“Toni” Bacchetti, calciatore partigiano

È l’alba del 25 marzo 1945. Quattro uomini, tra i venticinque e i trent’anni, camminano nella campagna friulana, a pochi chilometri a est di Udine. Uno di loro ha le mani legate. Qualche volta rallenta il passo. Allora Toni, l’uomo che sembra avere il comando della situazione, ma che gli altri chiamano Gianni, senza troppi complimenti lo spintona avanti. Lontano i profili viola delle Alpi Giulie si stanno incappucciando di un imminente e nero temporale. I quattro camminano con passo diverso tra campi, rogge e filari di gelso: otto scarponi che sfiorano le primule lungo le rive luccicanti di rugiada delle rogge. 

C’è un cascinale abbandonato, annerito dalle tracce di un incendio recente. Quello è il posto. L’uomo che comanda fa un cenno agli altri tre. Dietro la stalla c’è una vasca del letame, ormai mezza asciutta. L’uomo con le mani legate viene accompagnato fino al bordo. Ha capito. Chiude gli occhi. Si lamenta sommessamente. Dalla fondina un uomo estrae la forma scura di una rivoltella: uno sguardo al capo e poi la punta alla testa del prigioniero. Uno sparo. Secco. Un corvo si spaventa e vola via dalla grondaia pencolante di un fienile.

 

È la mattina del 18 maggio 1974. Nel negozio di articoli sportivi di Armando Lorenzutti, in via Leopardi, a Udine, si è accesa una discussione, a mezzo tra friulano e italiano. Lorenzutti, 35 anni, parla con una persona più vecchia che sta al di qua del bancone.  

«Mandi, Toni, no ài timp di pierdi. T’al ài za dit. Passe la setemane ch’e ven».

«Mandi un’ostie, Lorenzut. A son trê mês che ti âs di dâmi quei soldi. E cumò li tiri fuori. Tutti. Ore presint. No la setemane ch’e ven».

Ogni tanto Toni porta la mano al fazzoletto e tossisce, nervoso, sempre più irritato e nervoso.  

«No tu stâs ben, Toni».

«No stoi ben parcè che tu no ti mi paghi, sacrament!».

«No stâ a disi cussì, Toni. Che tosse che hai, Toni, mi fai pensare male…».

«Non devi pensare, tu! Mi devi pagare e basta. Paiâ. Capît? Eravamo d’accordo che mi davi il 15%. Dal rest, no m’interesse un’ostie. O vuei jessi paiât. Cumò. Adesso. Non ho tempo, no ài plui timp…».

Un altro colpo di tosse inceppa le parole di Toni. Lorenzutti allora lo invita nel retrobottega, per continuare la discussione senza dare nell’occhio ai passanti che si fermano a guardare quella scena concitata attraverso la vetrina del negozio. Scompaiono sul retro. Dopo poco, uno sparo. Secco. Poi un altro. Qualcuno accorre dalla strada nel negozio. Toni esce dal retrobottega e appoggia la rivoltella scura sul bancone. 

«Sono stato io – dice. – Chiamate i carabinieri».  

 

Due colpi di pistola, secchi. E in mezzo ventinove anni. Una vita. La vita di Toni Bacchetti, calciatore, partigiano. E omicida. Una vita che sembra lì pronta per essere sceneggiata in un film. 

Antonio “Toni” Bacchetti nasce a Codroipo, provincia di Udine, il 17 marzo 1923. Per decenni il Friuli ha prodotto quasi più calciatori che vini. Basta sfogliare gli almanacchi del calcio italiano, e ci trovate decine e decine di nomi che sono nati tra Tagliamento e Isonzo. Alcuni hanno fatto la storia del football: Enzo Bearzot, da Aiello del Friuli; Tarcisio Burgnich, da Ruda; Dino Zoff, da Mariano del Friuli. Appena di là dall’Isonzo, si può ricordare anche Fabio Capello, da Pieris. Ma lì si parla già bisiacco. 

