Speer: il segreto dell'architetto di Hitler

“Questo è ciò che io ho visto attraverso la crepa”, scrive in conclusione Vincenzo Latronico del suo Un architetto (Juxta Press, 2020). Gli scrittori fanno cose splendide con l’arte, intrecciano spunti, piani, argomenti, guardano attraverso le crepe, guardano e vedono cose diverse dai critici e dagli storici, e soprattutto non smettono di fare letteratura, cioè, almeno, di costruire i testi, di dar loro una forma: un tempo si usava proprio il termine “architettura” per indicare la composizione di un’opera, di qualunque tipo essa fosse.

Latronico lo fa intrecciando almeno tre materiali, come dichiara fin dall’inizio: un quadro di Luc Tuymans intitolato per l’appunto Der Architekt, del 1998, che è lo spunto di partenza, un romanzo di Ayn Rand intitolato The Fountainhead, del 1943, e i materiali autobiografici del protagonista di tutto, che è niente meno che Albert Speer, l’architetto del nazismo. Non solo l’architettura dunque, ma il nazismo appunto, e con esso la storia, la modernità, l’etica, l’individuo, e il segreto.

Il fatto è che nel suo dipinto Tuymans raffigura Speer non in veste di architetto né partendo da una delle sue immagini fotografiche famose, anzi come anonimo – alla lettera, perché gli ha cancellato-coperto il volto di bianco e dunque non avremmo possibilità di dire chi possa essere – sciatore, appena caduto, mentre si volta come per cercare aiuto o qualcuno che lo accompagnava. Perché? Che cosa significa? “Di che segreto si tratta”?, si chiede Latronico, perché è di un segreto che si tratta.

 

Ne ricostruisce allora la vicenda, analizza l’opera con vero scrupolo critico, anzi con un’attenzione ai minimi dettagli come solo il desiderio di carpire un segreto induce. In realtà vari segreti, a cominciare dal primo, fondamentale: Tuymans ha reso irriconoscibile Speer per evidenziare “l’interstizio”, afferma, “fra la spiegazione di un’immagine e l’immagine stessa”, che “offre l’unica prospettiva possibile sulla pittura oggi”. È Latronico a riportare questa dichiarazione dell’artista, perché ha capito a sua volta che qui si gioca la partita dell’arte contemporanea, tutta probabilmente, non solo della pittura: le “spiegazioni”, i contenuti “manifesti” che pretendono di esaurire il portato dell’arte, mentre è nell’interstizio, prima versione della “crepa”, che esso lavora.

E dunque: perché nasconderlo-coprirlo? E al tempo stesso, perché però dircelo? L’operazione stessa, il testo stesso di Latronico si muove su questo filo: anch’essi lavorano sullo “small gap” tra la ricerca di una spiegazione, di una decifrazione, di uno svelamento, e qualcos’altro. Quindi ecco la storia, proprio come si dice il “racconto”: quello di Speer, architetto di Hitler, dei suoi rapporti con il Führer, con il nazismo, con i loro misfatti, quello del suo processo: si è dichiarato colpevole, si è assunto la responsabilità in quanto leader nazista nonostante, ha dichiarato, non fosse al corrente del genocidio. Che sia questo il segreto a cui allude l’opera di Tuymans, si chiede Latronico: la coscienza della colpevolezza?

 

 

No, perché questo era già espresso in altri due dipinti precedenti di Tuymans, sempre con al centro Speer: uno, un vero e proprio ritratto, significativamente con gli occhi chiusi, intitolato appunto Secrets, al plurale; l’altro, The Walk, in cui lo si riconosce che sta passeggiando con Hitler, entrambi visti di spalle, questo sì da una famosa fotografia.

C’entra con il suo lavoro di architetto? Non è rimasto quasi nulla di ciò che ha costruito, ma anche qui c’è un’altra parte di segreto che Latronico ricostruisce. Forse il volto coperto di Der Architeckt allude all’architetto nuovo, anzi al prototipo dell’uomo del futuro da lui vagheggiato, “il tecnico puro, il giovane brillante che a prescindere dal suo background ha l’unico scopo di farsi strada nel mondo grazie alle sue abilità”, perché “degli Hitler e degli Himmler potremo liberarci, ma gli Speer resteranno a lungo fra noi”, come scriveva di sé? Cioè alla sua caduta, al suo fallimento?

Allora ecco il romanzo di Ayn Rand, che racconta proprio le vicissitudini delle strategie e del prezzo del “farsi strada nel mondo”.  Il protagonista non è modellato esplicitamente su Speer ma le analogie sono molte e Latronico ne approfitta per svelare l’ideologia di destra che sottende il pensiero dell’“uomo ideale”: “Tanto l’artista con la testa fra le nuvole quanto il tecnico col capo chino sul calcolatore sono accomunati dal fatto di non guardarsi intorno: o meglio, di avere la mente altrove, più in alto, di guardare magari ma senza vedere”. Ed ecco un nuovo rimando sottile al “vedere”.

 

E dunque che uomo era Speer? Non era come l’Eichmann di Arendt (La banalità del male) né quello “cavo”, indefinibile, di Sereny (In lotta con la verità. La vita e i segreti di Albert Speer, amico e architetto di Hitler). Il segreto che Latronico ha visto attraverso la piega è quello di “un uomo preoccupato, tormentato dalla propria immagine”, un uomo che era “un esemplare qualunque, un uomo normale disposto a fare qualunque cosa, persino falsificare una citazione nelle proprie memorie, per essere visto come un uomo speciale”. Ecco a che cosa si riferisce Der Architekt, in che senso propriamente lo lascio scoprire al lettore perché i segreti non vanno svelati, vanno comunque conquistati.

Una costruzione davvero condotta con maestria questa di Latronico, come ribadisco, che svolge tutti i fili e poi li annoda alla perfezione. Si tratterà alla fine di ripensare anche ai quesiti posti all’inizio, al senso dell’arte, e di quell’interstizio, e a tutto il resto. È questa la potenza del “segreto”.

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Luc Tuymans, Der architekt, 1998.