Storie di vite da non dimenticare più

Rosalia Montmasson non è una ragazza da scordare, ma la Storia l’ha scordata: nessun trafiletto a bordo pagina dei manuali scolastici di storia, in quei box di approfondimento in cui di norma relegano le donne, nemmeno uno straccio di canzone che la citi. Nulla che commemori l’unica donna che partecipò alla spedizione dei Mille.

Solo una targa, in via della Scala a Firenze, ricorda Montmasson e viene vista da una romanziera che ama le finestre aperte verso il mistero: da lì inizia la ricerca storica e la ricostruzione di una vita dimenticata con una scrittura saggia dal ritmo fluente. 

 

Maria Attanasio, colta scrittrice e poetessa che dà corpo ai versi, non è rimasta affatto indifferente alla dicitura della targa – “Rose Montmasson, sbarcata con i Mille a Marsala” –, e come avrebbe potuto esserlo di fronte a una evidente ingiustizia e a una falla così grande nella memoria della nostra storia. Uno dei primi documenti che, dopo difficili ricerche, Attanasio è riuscita a vedere mostra il viso di Rosalia: la sua foto è la numero 338 nell’album dei Mille, l’album che ritrae tutti i Garibaldini che hanno partecipato alla spedizione. Ma la vita di Rosalia, la storia sua non è tuttavia riducibile solamente a questo, ma è molto, ancora, di più. 

 

Che la storia dunque prenda inizio, che si gonfino le vele del primo motore, l’amore, che con sé trascina e partecipa e precipita gli eventi: e l’inizio è a Marsiglia dove una giovanissima Rosalia, abbandonata la casa paterna, vede un uomo e se ne innamora. Ma tra i due non c’è scambio di parole fino a un secondo casuale incontro a Torino; è qui che Rosalia Montmasson rincontra il giovane affascinante Francesco Crispi: Rosalìe e Fransuà, una per l’altro. 

La storia si sbilancia, anzi sarebbe meglio dire che i due personaggi sbilanciano la storia, lei innamorata del rivoluzionario che la abbandonerà o lei la intransigente repubblicana innamorata che riconosce l’infedeltà agli ideali e ai sentimenti e se ne allontana? Con grande probabilità sono tutte e due le cose, perché la vita non è mai netta come la ricordiamo. 

Questo romanzo, grazie a una accurata indagine storica, mette in luce molti degli aspetti di una relazione durata oltre vent’anni, una relazione amorosa, che poi diviene anche matrimonio, che è un patto di fedeltà alla causa, una lotta per l’Unità e per la repubblica. Una vita in comune scappando continuamente in esilio di luogo in luogo, da Torino a Malta e ritorno, lei occupandosi della sussistenza di entrambi facendo la governante o raccogliendo tabacco all’alba, ma senza mai perdere il filo dell’impegno della lotta nei ragionamenti con Fransuà, lui sempre nei suoi giornali clandestini impegnato nelle grandi teorie: “Lavorava lei per tutti e due; insieme a qualche piccola rimessa del padre di Fransuà, riuscivano a sopravvivere, e anche a comprare inchiostro, carta, e qualche libro. Era felice di rendersi utile a lui, e alla causa. Lavorava, stirava, ripiegava la biancheria, attraversando strade, salendo e scendendo scale, Rosalìe. Con la cesta degli indumenti tra le braccia, e la libertà nel cuore”. La fede mazziniana e garibaldina sempre nella battaglia quotidiana di Rosalìe, la spedizione dei Mille a cui partecipa solo dopo aver convinto Garibaldi di persona e ancora una lunga vita di battaglie davanti a sé.

 

Questo grande romanzo storico narra di vite minute quanto immense, narra dei piccoli espedienti del quotidiano di persone che giorno dopo giorno, vivendo nella e della loro fede politica, hanno fatto la storia del Risorgimento italiano. Uomini grandi nella Storia e meno grandi nella loro vita privata: un Crispi che non si tira indietro di fronte al potere anche se questo significa ignorare gli ideali sventolati fino a poco prima, un uomo che non si frena nel ricordare a sua moglie Fransuà di restare al suo posto quando sono in mezzo alla società (quando lui le intima qualcosa lei risponde “Il rispetto non è obbedienza”, lascandolo attonito), che non le risparmia figli illegittimi, salvo poi supplicarla di poterli riconoscere, tradimenti e un secondo matrimonio senza essersi preso la briga di annullare il primo, anzi dimostrando come non fosse mai esistito. 

Ma la storia delle relazioni ha costellazioni infinite e infatti la storia tra Rosalìe e Fransuà non finisce assolutamente qui, ma evolve ancora: la storia di due teste e due anime, che hanno per decenni condiviso, litigato e lottato insieme fino a intraprendere due ideologie diverse, va avanti.

 

 

Questa è la storia di una donna impavida e assetata di liberà, non la propria libertà, non la libertà delle donne, ma la libertà dei popoli. Una storia che fa conoscere con essa molte storie di personaggi esistiti ma scomparsi dalla narrazione. 

