Un uomo vago

Il caso Potenzoni

Nell’anamnesi di persone mentalmente disturbate esiste sempre la possibilità di una fuga concreta, di una sparizione dalla vita quotidiana. A volte succede per periodi brevi, a causa di un’amnesia dissociativa; a volte per intervalli più lunghi, se subentrano disturbi degenerativi. In certi casi la persona viene ritrovata, smarrita e confusa, in luoghi pubblici come stazioni, metrò, supermercati, e internata in qualche struttura psichiatrica; non sono infrequenti fughe psicogene dove il fuggitivo segue ossessivamente le figure del suo delirio e si ritrova in posti che ha solo immaginato e che simboleggiano un sogno utopico di libertà; oppure, in alcuni disturbi dell’identità, perde i suoi documenti, cercando in modo paradossale un io alternativo. Sparire non è un atto volontario, ma un momento di disorganizzazione dell’io, di affondamento nei propri fantasmi, di sconnessione dal mondo ragionevole. Le domande con cui ci si interroga su quell’atto di fuga – perché è accaduto, come è accaduto, quale sia il suo senso – non hanno e forse non avranno mai una risposta risolutiva. 

 

Il caso Potenzoni (Einaudi, 2021), scritto insieme a Francesco Potenzoni da Federica Sciarelli, autrice e conduttrice del programma televisivo Chi l’ha visto?, indaga una scomparsa reale e tuttora irrisolta. Daniele Potenzoni, figlio di Francesco, psicotico, disabile, 36 anni, il 10 giugno del 2015, insieme a un gruppo di pazienti di un centro di salute mentale dell’hinterland milanese, arriva a Roma per vedere il Papa. Ma, prima di prendere la metropolitana a Termini, nel caos del traffico prende la vettura sbagliata, viene perso di vista e scompare, forse a causa della disattenzione di un operatore psichiatrico. Daniele è, a tutt’oggi, una persona mai più ritrovata, di cui si ignora se è viva o morta: un essere senza cellulare e senza denaro, sospeso in un’esistenza inesistente. Da quel giorno nessuno lo ha mai più rivisto.

Scrive l’autrice (CP, p. 27): «Daniele ha tre vite. La prima è quella comune a tanti altri ragazzi, la famiglia, la scuola, gli amici, l’oratorio, fino ai suoi diciassette anni. La seconda è quella della malattia, che subentra all’improvviso, senza alcun motivo apparentemente logico. La terza vita è quella della scomparsa, così misteriosa che sta diventando un rompicapo».

 

Sciarelli reagisce al senso di scacco procurato da questa prolungata scomparsa e scrive questo libro, composito e persuasivo. Nel primo capitolo, intitolato Nel corpo di un ragazzo, la giornalista si identifica con Daniele, restituendogli una voce, una coscienza, attraverso l’immaginazione personale e la ricostruzione biografica. Nei capitoli successivi la struttura narrativa si frastaglia in testimonianze, atti processuali, cronache. Daniele, creatura reale con nome, cognome, appare come un personaggio emblematico, dove l’assenza psichica della mente si prolunga, per una sventurata circostanza, nell’assenza fisica del corpo.

 

Il libro si oppone, con strategie narrative efficaci, a quell’assenza. Ricompone la vita di Daniele, si identifica con i suoi possibili stati d’animo, cerca tracce concrete del suo passaggio, nella speranza di un suo ritorno a casa, che ancora adesso il padre Francesco, dopo cinque anni di assenza, ipotizza possibile. Il libro ci racconta di un ragazzo autistico, calvo, taciturno, dal naso schiacciato, che non sa essere nel mondo, che al metrò prende la vettura sbagliata, che si smarrisce nel nulla degli anni. Di lui non rimane, negli archivi ospedalieri, neppure una diagnosi precisa. Le relazioni mediche e sociali parlano di una “forma psicotica”, ma descritta vagamente dagli stessi sanitari. Il suo commento alla tavola VIII del test di Rorschach, effettuato durante un ricovero ospedaliero, riporta queste sue parole: «Un campo di fiori. Una scatola di acquarelli, non ce la vedo dentro ma vedo i colori dell’acquarello. Due mostri mitologici. Questa sembra la brina. Questo è il mare. Questi dei sassi rosa che non ricordo come si chiamano».