Toni Bacchetti tira i primi calci a Udine, nel Ricreatorio Brunetta, quartiere Santa Lucia. Il Ricreatorio Brunetta è e sarà una buona fucina di calciatori: da lì passeranno Enore Boscolo, ala della Triestina di inizio anni Cinquanta, e poi del Torino, della Roma e del Padova di Nereo Rocco; il centravanti Giuseppe Virgili, detto “Pecos Bill” da Gianni Brera, e grande protagonista dello scudetto della Fiorentina di Montuori e Julinho nel 1955-56; e infine Franco Janich, difensore e colonna del Bologna campione d’Italia nel 1964. 

Bacchetti promette bene e nella stagione 1939-40 passa a giocare in Prima Divisione nel Dopolavoro SAFREC. La guerra è alle porte ma il diciottenne Toni, da buon friulano, cerca fortuna altrove: destinazione Sud Italia. Milita con il Potenza e con il Savoia di Torre Annunziata, sempre in serie inferiori. Talento e passione non mancano ma da quelle parti il mestiere del calciatore è molto più che precario. Torna in Friuli e veste la maglia dell’Udinese, in serie B, nella stagione 1942-43, ma senza mai scendere in campo. 

 

Dopo l’8 settembre l’Italia si spezza e anche il campionato di calcio. Nel Torneo Alta Italia che si disputa nel 1944 – a proposito, è in uscita per Mattioli 1885 il romanzo di Marco Ballestracci, Giocare col fuoco, che racconta della rocambolesca vittoria di quel “campionato di guerra” da parte dei Vigili del Fuoco di La Spezia – Toni Bacchetti gioca una dozzina di partite nella Cormonense, iscritta nel raggruppamento Venezia Giulia. 

Ma il 5 settembre 1944 fa la sua scelta: col nome di battaglia di “Gianni”, Bacchetti, insieme al fratello minore Germano, entra a far parte della Divisione Garibaldi “Natisone”. 

Toni, come già in campo con il pallone tra piedi, anche tra i partigiani mostra autorevolezza e carisma, tanto che neppure un mese dopo l’arruolamento è nominato sergente maggiore della Divisione. La formazione partigiana svolge un ruolo di intendenza, occupandosi di rifornimenti e di logistica tra le brigate che operano in montagna, tra Veneto, Carnia e Alpi Giulie. Non è un compito semplice, anche perché le zone sono presidiate da agguerrite formazioni repubblichine, tra cui l’efferata Banda Ruggiero, che hanno il compito di rastrellare i giovani renitenti alle armi e di dare la caccia ai partigiani. Le forze della RSI possono contare anche su fiancheggiatori e informatori e l’attività della Divisione Natisone deve destreggiarsi da mille insidie. 

Nella regione ci sono poi forti tensioni tra le stesse compagini partigiane: basti pensare al controverso e oscuro episodio di Porzus, del febbraio del 1945, quando nelle valli del Friuli orientale diciassette partigiani della Brigata Osoppo, formazione mista di cattolici, laici e socialisti, vengono uccisi dai gappisti delle Brigate Garibaldi. Tra di loro ci sono Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo; e Francesco De Gregori, zio del cantautore che nascerà nel 1951 e porterà il suo nome.

 

 

25 aprile 1945. La guerra finisce e Bacchetti torna a fare il mestiere del calciatore. Viene acquistato dall’Atalanta, dove fa il suo esordio in serie A, il 14 ottobre 1945, contro il Brescia. A Bergamo, Toni gioca due stagioni e dà prova di ottime attitudini: gioca 22 partite e segna 4 gol. È una mezzala tecnica, di corsa leggera ed elegante – agli esordi lo chiamavano “il Levriero” – e con un buon tiro. Seppure ancora giovane e poco esperto, non sono pochi a preconizzare per lui un promettente futuro nel calcio che conta. 

Ma Toni è anche un tipo inquieto cosicché nel 1947-48 cambia aria e finisce alla Lucchese, sempre in serie A. Fa una stagione in ombra. Tuttavia qualcuno crede ancora nell’estroso friulano e l’anno successivo gli capita quella che sembra l’occasione della vita. Lo ingaggia l’Inter, offrendogli un lauto stipendio: 30.000 al mese. Gioca con campioni navigati come Aldo Campatelli e Amedeo Amedei; un fuoriclasse internazionale come Istvan Nyers, l’Apolide per antonomasia, mezzo ungherese e mezzo francese; e giovani promesse come Benito Lorenzi e l’altro friulano, Enzo Bearzot. Toni, a Milano, però non si ambienta: gioca solo 4 partite, senza mai segnare. Non gli rinnovano il contratto e gli tocca un anno di “purgatorio” in serie B, a Brescia. 

