Il tuo due per mille a doppiozero

Un elogio della DAD

Ribadiamo subito un punto fuori discussione. La didattica in presenza è insostituibile, non solo per la sua efficacia nella trasmissione del sapere ma anche, forse soprattutto, per via delle forme di socialità che solo la scuola in quanto luogo fisico rende possibili. Il fatto che la didattica in presenza sia insostituibile, tuttavia, non significa che quella a distanza sia una cosa indecente, come si sente dire tutti i giorni da un coro di voci critiche, talora indignate, che va dalla destra sovranista alla sinistra radicale. Proviamo allora  a metterla così: la didattica in presenza è insostituibile, è vero, ma è anche integrabile con la DAD, senza danno e forse con molti vantaggi. Non foss’altro perché la DAD è una modalità di trasmissione del sapere destinata a confermarsi e a rafforzarsi. Non facciamoci illusioni, su questo. Chiediamoci piuttosto in che modo potremmo renderla migliore.

Proverò a motivare la legittimità di questa richiesta con due gruppi di considerazioni, seguite da una scenetta finale che potrebbe servirci a comprendere meglio da che parte stiamo.

 

Per capire l’equivoco su cui si fondano le critiche alla DAD basta riflettere sul fatto, molto semplice, che fare lezione parlando da uno schermo non è la stessa cosa che servirsi di uno schermo per fare lezione. Come mai nessuno ha evidenziato, e valorizzato, questa differenza così semplice e così decisiva? La verità è che lo schermo-display (di questo, infatti, si tratta e non dello schermo sul quale vedete un tizio che parla) è una superficie di iscrizione tipicamente intermediale, cioè uno spazio in cui diversi media possono cooperare non solo in modalità sinergica ma anche mettendo al lavoro le zone di reciproca irriducibilità (tra tutte: quella tra medium verbale e medium iconico).

 

Pensate, per farvene un’idea, a un PowerPoint didattico fatto come si deve, cioè ricco di immagini, schemi, montaggi, movimento, parole udibili e leggibili… Ci fosse stata la rete, insieme all’assoluta facilità con cui attingiamo al suo immane archivio e ne riutilizziamo i materiali, il grande Sergej Ejzenštejn, che aveva lavorato per almeno due anni al progetto di un film sui concetti fondamentali del Capitale di Marx e poi si era arreso, quel film lo avrebbe fatto di certo. Ma il succo dell’esempio è questo: su uno schermo-display come quello di cui parliamo non si tratta di mettere in parallelo concetti e immagini, come nei libri illustrati, si tratta di esperire e perlustrare i processi grazie ai quali questo accoppiamento diventa possibile. Di entrare nel laboratorio semiotico in cui i concetti e le idee prendono pian piano forma. Di addestrare lo spettatore, scriveva Ejzenštejn, “a pensare dialetticamente”. 

Chiudo questa prima serie di considerazioni con due domande: non sarà che lo schermo-display può patrocinare questo genere di esplorazione cognitiva meglio di quanto non seppe fare il “cinema intellettuale” di Ejzenštejn?  E non sarà che la DAD obbligata di cui abbiamo già fatto un paio di esperienze avrebbe potuto costituirsi come una straordinaria opportunità sperimentale? 

 

Ho insistito sulla centralità del rapporto parola-immagine perché lo schermo-display ha tutti i requisiti per mostrarne le condizioni di integrabilità al livello più adeguato: che è poi il “libero gioco” (come diceva Kant) in cui due diverse funzioni cognitive si fronteggiano fino al profilarsi della proporzione più giusta per potersi intrecciare. Aggiungo ora che il significato di questo genere di processi integrativi per la costituzione delle nostre singolari personalità cognitive l’aveva già illustrato limpidamente un amico di Ejzenštejn, il grande psicologo Lev Vygotskij, richiamando l’attenzione sulla fase evolutiva in cui il bambino, intorno ai 7 anni, interiorizza il linguaggio che ha appreso e lo fa davvero suo. Che il processo di interiorizzazione del linguaggio ricevuto dalla comunità in cui siamo nati possa svolgere una funzione ‘individuante’ di primaria importanza sembra un fatto abbastanza ovvio.

 

 

Molto meno ovvio è che la svolga nel modo di una riorganizzazione multimodale della generale competenza semantica del piccolo parlante: uno smontaggio e un rimontaggio delle procedure istituzionalizzate grazie alle quali le forme linguistiche si riferiscono al mondo materiale. Che significa multimodale? Significa che il processo di interiorizzazione occupa una regione della nostra mente per sua natura ibrida e sincretica: come minimo, infatti, vi cooperano i due diversi media, immagine e parola, già più volte evocati. Una regione che si dimostra molto plastica e interminabilmente riorganizzabile.

