Sulla Transiberiana

«Non cercavamo l'avventura, ma soltanto un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora».

Tra 1939 e il 1940 due donne di trentuno e trentasei anni partono dalla Svizzera con una Ford. Si lasciano alle spalle un'Europa che sta implodendo e guidano, guidano verso Est, attraversando l'Anatolia, l'Iran, l'Afghanistan fino all'Hindu Kush, a un passo dalla Cina. Una delle due, Ella Maillart, proseguirà fino in India. L'altra, Annemarie Schwarzenbach, si sentirà in dovere di tornare indietro, di raggiungere i fratelli Mann e affrontare di petto la Storia. 

Annemarie ed Ella son fatte di sostanze diverse e son spinte al viaggio da opposte urgenze. La prima, come la definì Thomas Mann, era un angelo inconsolabile, devastato, viva e leggera come l'aria e insieme imprigionata in un denso abisso interiore fatto di crisi di panico e morfina; la seconda era una donna libera, sana. Entrambe scrivevano: Ella «scriveva per viaggiare» – Annemarie «viaggiava per scrivere». 

Leggendo Tutte le strade sono aperte, diario di viaggio della Schwarzenbach riedito dal Saggiatore nel 2015, l'impressione di quest'instancabile perdersi a levante si fa strada fino a trasformarsi in necessità immanente.

 

 

È così che settantasette anni dopo il loro viaggio ho deciso d'incamminarmi verso Oriente. Non solo per motivi politici ho scelto però di fare tutt'altra strada. Il deserto dei Gobi mi sembrava il posto più lontano, evocativo e inimmaginato cui potessi aspirare.

Siamo partite, io e la mia rodata compagna di viaggio, con un passaggio in macchina che, in una notte di luglio, ci avrebbe lasciate ad Arad, con una percussionista rumena alla guida e un trafficante di vino, rumeno pure lui, che irradiava maschilismo d'altri tempi, con battute e commenti troppo diretti per riuscire offensivi. 

Abbiamo attraversato tutta la Romania in 18 ore, con un treno di 4 vagoni, attraverso pianure verdissime, in mezzo a contadini  dalle unghie piene di terra e la sigaretta in bocca, sporti dalla porta semiaperta del treno in corsa. In Moldavia, terra di nessuno, squallida, inconsapevole e kitsch, abbiamo incontrato un'umanità incredibilmente ospitale, ansiosa di portarci a visitare le proprie case con le tendine lilla, di mostrarci i saloni vuoti dei ristoranti dove di solito si organizzano i matrimoni e persino di far aprire un castello medioevale in giornata di chiusura per mostrare con orgoglio che anche lì è passata la Storia. 

La Russia, passata la magia di San Pietroburgo, è il regno dell'incomunicabilità. A Mosca, dopo un paio di giorni, avevo imparato a leggere il cirillico: non c'era scelta; sempre a Mosca ho passato un'ora nella macchina della polizia per aver fumato una sigaretta in un parco, insieme a un russo ventenne che, temendo di essere picchiato in quanto omosessuale, si era finto italiano e non spiccicava parola (e i poliziotti non parlavano chiaramente altra lingua che il russo) – il tutto perché qualche insonne ancora impregnato di Kgb ci aveva visti fumare e aveva chiamato per denunciare.

 

Sulla transiberiana abbiamo incontrato solo due gruppi di turisti in 5 giorni lunghissimi di viaggio, le signore che gestivano il bar ci mandavano via mezz'ora prima della chiusura urlandoci contro in russo e non ammettendo che qualcuno potesse non capire la loro lingua. Si aveva la perenne sensazione di far qualcosa di sbagliato senza mai avere idea di cosa  (il sospetto, a volte, era che il problema fosse essere due donne sole e pure occidentali). Intanto i telefoni spesso non prendevano, cambiavano i fusi orari e scoprire che ora fosse o dove ci trovassimo risultava complicatissimo. Però addormentarsi sulla cuccetta leggendo Dostoevskij o Ouspenskij, con il cadenzato, pacificante scivolare del treno sulle rotaie, inesorabilmente diretto verso Est, perennemente intento a inseguire l'alba e ad allontanarsi, sempre allontanarsi – voleva dire addormentarsi sorridendo.

 

 

Gli unici italiani che abbiamo incontrato viaggiavano organizzati e incasellati da Avventure nel mondo. Quando uno di loro, in una shisheria di Olkhon – l'isoletta quasi disabitata del lago Baikal – si lamenta di come «questi» siano totalmente estranei al concetto di business, mi torna in mente per la prima volta la frase della Schwarzenbach ...paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora...

Nulla in confronto a quello che avrei vissuto in Mongolia. La capitale è una città asiatica come l'avrei immaginata in un libro di Marguerite Duras, caotica ma non esageratamente affollata, piena di sabbia, asfalto, grattacieli, catapecchie di legno e yurte, gente che vende ogni cosa, teatri che danno spettacoli di contorsioniste, templi buddhisti e mense speciali per i monaci vegani – e ospita quasi la metà degli abitanti del paese (che sono in tutto 3 milioni, due volte Milano). Per muoversi in città si fa l'autostop, per comprare qualsiasi cosa si contratta con calcolatrice, gesti e all'occorrenza google translate (qui l'«incomunicabilità» trovata in Russia era solo un ricordo, probabilmente perché l'incomunicabilità è una scelta che dipende sia dal soggetto che dall'interlocutore) all'immenso mercato nero e come una città europea della rivoluzione industriale è inquinata per la combustione del carbone e le stufe a legna. Impossibile non provare simpatia per un luogo del genere. 