Ma proprio con le Rondinelle si rilancia (6 gol in 21 partite) e l’anno seguente viene acquistato dal Napoli che, neopromossa in A, per la stagione 1950-51 allestisce una squadra ambiziosa. E Bacchetti rinasce.

 

I due anni – o, a essere precisi, una stagione e mezza – all’ombra del Vesuvio contribuiscono a scrivere la “leggenda” di Toni Bacchetti. La partenza è scoppiettante: nei primi tre mesi segna cinque gol e si conquista la simpatia dei tifosi partenopei. E al Vomero nasce il soprannome: Bacchetti che corre ondeggiando in su e in giù la testa per i tifosi diventa “’o Cammello”. Otto anni prima di Caravan Petrol di Renato Carosone, il Napoli si fa «bello a cavallo a stu camello». La leggenda si arricchisce di altri aneddoti. Bacchetti è molto amato non soltanto per le sue performance sul campo. È uno spirito libero e si sintonizza in fretta con il genius loci. Chi l’avrebbe mai detto che un furlan potesse diventare un partenopeo d’adozione! 

Ma come in tutte le belle favole Bacchetti trova un antagonista. L’allenatore è Eraldo Monzeglio, che non è uno qualunque. Monferrino, cresciuto tra i nerostellati del Casale, ha fatto la sua fortuna giocando da terzino nel Bologna, campione d’Italia nel 1928-29, e poi nella Roma; ma soprattutto partecipando ai due successi Mondiali dell’Italia di Vittorio Pozzo nel 1934 e nel 1938. Quando giocava nella Roma Monzeglio divenne intimo di Mussolini, che frequentava a Villa Torlonia, facendo da maestro di tennis ai figli del Duce. Lasciato il calcio giocato, fu direttore sportivo della Roma che nel 1941-42 vinse il suo primo scudetto, non senza qualche riguardo da parte dell’ormai pericolante regime. Monzeglio seguì Mussolini anche a Salò, dove visse in prima persona il dramma familiare del fallito tentativo di salvare Galeazzo Ciano dalla condanna a morte firmata dal suocero. 

 

 

Come avrebbe potuto Eraldo Monzeglio, fedele al Duce fino alla fine, magari anche solamente per valore d’amicizia, non diventare l’antagonista di Toni Bacchetti, calciatore-partigiano? Monzeglio guida la squadra col piglio “vèj Piemònt” che aveva ereditato dall’esempio di “Monsù” Pozzo, il commissario tecnico della Nazionale e piemontese come lui: un misto tra sacrificio da alpino e rigorismo salesiano. Difficile, se non impossibile, andare d’accordo con un irregolare come ’o Cammello Bacchetti. 

Già durante il girone di ritorno di quella prima stagione i nodi di quella problematica convivenza cominciano a venire al pettine. Come nel caso della partita contro l’Inter, al Vomero. Quando Bacchetti, a poche ore dal calcio d’inizio, scompare. Assente al raduno pre-partita, assente negli spogliatoi. Pare che Monzeglio dia ordine agli altoparlanti dello stadio di fare un appello, come quando si perde un bambino al supermercato. Niente. ‘O Cammello si è ammutinato. Qualcuno giura di averlo visto seduto nella tribuna distinti, con il bavero dell’impermeabile alzato, un cappello a larghe falde calcato in testa e una sigaretta accesa. 

 

Nonostante le intemperanze della mezzala e la dichiarata ostilità dell’allenatore nei suoi confronti, il campionato del Napoli si chiude con un lusinghiero 6° posto in classifica. Bacchetti è l’idolo del Vomero: dei 57 gol messi a segno dagli azzurri, dieci, e quasi tutti belli, sono suoi. E sempre la leggenda vuole che venga annoverato in quei mesi nel “Pantheon” delle divinità partenopee attraverso una battuta. 