 

 

Dal libro emerge il ritratto di un uomo confuso, inerme, inadeguato, mai presente a se stesso, inconsapevole del suo dolore psichico. Un uomo vago, che nessuno mette a fuoco, né la famiglia né gli amici, che passa i suoi giorni seduto su una panchina, che tenta di lavorare per dimenticare, attraverso la fatica fisica, quella mentale. Sorprende che proprio in un giorno diverso dagli altri, il giorno in cui avrebbe visto il Papa, sia destinato a sparire in modo misterioso. Nessuno ricorda se lo ha visto dentro o fuori dal vagone di quella metropolitana. Nessuno ha fatto caso a lui. Nessuno rammenta esattamente quello che è accaduto, come non si riesce mai a notare del tutto una figura sfuocata, confusa ad altre, anonima. Ma la sua scomparsa genera un’assenza presente, concreta, irrimediabile. Daniele sparisce nel giorno in cui doveva essere presente per vedere il Papa. Manca proprio a quel giorno speciale.

La sua assenza pluriennale ravviva, oggi, un crescente interessamento verso una creatura umana a cui, prima, conoscenti e familiari non avevano mai prestato particolare attenzione. Il padre lamenta che le indagini non siano state sufficienti ed efficaci, rimarcando il suo diritto di sapere che fine ha fatto il figlio, dato che non può essere sparito nel nulla.

 

In questi sei anni che ci separano dalla sparizione di Daniele diverse iniziative si sono concretizzate: un performer teatrale ha percorso Roma con un camion-vela, di quelli solitamente usati per la pubblicità o per le campagne elettorali, con sopra una foto formato gigante di Daniele com'era al momento della scomparsa e un’altra di come potrebbe essere diventato oggi. Il camion-vela, visibile anche al di là dei social network, negli ultimi mesi ha girato per i quartieri di Roma raccogliendo diverse segnalazioni e ravvivando l'attenzione sul caso. Una testimone afferma di averlo visto mentre fumava una sigaretta con un benzinaio e di avergli parlato; una donna dice di averlo riconosciuto mentre aveva in mano due caffè da portar via; un’altra ragazza, che girava un video dal finestrino della sua auto, pensa di averlo identificato in un ragazzo, accompagnato da altri due uomini, la postura lievemente curva, che si ferma all'improvviso e si tocca all'altezza del ginocchio con insistenza, quasi per un tic nervoso. Nel camion-vela non sono visibili non solo le gigantografie del volto di Daniele ma anche la cifra della ricompensa fissata da alcuni benefattori anonimi. 

 

Diversi sono stati gli appelli al Papa, il messaggio di vicinanza di Francesco Totti rilanciato su tv e giornali, i maximanifesti appesi in città con il volto di Daniele come potrebbe essere oggi, disegnato da esperti del settore che hanno lavorato a fianco di criminologi. Niente di tutto questo, per ora, è servito. Uno degli accompagnatori del gruppo finito sotto processo per abbandono di incapace è stato assolto: il giudice non ha riconosciuto il dolo. Ma per la famiglia ci sono delle responsabilità precise, se non in chi lo ha "perso" certamente in chi non lo ha ancora “ritrovato”.

Daniele Potenzoni, l’autistico che nessuno notava e che tutti oggi, grazie alla risonanza mediatica, vorrebbero ritrovare, l’“uomo vago” di cui non si ricorda neppure dove è sparito, nel metrò di quel 10 giugno 2015, emerge visibile e non vago dalle pagine di questo libro, scritto con passione da Federica Sciarelli a quattro mani con il padre Francesco, coautore silenzioso di una ricerca non ancora conclusa. «Questo libro non ha un finale. Perché a oggi Daniele non è ancora stato ritrovato. Sono passati sei anni dal giorno in cui, felice, doveva andare all’udienza del papa. Ognuno di voi immaginerà cosa può esser successo al giovane autistico con il naso schiacciato, e si darà il proprio finale. Dov’è Daniele Potenzoni?» (CP, p. 213).

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