 

Nei dieci giorni successivi all'arrivo a Ulan Bator, abbiamo attraversato i Gobi prima verso Sud poi verso Ovest su un van russo di qualche decennio fa, insieme a due israeliani appena usciti dal servizio militare – ancora traumatizzati ma, proprio grazie a quell'esperienza, capaci di una solidarietà reciproca viscerale, qualcosa che non avevo mai visto prima –, un mongolo venticinquenne che s'improvvisava guida per imparare meglio l'inglese e un autista ciccione quasi muto ma perennemente sorridente, che ascoltava solo Enrique Iglesias e si muoveva con una sicurezza encomiabile in luoghi di estremo nulla – senza una strada, in cui se non c'erano montagne si vedeva l'orizzonte a trecentosessanta gradi e solo noi – e che accelerava suonando all'impazzata ogni volta che davanti alla sua traiettoria si presentava una mandria di yak o di cammelli o un gregge di pecore.

 

 

Abbiamo attraversato steppe, cavalcato per giornate intere in praterie infinite, mangiato in mezzo al nulla con cinque falchi che volavano sopra le nostre teste e scendevano in picchiata a rubare minuscoli pezzetti di carne che cadevano a terra; abbiamo scalato dune di sabbia – scoprendo che non c'è nulla di più faticoso al mondo – e corso giù – scoprendo che non c'è parcogiochi migliore che il deserto; accanto alla sabbia c'era il prato verde e una fonte sacra che, se fischi o canti, risponde gorgogliando e «sputando» l'acqua. Per dieci giorni non abbiamo visto una città, i cellulari non prendevano, i bagni erano buche nel terreno profonde 3 o 4 metri protette su tre lati da muretti di legno o di latta; ci ospitavano i nomadi, che davvero si spostano quattro volte l'anno, a seconda della stagione, e vivono di bestiame e arrotondano con l'affitto di una o due ger ai turisti: la lana e il cachemire li vendono, a pochissimo, a Ulan Bator che a sua volta lo vende grezzo – quasi tutto e sempre a pochissimo – alla Cina anziché lavorarlo e guadagnarci davvero.

 

...un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora...

A. è un ragazzo di ventidue anni. È nato nel Nord della Mongolia, da una famiglia nomade di religione sciamanica. Verso i quattordici anni si è trasferito con i suoi a Clermont-Ferrand, poi alle soglie di Parigi. Ha viaggiato negli Stati Uniti e in Germania e da poco è tornato a casa. Ci incanta con giochi di carte da illusionista, concilia il senso dell'umorismo mongolo con quello europeo, traducendo in francese le battute del «padrone di casa» ottantenne che si è seduto a bere vodka con noi sotto una nitidissima via lattea e prende in giro degli svizzeri di settant'anni che stanno attraversando i Gobi a piedi e che osano sentirsi anziani. Quando tutti sono ormai andati a dormire, A. viene a trovarci nella ger, apre senza troppi complimenti la nostra bottiglia di vodka, chiacchieriamo.

 

 

Ci racconta la sua storia e quando gli chiediamo se non vorrebbe tornare in Europa sorride: «Fossi matto». Forse, per un anno, a fare qualche master, magari in turismo. Non di più. Non vedete come si vive qui? Se tornerete, magari l'anno prossimo, vi porto nel Nord! Da Ulan Bator si viaggia per un paio di giorni, poi si lascia la macchina e si prosegue a cavallo – in macchina è impossibile! - poi si arriva in un villaggio di sciamani, a volte sono un po' burberi e sospettosi con gli stranieri, ma se ci sono io non c'è pericolo.

Lui se ne va. La porta si riapre, entra la nostra guida, un po' offesa perché esclusa dalla conversazione in francese da tutta la sera. «Ne avete già visti di fantasmi?» chiede. «Di fantasmi?». «Sì, quando ci si allontana un po' dalle ger, la notte, può capitare».

...un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora...

 

In quel 1939 Annemarie e Ella attraversarono mondi – non solo culturalmente – distantissimi dal loro, eppure due donne sole negli anni '30 in Afghanistan non ce le saremmo immaginate. Nel 2016 noi quel viaggio non lo potremmo fare. Nonostante il mondo del web appaia – quasi – senza confini (arrivate a Pechino ci accorgiamo che davvero Google, Youtube e Facebook non funzionano), alcuni confini sono più invalicabili di settantasette anni fa. Altri, come allora, richiedono il visto e una burocrazia complicatissima (per arrivare in Cina senza biglietto aereo bisogna pagare un'agenzia di viaggi perché ne falsifichi uno). Oggi, ancora, il viaggio verso Est è un viaggio verso l'altrove, l'altro da sé. Le «leggi della nostra civiltà» si fanno periferiche e ripensando all'italiano in viaggio col gruppo organizzato, lo immagino come un viaggiatore in cerca di conferme che la Schwarzenbach non avrebbe fatto salire sulla sua Ford.  

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