vignetta del fumettista francese Wolinski, assassinato nell’attacco terroristico al giornale satirico parigino Charlie Hebdo, una rondine madre vola verso il nido dal piccolo e gli chiede “Lo senti il canto degli uomini?” e il rondinino le risponde contento “Sì, mi piace!”. E così forse ciò che troviamo ai piedi dell’arcobaleno, il pentolone ricolmo d’oro custodito dall’elfo, non contiene gioielli, dobloni o sterline, ma è la consapevolezza della necessità che ognuno di noi ha degli altri, l’urgenza di unire le nostre voci nel “canto degli uomini”. Al termine dell’arcobaleno ci siamo noi. 

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