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Una morte un po’ peggiore

Il virus ha colpito non solo le nostre cellule, ma soprattutto la nostra esistenza sociale e, come nel caso dei corpi, il suo effetto è stato tanto più grave quanto più l’organismo che ha incontrato era debole. Evidentemente la libertà, come valore civile e individuale, non godeva di buona salute nel momento in cui la pandemia ha messo in discussione le regole del vivere civile. Per molti non c’è stata partita: di fronte al rischio sanitario, gli altri valori personali, vengono dopo e devono essere accantonati. Eppure tanti, anche al giorno d’oggi, in tante parti del mondo, rischiano la vita biologica per la libertà. Qui da noi? Impensabile. Quello che conta è la salute. Colpisce come le politiche di contenimento dei vari paesi siano quasi esclusivamente giudicate sulla base del compromesso tra economia e salute e mai (o quasi mai) perché avvelenano le radici di quella pianta, oggi malandata, che è la società liberal-democratica che dovrebbe essere l’incarnazione dei valori al cuore della persona umana.

La combinazione di benessere fisico ed economico è diventata il denominatore unico del vivere umano, le uniche cose per cui valga la pena di vivere; qualcosa che si riassume nella cifra dell’utile materiale, sempre definito al di fuori dell’esistenza personale e quantificato in termini oggettivi da una società piegata sul piano del capitalismo. Non a caso qualche anno fa Mark Fisher scriveva che la vittoria finale del capitalismo è tanto più grande quanto più la sua fine non sembra neppure concepibile: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. 

 

Il virus è stato – e continua a essere – una piccola fine del mondo che pone noi tutti di fronte al valore dell’esistenza, valore che si consuma proprio nella sua mortalità che oggi non si può più ricordare pena essere oggetto di unanime condanna, come è capitato prima a Johnson e poi a Bolsonaro rei di avere ricordato che siamo mortali. La morte è stata messa al bando. Secondo lo storico Yuval Harari, la morte non è più intesa come l’orizzonte della vita, ma come un errore da correggere. L’evento morte è visto come la spazzatura ai bordi delle strade; qualcosa che il governo dovrebbero tenere lontano dalla vita dei cittadini. 

Oggi la libertà è malata e messa in discussione e con lei la persona. Un mio collega, in una discussione pubblica, ha affermato che “la libertà è un valore molto sopravvalutato”. È triste che nell’accademia vi siano persone con un concetto così ridotto dell’essenza stessa del ruolo che ricoprono. Non si rendono conto che l’università dovrebbe incarnare il pensiero libero e invece, forse a causa di cattivi maestri o di altro, molti accettano una condizione di servitù volontaria.

Questi temi sono al centro di due volumi, legati da un destino comune: il primo è un instant book, Liberi dal male. Il virus e l’infezione della democrazia (Feltrinelli, 2020) scritto dal giornalista Ezio Mauro durante la pandemia, mentre il secondo è un agile volume sulla libertà scritto da un grande filosofo scomparso proprio a causa del virus, Giulio Giorello, Libertà (Bollati Boringhieri, 2015). 

 

Mauro affronta il rapporto tra virus e potere, sottolineando che “C’è un secondo contagio, e sta dilagando silenziosamente: nessuno sa ancora quante vittime farà”. Non è il contagio del virus, ma “lo spillover culturale, dalla salute all’organizzazione sociale, alle istituzioni, ai diritti, alle libertà, alle nome, quindi alla politica” e mette in guardia di fronte al potere emergenziale che “nell’inedito di un’eccezione permanente”, diventa “l’esercizio di un potere disciplinare, commissariale, di carattere universale, riconosciuto come lecito perché necessario dalla pubblica opinione”; ovvero la necessità della servitù a uno schema di valori monodimensionale in cui non c’è più spazio per l’esercizio della nostra libertà. Rischiamo che “lo stato di emergenza diventi il sistema permanente di governo”.

Ma di fronte alla paura per il virus “tutto ciò che abbiamo perduto si chiama libertà […] ciò che abbiamo fatto è stato cedere quote di libertà in cambio di quote di sicurezza”. È un fatto che molti cittadini, in nome di una maggior sicurezza, hanno prontamente accettato di trasformarsi in delatori e controllori. E così il “virus ha attaccato l’organismo sociale, la nostra libertà”. In realtà, non tanto il virus, quanto la sua narrazione tra l’altro controllata dal potere pubblico che possiede “l’arma metafisica e negromantica del disvelamento del male attraverso il racconto ufficiale del suo procedere: che diventa la borsa quotidiana della nostra paura”.

Tuttavia tra virus e paura vi è un’enorme differenza: il primo è una forza esterna cui ci si può opporre con mezzi concreti, la seconda è un male interiore che ci corrode dall’interno. La paura è una scelta e chi la abbraccia rinuncia alla propria libertà. La paura uccide la persona.

È difficile resistere a un’analogia con il contestatissimo Agamben che, proprio all’inizio della pandemia, scriveva che “lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale che, in un circolo vizioso, fa sì che la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.” Qui non si discute affatto l’entità del pericolo sanitario rappresentata dal virus – lo dico prima di essere frainteso – ma che si reputi che l’unica reazione possibile di fronte a un pericolo sia la sospensione dei valori del vivere civile, primo fra tutti la libertà.

