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Valerio Evangelisti, scrittore totale e militante

La morte di Valerio Evangelisti, che lottava da anni con una grave malattia, non è arrivata inaspettata, ma lo sconforto che ha colpito la comunità dei suoi lettori è comunque palpabile. In questi giorni, moltissime persone condividono sui social e sulle riviste il loro ricordo di Evangelisti – il loro incontro con la sua opera o con lui in persona, visto che Evangelisti era noto per la sua disponibilità, per il sostegno che dava a iniziative e a giovani autori, e in generale per la cordialità che accordava a lettori e curiosi. Io non l’ho mai incontrato di persona, e lascio ad altri il compito di ricordare quello che è stato un grande scrittore e una figura essenziale per la letteratura di genere in Italia. Da parte mia, posso solo cercare di proporre un bilancio dell’importanza che Evangelisti ha avuto nella fantascienza italiana, sperando che l’opera varia e multiforme di questo scrittore non venga appiattita su pochi luoghi comuni, o relegata nella dimensione anodina e indifferenziata del fantastico.

 

La produzione di Evangelisti è eccezionalmente ampia, e ha diverse anime, dalla detective story di Noi saremo tutto (2004) al western soprannaturale di Black flag e Antracite (2003); dalle storie di pirati di Tortuga (2008), Veracruz (2009) e Cartagena (2012) ai romanzi storici su Nostradamus (Il presagio, L’inganno e L’abisso, tutti del 1999), sulla rivoluzione messicana (Il collare di fuoco, 2005, e Il collare spezzato, 2010), sui sindacati americani (One Big Union, 2011) e sul socialismo in Romagna (la trilogia di Il sole dell’avvenire, 2013-2016). Il contributo più noto di Evangelisti, però, è quella dozzina di romanzi che, dal 1994 in poi, ruotano intorno all’indimenticabile figura dell’inquisitore Eymerich, crudele e severo investigatore dell’occulto contro le forze del male. La singolare e godibilissima commistione di atmosfere gotiche, orrore cosmico, e venature fantascientifiche che caratterizza Eymerich, ha affascinato i lettori per quasi trent’anni, e non è difficile prevedere che continuerà a farlo per almeno altrettanti. 

 

Mai come nel caso di Evangelisti, tuttavia, ricordare uno scrittore significa ricordare anche tutto quello che ha fatto di extraletterario. Attivissimo militante di sinistra, Evangelisti ha condotto e sostenuto molte campagne politiche, la più nota delle quali è stata, nel 2004, quella in solidarietà all’ex terrorista Cesare Battisti. Come fondatore di Carmilla, nel 2000, Evangelisti ha dato vita a una piattaforma che ha fatto della diffusione del fantastico e del popolare (in altre parole, di quello che nella cultura ufficiale italiana è da sempre marginale) la sua ragione d’essere; e lo ha fatto su uno spazio digitale quando questo era ancora pionieristico. In anni in cui le riviste specializzate italiane stavano chiudendo una dopo l’altra, Evangelisti ha contribuito a creare uno spazio in cui certi argomenti e certe scritture assumevano la rilevanza che il dibattito italiano gli aveva negato per decenni. In un ambiente come quello della fantascienza, in cui la lode acritica e la sudditanza intellettuale a certi discutibili “venerati maestri” sono la regola, Evangelisti ha condotto polemiche selvagge contro personaggi come Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco o contro l’opera “fantafascista” di Mario Farneti. Indipendentemente dal fatto di essere o meno d’accordo con le posizioni politiche di Evangelisti, si può solo ammirare la sua idea di letteratura di genere attiva e militante. Come ha scritto Evangelisti stesso: 

 

 