Nel settembre 1950 esce nelle sale cinematografiche Napoli milionaria, la commedia del 1945 di De Filippo che cinque anni dopo è diventata un film, per la regia e l’interpretazione dello stesso Eduardo. Oltre all’immancabile Titina, a una ventenne e sfolgorante Delia Scala e a un inedito Mario Soldati nella parte di un povero ragioniere ridotto sul lastrico dalla guerra, coprotagonista al fianco di Eduardo/Gennaro Iovine è Totò/Pasqualino Miele, in un ruolo inventato appositamente per la trasposizione cinematografica. 

La pellicola, ancora più che la commedia, è anche una potente denuncia sociale contro i danni che la guerra ha creato nella Napoli popolare: il contrabbando, la prostituzione, i “figli della guerra”. Così, oltre a essere molto apprezzata dal grande pubblico per la comicità delle situazioni, il film fa anche molto discutere. 

 

 

Ma quello che a noi interessa è che in un dialogo tra Gennaro e Pasquale fa la sua comparsa il nostro Toni Bacchetti. Gennaro, un povero tranviere che, ormai inatteso dalla famiglia, fa ritorno a casa dopo la prigionia in Germania, affida le sue speranze di riscatto economico a una schedina del Totocalcio, il gioco inventato col nome di Sisal nel 1946 e legato al pronostico dei risultati delle partite del campionato di calcio. Nella compilazione della schedina si consulta con l’amico Pasqualino, altrettanto disperato (per sbarcare il lunario, in cambio di compenso, si sostituiva a chi era ricercato dalle forze dell’ordine per aver commesso un reato ed essere tradotto in carcere). 

Gennaro chiede a Pasqualino: «Napoli-Inter. Cosa mettiamo?». 

Risponde Pasqualino: «Bacchetti gioca?». 

«Sì» replica Gennaro. 

«Allora metti uno fisso» conclude Pasqualino, sicuro del pronostico. 

Insomma, Bacchetti, nell’immaginario popolare partenopeo di quei tempi è garanzia di vittoria. Cosa può chiedere di più un calciatore ai proprio tifosi? 

Peccato però che quella battuta, in quel film, né in altri, non sia mai esistita. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che l’esordio nelle sale della pellicola, a settembre 1950, coincide con le prime partite giocate di Bacchetti con la maglia Napoli, quando non ancora si era conquistato a suon di gol il favore dei tifosi. 

Si tratta dunque di una vera leggenda metropolitana. Pur essendo infondata dal punto di vista documentale, come la gran parte delle leggende, non è tuttavia priva di significato. ‘O Cammello è un idolo calcistico e intorno a lui nasce la mitografia popolare.

   

Toni Bacchetti ha ventott’anni, è nel pieno della sua maturità tecnico e atletica e quella prima stagione partenopea sembra dunque doverlo definitivamente consacrare nell’élite del calcio italiano. Soltanto l’anno prima, la Nazionale azzurra, formalmente campione in carica, è stata malamente eliminata ai Mondiali del 1950: e non regge più di tanto la scusa dell’estenuante viaggio in nave al quale i giocatori si sono sottoposti per raggiungere il Brasile, la nazione ospitante, pur di evitare il trasferimento in aereo. Del resto, erano passati solo dodici mesi dalla tragedia di Superga. 

Bacchetti comincia a far parlare di sé in un momento in cui il movimento calcistico nazionale ha bisogno di essere rivitalizzato e rilanciato. Forse per lui potrebbe essere arrivato il momento di vestire un’altra maglia azzurra che non sia quella del Napoli. 

Ma nei primi mesi del campionato 1951-52 ogni sogno di gloria viene incenerito da un fulmine a ciel sereno. 

Il 1° novembre 1951 Toni Bacchetti viene raggiunto da un mandato della Procura della Repubblica di Udine comparizione del Tribunale di Udine: deve infatti rispondere di un reato di omicidio. 

I fatti contestati risalgono a quel marzo del 1945, quando Toni Bacchetti, nome di battaglia Gianni, camminava per la campagna friulana, tra Orsaria e Pradamano, insieme a due compagni partigiani e a un prigioniero. Il cadavere di quel prigioniero venne ritrovato un anno dopo, quando i familiari del trentunenne Antonio Comuzzi, di Pradamano, sporsero denuncia nei confronti di Antonio Bacchetti, del fratello Germano e di Paolo Maiero, e di altri due membri della Divisione Garibaldi “Natisone”. L’accusa era quella di aver sequestrato e quindi ucciso il Comuzzi. Dopo qualche anno di indagini, viene spiccato il mandato di comparizione. 