 

 

È molto rinfrescante la lettura dell’altro volume citato, Libertà di Giorello, che ci ricorda a ogni pagina come l’esistenza umana non sia riducibile a corpo e portafoglio e come proprio la paura della cultura, del diverso, della povertà, della malattia sia sempre stata usata per uccidere la libertà delle persone e del pensiero. Ma la libertà non è un permesso graziosamente concesso dal potere in tempi di vacche grasse, “non è una malattia contro la quale occorre essere vaccinati, ma lo strumento con cui modelliamo la società ove vogliamo vivere”. Giorello difende appassionatamente la libertà anche dall’appiattimento culturale proprio del moralismo, del politicamente corretto e di quell’ipocrisia di cui si è fatto tanto uso nei giorni della pandemia: “La libertà vale più del politicamente corretto”. Non giustifichiamo le paure individuali dei privilegiati con il bene comune. Per Giorello, “Le metastasi del cancro del moralismo non sono meno varie di quelle della burocrazia” [altra espressione del potere]. Al tempo del suo volume, uscito anni fa, non poteva immaginare il delirio burocratico in cui siamo stati gettati durante la pandemia. 

Anche per Giorello è evidente come la paura, che in tanti hanno invocato come utile baluardo contro il pericolo, sia una malattia della società civile che porta a rinunciare all’autonomia, a schiacciare le dimensioni dell’uomo sul piano di una morale utilitaria monodimensionale: “abbiamo qualcosa da perdere nel baratto meno liberà in cambio di più sicurezza: quel qualcosa di invisibile in sé, ma assai visibile nei suoi effetti, che potremmo chiamare spirito di avventura”. 

Mi tornano in mente i versi di Francesco Guccini che “Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all'avventura/Non perché metterò la testa a posto/Ma per noia o per paura”. È questa la società che vogliamo? Una società a rischio biologico zero, ma a libertà zero? Governata dalla paura che i governi usano come grimaldello universale per controllare la vita di tutti? Sempre Giorello ci riporta le parole di Luigi Einaudi “Si può immaginare una società in cui nessuno corra rischi […] abbiamo già conosciuto quella società: il tiranno conosce e, conoscendola, afferma la verità, quella verità a cui tutti devono rendere omaggio”. Ai giorni nostri, questa conoscenza è conosciuta, rivelata e affermata dalle comunità scientifiche piuttosto che da un dittatore politico, ma è poi così diverso? Si tratta pur sempre, di una forma di vita “livida e lurida”. Ritornando ai versi di Guccini “è una morte un po’ peggiore”. 

Oggi siamo ridotti alla mera utilità materiale e quando parliamo del bene collettivo, intendiamo l’utilità materiale collettiva, intesa come quell’insieme di beni e servizi che, moltiplicati per la loro durata nel tempo, corrispondono al maggior valore materiale. È in nome di questa quantità – impersonale e astratta – che si chiede alle persone di sacrificare i loro valori e la loro vita personale. Abbiamo ridotto l’essere umano a un’unica dimensione quantitativa.

 

Condivido con Mauro e con Giorello, che sia la paura a creare lo stato di emergenza, non il pericolo in sé. Il pericolo si affronta, la paura ci domina. La paura uccide la persona, non il corpo. Gli individui possono morire come persone, anche se i loro corpi rimangono in salute perpetuano così una vita “livida e lurida”, per dirla ancora con Einaudi.

Nella nostra vita non conta solo l’utilità materiale e la persona non è solo corpo e denaro.

Il virus con la possibilità di una fine inaspettata ci ha posto di fronte all’urgenza della domanda sul valore della vita. Non c’è tempo di procrastinare all’infinito. La vita è adesso. Anche se è un presente auspicabilmente lungo, avrà termine. Non si può essere sempre prudenti o, peggio, vili. La domanda sull’esistenza non si più rimandare. La pandemia ha infranto la menzogna del politicamente corretto rimettendo la morte, e dunque i valori della vita, nella discussione pubblica. Il virus non ci fa paura perché ci mostra la morte, ma al contrario perché ci costringere a vedere la misura della nostra vita; e non è sempre un bello spettacolo. Il virus ci mette a disagio perché ci mostra il vuoto della nostra esistenza.

La cosa peggiore è che molti abbiano reagito al virus senza consapevolezza critica, accettando un mono-pensiero lineare che non prevede alcuno spazio decisionale né per le persone, né per la collettività. Accettando il diktat della comunità scientifica applicato all’unico valore riconosciuto dal potere pubblico e dai media – l’utilità materiale – il governo nell’esercizio incondizionato e sregolato dello stato di emergenza o di eccezione ha, di fatto, eliminato lo spazio della scelta politica. La scelta, infatti, è sempre scelta di valore e deve potersi esercitare tra valori ugualmente ammissibili, altrimenti non è scelta, ma calcolo.

 

Ma questi valori di cui parlo, se non sono proprietà del corpo, sono reali? Sì, sono resi concreti e reali proprio perché agiamo in nome di essi. Come ci ricorda Giorello riecheggiando Spinoza, “noi sentiamo e sperimentiamo di essere eterni, non nel senso della durata indefinita nel tempo, ma della puntualità dell’istante in cui abbiamo un’esperienza di libertà”. È agendo liberamente che facciamo esistere la libertà, agendo generosamente che facciamo esistere l’amore, agendo coraggiosamente che facciamo esistere la gloria. Noi siamo persone perché agiamo in quanto persone. Se agiamo come corpi, siamo solo corpi. La vita della persona non è la vita del corpo. Un potere che riduce tutto all’utilità materiale uccide la società civile, “ed è una morte un po’ peggiore”. La libertà è il valore più grande perché coincide con la nostra esistenza. La libertà è l’esperienza dell’eternità nell’adesso.

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