La globalizzazione dell’economia, l’egemonia delle tecnologie di informazione e comunicazione, il potere della finanza immateriale, le nuove forme di autoritarismo generate dal ruolo dominante dei sistemi di comunicazione – tutte queste cose paiono avere lasciato indifferenti gli scrittori “alti”, almeno in Europa. Nella maggior parte dei loro romanzi il mondo pare non essere cambiato affatto. Le trame sono prevalentemente “intimiste”, centrate su psicologie individuali e relazioni personali; potrebbero essere ambientate cinquant’anni fa o tra cinquant’anni. Amori, passioni e tradimenti sono condotti in una luce soffusa che odora di talco e polvere. Ci sono eccezioni, certo, ma restano isolate, e non cambiano il quadro generale del loro fedele minimalismo. (…). Quello che la letteratura “alta” è orgogliosa di ignorare, un genere ai gradini inferiori della gerarchia letteraria lo ha trasformato nel suo soggetto. La fantascienza. Non tutta, è chiaro. Senza dubbio la spazzatura abbonda. Ma il genere è intrinsecamente massimalista e incline a gestire grandi temi: trasformazioni di larga scala, sistemi nascosti di dominio, società alternative, effetti tragici o bizzarri della tecnologia. Così come il più insignificante degli spaghetti western poteva avvicinarsi al grande cinema, così il più illeggibile romanzo di fantascienza può avvicinarsi a delle grandi intuizioni. Può sprecare il suo potenziale in avventure senza senso, psicologie raffazzonate, semplificazioni fiabesche, ma quello che il genere non tollererà mai, perché incompatibile con il suo codice genetico, è il minimalismo. Solo nella fantascienza troviamo descrizioni realistiche (sì, realistiche!) del mondo in cui viviamo. 

 

Queste parole, che vengono da un pezzo scritto da Evangelisti nel 2000 per Le monde diplomatique e che ho tradotto dalla versione inglese di Salvatore Proietti uscita su Science Fiction Studies nel 2015, mi sembrano nella loro programmaticità un buon modo per ricordarlo. 

Diversi siti e blog di fantascienza si sono irritati, dopo la morte di Evangelisti, perché i giornali mainstream lo hanno salutato come scrittore “fantasy”. L’equivoco, se non perdonabile, è comprensibile: le storie di Evangelisti sono sempre state all’intersezione tra fantascienza, horror, gotico e fantasy. In effetti, la qualifica che davvero farebbe al loro caso sarebbe quella di slipstream: un “genere” di letteratura fantastica, se così lo si può chiamare, che si definisce proprio dall’intersezione tra generi diversi. Pensiamo al primo romanzo di Eymerich, in cui l’indagine di un inquisitore del Trecento è messa in parallelo a degli esperimenti scientifici nel nostro presente e a un viaggio interstellare nel lontano futuro: un libro che sembra scritto apposta per complicare le nebulose di significati che tendiamo ad associare a determinati generi.  

 

Allo stesso tempo, è comprensibile l’irritazione degli appassionati, così come il bisogno di tirare Evangelisti dentro o fuori da certe etichette: quello che Evangelisti ha fatto per la fantascienza italiana non può essere sottostimato, e ogni tentativo di appiattirlo su una generica letteratura “fantastica” o “strana” va combattuto con ferocia. Sia chiaro che qui non intendo “fantascienza” in senso astratto, come genere letterario, come letteratura dello straniamento cognitivo, e così via; ma parlo della fantascienza come genere editoriale, come comunità di appassionati, come fandom. È qui forse che il lascito di Evangelisti è maggiore e più visibile. 