 

 

Il processo si svolge presso la Corte di Appello di Udine il 17 e il 18 dicembre 1951. Nella deposizione Bacchetti spiega i fatti. Il Comuzzi era un accertatore dell’UPSEA, l’Ufficio provinciale statistico ed economico dell’agricoltura. Zelante sue funzioni, minacciava gli agricoltori che avessero fornito sostegno ai partigiani. Per questo il comando partigiano della Natisone decise per la sua soppressione, in accordo con il CLN provinciale. 

Il Pubblico ministero nella sua requisitoria, una volta scartata l’ipotesi che gli imputati avessero agito per lucro o vendetta personale, ed escluso il movente di «uno sfogo violento e bestiale», interpreta i fatti accaduti all’interno della logica di guerra. Ma al non accertabile “collaborazionismo” della vittima – non si trovarono in effetti prove contro l’attività filo-fascista del Comuzzi – si preferisce considerare quell’esecuzione come «un eccesso e quindi un illecito penale». Contro Bacchetti e gli altri imputati viene però emessa una sentenza di «non a procedere» in quanto il reato, dettato da movente politico, era da considerarsi estinto da amnistia. 

 

Bacchetti è salvo, ma la sua carriera sportiva è segnata per sempre. Come avrebbe potuto ritornare a giocare, lui partigiano accusato di omicidio, e assolto solo in virtù dell’amnistia Togliatti, in una squadra allenata da un amico di Mussolini e che di lì a pochi mesi – marzo 1952 – sarebbe ritornata sotto l’egida presidenziale di Achille Lauro, l’armatore che si apprestava a diventare – proprio grazie alla propaganda calcistica – il nuovo sindaco di Napoli con i voti del Partito nazionale monarchico?

Di fatto la carriera calcistica di Toni Bacchetti finisce con il processo del dicembre del 1951. «Abbiamo combattuto col cuore in montagna ed ora eccoci qui come fossimo dei malviventi», commenta il calciatore Toni, già partigiano Gianni.  

Nella stagione in corso non gioca più una partita col Napoli. Entra in in conflitto con la società anche per una questione contrattuale, che gli costa il deferimento agli ordini disciplinari della FIGC. A fine campionato viene ceduto all’Udinese. La stagione 1952-53 non è male (12 partite e 3 gol) ma viene funestata da una combine di fine stagione con altre squadre. Con l’ accusa di illecito sportivo i friulani sono penalizzati con la retrocessione in serie B. 

Bacchetti, completamente estraneo ai fatti, deve rifare le valigie. Ancora una stagione in A col Torino, di quasi nessuna soddisfazione. Ma il tempo è scaduto per il Bacchetti calciatore. Gioca ancora tre stagioni in serie D, una Crotone e due a Cividale del Friuli, prima di appendere le scarpe al chiodo. 

In quegli ultimi anni c’è anche una sorta di tentativo di risarcimento nei suoi confronti da parte del Partito comunista, a cui Bacchetti è sempre rimasto fedele. Nel 1953 viene eletto nel consiglio direttivo della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, di cui a inizio degli anni Cinquanta era stato presidente il giovane Enrico Berlinguer. Una presa di posizione così esplicitamente organica non poteva però certo far piacere al sistema-calcio di quegli anni in clima piena di Guerra Fredda: e Bacchetti, etichettato ormai come un pericoloso sindacalista, di fatto non trova più spazio nel calcio di alto livello.

 

Ma il calcio continua a far parte della sua vita. Alla fine degli anni Cinquanta e per tutto il decennio successivo Bacchetti diventa dirigente dell’Esperia di Udine, una società dilettantistica, nella quale si spende soprattutto nel ruolo di talent-scout. Non si risparmia, Bacchetti, anche investendo denaro nella piccola società, e spesso rimettendoci. 

