Sciascia, il caso Bruneri Canella

Un noto fatto di cronaca degli anni venti viene utilizzato da Leonardo Sciascia per riflettere sul rapporto verità-menzogna. Nasce il racconto Il teatro della memoria, scritto nel 1981 (Einaudi lo stesso anno 1981, poi Adelphi 2004) che prende le mosse da una vicenda che ebbe eclatanti conseguenze giudiziarie. Ad essa sembrò ispirarsi Pirandello nella commedia Come tu mi vuoi del 1930, anche se questi oppose che semmai era stata la realtà a copiarlo. In realtà infatti è precedente, del 1917, il testo Così è se vi pare incentrato sul dramma dell’identità negata, dell’essere una persona per uno e un’altra per gli altri personaggi durante la prima guerra mondiale. Questo è il tema sottostante, che ondeggia tra le suggestioni e gli inganni della memoria, tra le ambiguità e le ambivalenze.

 

Questo è il tema del caso dello smemorato di Collegno. Nel 1926 uno sconosciuto viene sorpreso nel cimitero israelitico di Torino a rubare un vaso funerario di bronzo. Mostrando segni di squilibrio è accompagnato in questura e di qui trasferito nel manicomio di Collegno. Il 6 febbraio 1927 la “Domenica del Corriere” pubblica nella rubrica “Chi lo conosce?” la foto di un barbuto sui quarantacinque anni. È l’uomo di Collegno che ha perduto la memoria e che non possiede altra identità che il numero di matricola. A molti pare di riconoscerlo e la guerra, sebbene ormai terminata da qualche anno, ha lasciato drammatici vuoti ovunque, e molti sono i combattenti che non sono tornati e di cui non si hanno più notizie.  Inaspettatamente affiora l’identità, ma non è una come sarebbe naturale ma addirittura sono due. È Guido Canella, sposato con una moglie benestante, con un rispettabile “milieu” e una buona agiatezza? O Mario Bruneri, tipografo, ricercato per truffa, squattrinato e colmo di guai?

 

Riandando ai tempi dell’infanzia, Sciascia ricorda "con quale ansietà si aspettava il “Giornale di Sicilia”: e prima si cercava, e si comunicava agli altri la notizia relativa allo ‘smemorato di Collegno’ ... E ricordo anche le scommesse che sull’identità dello smemorato si accendevano nei ‘saloni’ dei barbieri, nei circoli … al punto che quella vicenda potrebbe oggi servirmi a costruire quello che i trattatisti dell’arte della memoria chiamano ‘teatro’. Cioè un sistema di luoghi, di immagini, di azioni, di parole atto a suscitare nella memoria altri luoghi, altre immagini, altre azioni, altre parole: in continua proliferazione e associazione. E siamo così a Proust: a una forma di ‘occultismo’ non sospettata dai trattatisti dell’arte della memoria".

 

Alcuni aspetti incalzano. Si affaccia sulla scena Renzo Canella, fratello del professore caduto probabilmente ma senza testimoni in una battaglia in Macedonia nel 1916. E rammenta che Giulio era portatore di alcuni segni fisici inconfondibili, come un neo sotto i baffi e una cicatrice al calcagno. Ma sul corpo dello smemorato non compare né l’uno né l’altro. Al fratello, pur con questa evidenza, resta qualche vaghezza, percepisce una tenue somiglianza fisica. E in quel dubbio si insinua lo smemorato che gli scrive, alimenta dubbi e tormenti anche nel resto della famiglia, tra cui su tutti nella signora Giulia, moglie di Giulio. Essa lo incontra nel manicomio di Collegno, crede di riconoscere in lui il marito, vuole convincersi d’averlo ritrovato ("E non c’è prove contrarie che tengano, quando si vuol credere!"). 

 

Lo smemorato comincia a recuperare barlumi di memoria, non ha esitazioni, Giulia è sua moglie, la riconosce con tale evidenza che la donna non regge all’emozione. L’incontro tra i due è descritto in modo dettagliato dallo sguardo scrupoloso dello scrittore, che rappresenta lo smemorato che sta al gioco, assumendo da impostore l’identità del marito. Riceve testimonianze del passato di quest’ultimo al fine di consentirgli il recupero dell’identità smarrita (“Stante il teatro di memoria che la signora Canella e i suoi amici andavano costruendo”), ed è abile nel calarsi nella parte come un attore nell’acquisire il “sistema di memoria”. Così riacquista un nome, una moglie, i figli, un fratello, la tranquillità economica.