 

 

Che cosa sia stata la fantascienza italiana nei quarant’anni precedenti a Evangelisti lo si sa bene: un genere marginalizzato, senza rispettabilità critica, e relegato a comunità endogamiche di appassionati. Non si tratta di una questione di qualità, naturalmente (la fantascienza italiana ha raggiunto vette che hanno poco da invidiare a quella straniera), ma di percezione: per decenni, gli autori italiani si sono camuffati dietro a pseudonimi anglofoni, tanta era la diffidenza del pubblico verso chi scriveva fantascienza in lingua italiana; Urania, il più celebre e duraturo dei periodici specializzati, non ha pubblicato autori italiani per quasi trent’anni, dal 1961 al 1989, quando venne istituito il Premio Urania al miglior romanzo inedito. E non si può dimenticare che la carriera di Evangelisti comincia proprio con il Premio Urania, che vince nel 1993 con il romanzo Nicolas Eymerich, inquisitore

 

Prima di Evangelisti, nessuno scrittore di fantascienza italiano aveva mai raggiunto un successo tale da poter vivere di scrittura. Anche i grandi autori italiani del genere (da Lino Aldani a Vittorio Curtoni, da Gilda Musa a Roberta Rambelli) certo non campavano delle loro storie, che il più delle volte uscivano su pubblicazioni specializzate oggi introvabili; mentre gli scrittori “alti” che ogni tanto si prestavano alla fantascienza (è il caso di Paolo Volponi, Primo Levi, Italo Calvino) certo non si può dire appartenessero a quella comunità di fan che è costitutiva dell’esperienza del genere. Con Evangelisti questo è cambiato: Eymerich ha traghettato (sia pure episodicamente) la fantascienza italiana fuori dal ghetto. 

 

Questo era tutt’altro che scontato, ed è dipeso dalla qualità della scrittura di Evangelisti, dalla sua capacità di inventare storie, più che da un rinnovato interesse per la fantascienza nostrana: altri vincitori del Premio Urania, da Vittorio Catani a Luca Masali, da Massimo Mongai a Franco Ricciardello, da Donato Altomare a Lanfranco Fabriani, e con la sola eccezione forse di Nicoletta Vallorani, non hanno avuto la stessa fortuna. In anni in cui l’editoria italiana era forsennatamente in cerca di nuove voghe da proporre ai lettori, inventandosi a tavolino, con alterne fortune, cannibali, noir e splatter, Evangelisti costruiva un affresco di storie che riusciva a parlare insieme a una comunità di appassionati e al pubblico più vasto, e lo faceva attraverso la manifestazione più prestigiosa del più bistrattato dei prodotti editoriali – un periodico di fantascienza.

 

 

Come ha detto Evangelisti in un’intervista uscita su “Nuova prosae ripresa da doppiozero, “se c’è un autore pulp, in Italia, sono io, nel senso più letterale del termine”. 

Evangelisti ha intersecato la mia vita di lettore, certo: come tutti, anche io ho divorato i romanzi di Eymerich, crescendo. Ma la presenza di Evangelisti si è spinta anche nel mio lavoro. Ho cominciato a occuparmi di fantascienza italiana quando sono andato a lavorare all’università di Toronto nel 2019; si trattava del mio primo postdoc, che sarebbe sfociato nel progetto che conduco adesso. Toronto non era certo una meta casuale: l’università canadese, infatti, è una sede sorprendentemente adatta per chi si interessa di fantascienza italiana, vista la presenza di Luca Somigli. Proprio Somigli è stato il primo accademico italiano a dedicare un’intera monografia a Valerio Evangelisti; mentre ero lì, Elisabetta Carraro stava finendo un dottorato la cui tesi verteva proprio su Evangelisti e Philip K. Dick.

 

Anche se il mio interesse per la fantascienza italiana è più rivolto alla sua dimensione ecologica, e dunque non ho mai studiato Evangelisti direttamente, ho mosso i primi passi in questo campo in un ambiente in cui il suo nome era moneta corrente, e garantiva in un certo senso riconoscibilità e rispettabilità al genere intero. Potrà parere strano a chi non è del mestiere, ma per vedere reso merito a certi autori occorre andare all’estero, e questo era decisamente il caso di Evangelisti: scrittore, agitatore culturale, militante, figura dal vastissimo seguito dentro e fuori i perimetri dello spazio letterario, e tuttavia sostanzialmente trascurato dalla critica specializzata. La speranza, oggi, è che questo stato di cose cambi presto. 

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