Scopre alcuni buoni giocatori che negli anni Settanta avranno futuro in serie A: da Valentino Leonarduzzi, centrocampista dell’Udinese, a Silvano Martina, portiere del Genoa e della Lazio, e oggi procuratore di affermati calciatori. Soprattutto Bacchetti fu lo scopritore di Gianfranco Casarsa, centravanti di manovra di Fiorentina e Perugia, oggi ricordato soprattutto per essere stato tra i primi a calciare i rigori senza prendere la rincorsa. All’inizio degli anni Settanta, l’Esperia è costretta a chiudere i battenti. Bacchetti trova un accordo con un commerciante, Armando Lorenzutti, proprietario di un negozio di articoli sportivi a Udine, e a sua volta manager di un'altra società di calcio dilettantistica locale. Al Lorenzutti Bacchetti passa la proprietà dei cartellini una sessantina di giocatori dell’Esperia. Ma il Lorenzutti non salda il debito e, oltretutto, secondo il parere di Bacchetti, “svende” gli ex ragazzi dell’Esperia senza valorizzarli. 

I primi anni Settanta sono anni duri per il Toni. Viene colpito da una brutta malattia polmonare. Il fratello Germano muore in un incidente stradale. Il Lorenzutti non gli paga le percentuali stabilite sulla vendita dei giovani calciatori. 

Nel maggio 1974 la situazione precipita. Toni Bacchetti entra nel negozio del Lorenzutti a Udine con l’intenzione di farsi valere, una volta per tutte. La discussione degenera, tra una bestemmia e ripetuti colpi di tosse. Sarà un altro colpo, e non di tosse, a mettere drammaticamente fine a quella vicenda. 

Bacchetti, reo confesso, riesce a scampare all’ergastolo, ma non a una fine già segnata. Dopo quattro anni di galera, nel settembre del 1978 gli concedono la libertà provvisoria per l’aggravarsi della malattia. 

Toni Bacchetti muore il 9 maggio 1979. Tra una scena quasi fenogliana di Resistenza e la cruda cronaca di un delitto di provincia passano ventinove anni. Due colpi secchi, e non di tosse, riecheggiano nella vita del partigiano Gianni della Divisione garibaldina Natisone e di ’o Cammello che fece sognare per una breve stagione i tifosi del Napoli. La vita accidentata di Toni Bacchetti: uno fisso.

 

Nota

Sulla storia di Antonio Bacchetti ha scritto un saggio lo storico dello sport Sergio Giuntini: ‘O Cammello. Vita, morti e miracolosi gol di Antonio Bacchetti, partigiano-calciatore (Mimesis, 2020). Largo spazio alla sua vicenda gli è stato dedicato anche in Cuori partigiani. La storia dei calciatori professionisti nella Resistenza di Edoardo Molinelli (RedStar Press, 2021).

Nel giugno del 2017 ho raccontato in quattro puntate la storia di Antonio Bacchetti, rivisitandola nel format di narrazione condivisa di "StraStorie", nel corso del festival Da vicino nessuno é normale, con Valeria Ravera e Oliviero Ponte di Pino: Bacchetti gioca? . In quell’occasione, Alessandro Arbuzzi ha dedicato ad Antonio Bacchetti la canzone Uno fisso e Federica Fracassi ha interpretato l’intero racconto.

Grazie per la consulenza linguistica sul friulano e sul napoletano, rispettivamente, a Giuseppe Mariuz e Lorenzo Di Palma.

 

Sfide sconfinate. Lo sport che cambia il mondo è un progetto del Polo del '900 coordinato dall'Unione culturale Franco Antonicelli che si propone di riflettere sul cambiamento sociale nel Novecento e nella contemporaneità attraverso il fenomeno sportivo. Il progetto si svolgerà con una serie di appuntamenti pubblici a Torino e on-line per tutto il 2021. Sul canale YouTube del Polo del '900 sono già disponibili gli incontri Tifare... sotto le bombe (con Aldo Agosti e Giovanni De Luna) e Un calcio al fascismo (con Enrico Miletto, Stefano Tallia e Nico Ivaldi), dedicati ai rapporti fra calcio, antifascismo e Resistenza. Il prossimo appuntamento, previsto per martedì 4 maggio alle ore 17, sarà dedicato invece al Giro d'Italia e si intitolerà In un secolo di Giro... 90 anni di maglia rosa.

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