Il capitolo che la scrittrice dedica al prete Luigi Marchetti, colui che celebra le nozze di Rosalìe e Fransuà a Malta, sono di una bellezza e di una delicatezza senza pari; ricorda la poesia di Attanasio laddove è il “grumo” del ricordo che si fa verso, e il verso talvolta si spinge alla prosa per poi tornare verso. Come nei suoi versi nella pagine di questo romanzo pare la parola uscita da una urgenza, l’urgenza del ricordo, di non dimenticare, di fermare dei contorni, “Genealogie di santi in processione/ tra i calanchi della città smarrita/ al tornio cresceva la mia vita/ di forme d’argilla di confessionali./ Il rito si compì: rejecta membra”(dalla silloge Blu della cancellazione). Le descrizioni delle amiche di Rosalìe sono dei camei vivacissimi e densi di storia, un esempio è quello della giornalista Jessie White Mario, cronista del Risorgimento italiano. 

 

Di Jessi White Bianco, a proposito di donne, parla anche Tiziana Plebani in un libro in uscita in questi giorni per Carocci, La scrittura delle donne in Europa: “[…] dopo l’Unità: sono stati censiti più di 1850 scritti femminili di argomento storico pubblicati dal 1861 sino al 1920, in cui prevalenti sono le biografie. Alcune erano firmate da italiane di adozione e dedicate alle vite dei grandi patrioti del pantheon risorgimentale, come quelle che uscirono tra il 1882 e il 1894 dalla giornalista inglese Jessie White su Garibaldi, Mazzini, Bertani, Nicotera, Cattaneo, Dolfi. Era giunta in Italia per seguire l’eroe dei due mondi e al tempo aveva già pubblicato in traduzione inglese l’opera del cospiratore Felice Orsini Le prigioni austriache d’Italia, con un incredibile successo di vendite, circa 35.000 copie, e partecipato attivamente alle iniziative di propaganda mazziniana. In Italia, dove conobbe Alberto Mario, che divenne suo marito, sostenne le imprese dei Mille, continuò il suo impegno giornalistico e pubblicò La miseria in Napoli, un’inchiesta sullo stato della città uscita a puntate su Il Pungolo”.

 

Il personaggio di Rosalìe sembrerebbe distantissimo da un altro personaggio uscito dalla penna di Attanasio, Rita, protagonista del suo Il condominio di Via della Notte, ma, seppur con le debite differenze, entrambe le donne hanno una fede assoluta per la parola, la fiducia cieca alla parola come corrispondenza tra intenti e significato, la parola che porta libertà e conoscenza di sé e dell’altro da sé. Marcando, in tal modo, in Attanasio un rapporto indissolubile tra il femminile e la parola che sa essere scrittura e potenza. Guardando queste due personagge e la scrittura tutta di Maria Attanasio non si può non essere concordi con Maria Rosa Cutrufelli che, in Scrivere con l’inchiostro bianco, parla molto della funzione relazionale della scrittura delle donne, di come lo scrivere del sé comprenda anche gli altri, le relazioni. In Attanasio vale anche il contrario: parlare di altre donne, in questo caso di Rosalia Montmasson (e delle altre) per parlare del sé. 

 

Il romanzo storico è una scelta forte non solo per la complessità del reperire documentazione e fonti, ma particolarmente in questi anni in cui gli scrittori preferiscono scrivere autofiction e i lettori sembrano apprezzare questa forma di narrazione. Ma ci sono autori che sondano le vicende reali di un personaggio realmente vissuto come se sondassero se stessi, attratti e incatenati quasi a brandelli di vita apparentemente così distanti per poi rivelarsi incredibilmente assonanti. I romanzi storici contemporanei usciti in questi anni sono spesso una cartina di tornasole delle curiosità storiche, letterarie, umane che il loro autore riversa anche nella vita. Se poi l’autore è una autrice i risvolti si ampliano e inondano la vita di chi scrive, come sostiene la stessa Attanasio “Il romanzo storico diventa, perciò, a volte, paradossalmente romanzo autobiografico; una autobiografia morale, culturale, ideologica, di classe, o di genere, traslata in altre storie, in altra storia, per una legittimazione e ridefinizione di sé al presente. Particolarmente esemplari sono in questo senso i romanzi delle donne, caratterizzati spesso da una sorta di transfert, di totale identificazione tra scrittrice e personaggio: il dislocamento di sé, nel prima della coscienza, alla ricerca di un’appartenenza di genere per dar voce al millenario silenzio delle madri. Raccontandolo, raccontandosi”.

 

Un’ultima riflessione su come i romanzi storici contemporanei dovrebbe far parte dell’insegnamento della storia: quella narrazione che ingloba la passione per il racconto e per i fatti, per la parola e per le vicende umane. Penso a Un’altra parte del mondo di Massimo Cirri in cui la storia di Aldo, figlio di Palmiro Togliatti, è raccontata intersecando la storia del padre, della madre Rita Montagnana, di Nilde Iotti, e dunque del partito, dell’Italia, della Russia, del mondo, e di ognuno di noi laddove soprattutto la storia di una sofferenza mentale è storia che riguarda tutti. E il libro di Maria Attanasio è anche tutto ciò. 

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