 

 

In realtà ha già un nome e una moglie e costei lo rivendica: non sarebbe il professore di filosofia, fondatore di riviste neoscolastiche, frequentatore stimato di quel padre Agostino Gemelli poi fondatore dell’Università Cattolica, ma Mario Bruneri, senza lavoro e pregiudicato per furti e truffe, riconosciuto da Rosa Negro come suo marito. Rosa Negro lo riconosce come suo marito dalla fotografia sulla Domenica del Corriere, sebbene tiepida a rivolerlo per le conclamate infedeltà e per essere stato per lei solo fonte di guai. Cambia registro e si irrigidisce quando si rende conto dell’ostinata volontà della Canella. “Contro la signora Canella, contro la ricchezza, ecco nella signora Rosa Negro distillarsi lo spirito del possesso” nota Sciascia.

 

Nasce così la duplice identità e la vicenda giudiziaria è dominata dalla contrapposizione per stabilire chi sia realmente lo smemorato e dove si collochi, nella borghese famiglia Canella o nel mondo marginale dei Bruneri. La commedia continua e la Canella resiste con ogni mezzo, giungendo a fare avere allo smemorato anche notizie utili per recuperare il passato. Altrettanta pervicacia dimostra Renzo Canella che giunge a mutare opinione riconoscendo quell’individuo come il fratello.

In un clima di passioni divise si inanellano le perizie che mettono in luce la pochezza intellettuale dello smemorato, ignaro di chi fossero Sant’Agostino o San Tommaso, ma ricordando come uomo di cultura di Verona città dei Canella soltanto Guido da Verona… Risolutive sono le impronte digitali rilevate dopo il furto in cimitero che corrispondono millimetricamente a quelle di Bruneri, come la statura differente (Canella 1.77 mentre Bruneri 1.73), come la calligrafia dissonante.

 

Nel frattempo vengono notificati al Bruneri alcuni mandati di cattura a Collegno, dove ne frattempo era stato riportato. Nel 1928 si celebra il processo avanti al Tribunale con scontri al calor bianco tra le parti, e la conclusione è ineluttabile: lo smemorato è Bruneri. Nelle more dei processi, tanto per non far mancare nulla alla passione popolare, nasce una bimba alla strana coppia. Nel 1931 l’appello conferma la decisione precedente, poi avallata dalla Cassazione il 17.12.1931. Intanto è nato un altro figlio e il gruppo ‘ ritrovato’ emigra in Brasile dove da emigrante era andato il padre di lei e lì aveva avuto fortuna. Come fu possibile quel viaggio per lo smemorato, dichiarato ufficialmente Bruneri, dal momento che era sprovvisto di passaporto, è domanda legittima ma rimasta senza risposta.

 

Sciascia, pur convinto dalle prove schiaccianti sull’identità di Bruneri, si schiera con Giulia Canella, l’unica persona che ha creduto o voluto credere ciecamente, a prescindere dalle prove contrarie (“credeva o voleva fosse suo marito – voleva e credeva”). Per lei l’illusione è vissuta come certezza, rifiuta l’evidenza dei fatti e sceglie l’autoinganno, quella sofisticata macchina interiore che porta a mentire a se stessi, come luminosamente descritta da Proust. Osserva Sciascia: “Tutto questo chiasso” – come lei definiva perizie e disconoscimenti – si spegneva ai piedi della signora Canella: immobile nella sua certezza, trionfante nel suo amore. “Io so – diceva – che il mio Giulio è il mio Giulio: il resto non conta”. E all’"Observer" dichiarava: “Da quando l’ho riconosciuto, non ho mai dubitato e non dubiterò mai. Tanto più dopo aver vissuto in intimità con lui, mio marito. È il fisico che me lo dice, ma soprattutto è la sua personalità morale e intellettuale. Sono incrollabile e pronta a lottare fino alla vittoria". 

 È decisa la signora Canella, si lascia guidare dall’intuito e non dà segni di cedimento malgrado l’evidenza della doppia impostura: la sua e quella dello smemorato che si è impegnato a fondo per immergersi nella vita del professor Canella. 

Un fatto di cronaca, dunque, di cui Sciascia si è servito per muoversi nel regno degli enigmi che irretiscono l’essere umano in una realtà insondabile e imprevedibile. Se lo scambio delle parti non fosse accaduto, senza “quel teatro della memoria che si illuminò a Collegno per merito di Mario Bruneri”, di Giulio Canella non si sarebbe mai parlato.

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