raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

C’è un brindisi che gli “Sciarà” – che erano gli amici fraterni, i sodali, quelli che portano lo stesso nome, i commilitoni e quelli che condividevano la stessa fatica del lavoro, quelli che hanno giocato insieme da bambini; la definizione della catena di senso resta plurima, e originaria – si facevano scambiandosi, regalandosi anzi, una formula di saluto, che era certo anche più che un augurio. Il rito diventava più gagliardo quando ci si ritrova dopo un lungo periodo di separazione o distacco (che era spesso, l’emigrazione lontana delle Americhe di allora, la prova di una malattia, e più spesso una disavventura di furfanteria o un qualche pericolo scampato che non si diceva).

 

Ed era sempre assistere a un brindisi grandioso, indimenticabile nella sua nitidezza e lussuosità, che a me ragazzino, di fronte a questi adulti o vegliardi che festeggiavano il semplice piacere di ritrovarsi tra i vivi, mi appariva cosa olimpica, sontuosa, araldica, per quanto tra di loro si fosse tra poveri, vecchi o malvissuti. Ed era così, era questo: si versava il vino, rosso, forte e scuro come il sangue, e si “introzzavano” sonoramente i bicchieri, quelli piccoli, di vetro spesso, dozzinali, che si usavano solo nelle osterie di una volta – riempiti da un fiasco e colmi fino all’orlo e gocciolanti –, e uno dei due diceva rivolto al compagno di bevuta, a voce alta e di gola, bicchiere alzato: “A’ Vita! Sciarà!”. E l’altro subito dopo, rispondeva più forte, a contrasto: “A’ Bellezza! Sciarà!”.

 

E poi gomiti al soffitto, e insieme, giù tutto dai bicchieri in un fiato, fino alla feccia; con un “Aahh” come un amen, un sonoro schiocco di lingua, e una gran risata a sigillo. E tutto il senso misterioso e ben colato della bellezza e della vita che non si sa dove sta, era stato lì, in quell’urto di liquido asprigno e cremisi tinto di uva fragola e sangue. Convocato per un istante in quel brindisi da beoni; era stato dentro a quei piccoli bicchieri opachi e ricolmi, il senso del tempo e delle cose. E restava, aleggiava ancora per un po’, mescolato per l’aria a quell’odore forte d’uva spremuta e di tabacco da poco, in quelle macchie rosse sui vecchi tavoli unti, in quella penombra acida e fresca di osteria.

 

Un attimo prima ogni cosa stava tutta dentro a quella formula solenne e umile che mischiava e spartiva tra gli Sciarà il mistero che per i viventi tiene, e dovrebbe mescere unite, in un sorso solo, la vita e la bellezza della vita. Non mi va di esagerare, ma da adulto neanche in un’assemblea di saggi e di filosofi ho sentito mai più risuonare quelle stesse grandi parole con la stessa festosità sacra e profana, con la medesima solenne verità, con tanta perspicacia competente e fraterna, né con quel colore strenuo e fidente di necessità umana. La bellezza e la vita fermavano la freccia del tempo in quel brindisi di vino comune, tracannato come ambrosia fino all’ultima stilla da quei vecchi paesani illetterati. Il tempo cade, resta solo il nome, e il nome è di nuovo “Sciarà!”  

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