 

Ora, lo schermo-display di cui parliamo, grazie alla sua strutturale intermedialità e alla sua innegabile plasticità, sembra essere un formidabile strumento per l’esternalizzazione dei processi che avvengono in questa regione interna. Parafrasando un fortunato concetto filosofico si potrebbe dire che i testi sincretici che vi prendono forma sono composti grazie a una “scrittura estesa”, capace di  manifestare in modo molto efficace cosa succede alla nostra mente incarnata e multimodale quando lavoriamo alla formazione di un concetto. E in che modo questa formazione debba necessariamente mobilitare  e integrare un insieme di elementi che attengono alla nostra sensibilità e un insieme di elementi che attengono al nostro intelletto. Direi che non è poco. Eppure si tratta di una forma d’espressione già largamente praticata in modalità autodidattica (meme, Instagram stories, tiktok, tutorials…) da chiunque abbia la possibilità di usufruire stabilmente di un accesso in rete. 

 

La mia idea, molto semplicemente, è che l’uso della “scrittura estesa”, ci piaccia o no, si rafforzerà ineluttabilmente nei prossimi decenni. E che le nostre lezioni in DAD, quando ce ne sarà bisogno, faremo bene a scriverle in quel modo. Ciò che invece dovremmo fare subito, e di corsa, è riconoscere la legittimità di questa pratica espressiva, peraltro già saldamente radicata, interrogarne la capacità di lavorare a livelli elevati di complessità e mettere mano a una mappa dei casi in cui il suo uso potrebbe dimostrarsi didatticamente più efficace di quello garantito dal parlato o dalla scrittura lineare. L’impegno da assumere, insomma, è quello di far crescere il tasso di complessità che la “scrittura estesa” è già pienamente in grado di assicurare.

Ultimo, doveroso avvertimento. Da un punto di vista didattico è chiaro che le ragazze e i ragazzi che ne hanno diritto debbono poter contare su qualificati insegnanti di sostegno. E che tutti i docenti impegnati a esercitare un lavoro supplementare tutt’altro che semplice dovrebbero essere adeguatamente remunerati. Servono massicci investimenti? È evidente. Ma se non ci determineremo a farli pagheremo un prezzo molto alto. 

 

Concludo con la seguente scenetta, che potete immaginarvi nello stile di BC, la più irresistibile tra le strisce del grande Johnny Hart.

Monte Circeo, più o meno 50.000 anni fa. Vi dimorano, tra gli altri viventi, il nero sapiens e il bianco neanderthal. E fu una convivenza pacifica, la loro, com’è ormai accertato dalle tracce che ha lasciato nel nostro DNA. Un piccolo nucleo familiare neanderthaliano è riunito intorno al fuoco, di sera. A loro piace commentare la giornata appena trascorsa, anche se il linguaggio di cui dispongono è prevalentemente mimico-gestuale, accompagnato forse da un’approssimativa modulazione fonica. Il maschio sta raccontando del suo incontro mattutino con un gruppo di sapiens intenti alla caccia: “Certo, il livello di efficacia cooperativa di questi neri è pazzesco, incomparabile col nostro” – dice – “Ma con questa nuova tecnica per comunicare tra loro con la voce e tirandone fuori tutte quelle espressioni così diverse l’una dall’altra, con quel loro inventarsene ogni giorno una nuova, è certo che prima o poi finiranno per perdere del tutto il contatto con la realtà materiale”.

 

La femmina sta accudendo amorevolmente l’ultimo nato intonando per lui una ninnananna, ma lo sguardo che rivolge al suo uomo esprime un forte dubbio nei confronti delle sue certezze. Con buone ragioni, come poi si vide, dato che bastò una manciata di millenni perché i neanderthaliani si estinguessero. E fu una grande perdita per la biodiversità, perché erano una specie umana fiera e industriosa, pacifica e coraggiosa.

Morale della scenetta: alle invenzioni tecnologiche determinanti, quelle che hanno ‘fatto’ la storia dell’umanità, è insensato credere di potersi opporre. Possiamo però, e forse addirittura dobbiamo, prenderle in carico in modo aperto e creativo, soprattutto quando sono così plastiche da prestarsi non solo a interagire, ma anche a coevolvere insieme a noi umani. 

 

Pietro Montani è un filosofo, critico cinematografico e docente universitario. I suoi due ultimi libri sono Tre forme di creatività: tecnica, arte, politica, Cronopio, e Tecnologie della sensibilità, Cortina editore. 

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