Intervista a Valerio Evangelisti

Come è nato il tuo libro d’esordio? In quali condizioni è stato realizzato, e come è stato accolto?

 

Se per libro intendi “romanzo” (avevo già pubblicato testi di storiografia), la sua nascita è stata un po’ casuale. Da alcuni anni mi divertivo a scrivere storie “fantagotiche”, per me e per gli amici. Era una distrazione dalla mia attività di saggista semi-accademico. Dopo la nascita del Premio Urania, nel 1990, pensai di inviare alla giuria uno dei miei lavori. Si trattava de Le catene di Eymerich. Non contavo su una pubblicazione, volevo solo avere un giudizio. Questo fu così lusinghiero, per quanto non vincessi, che partecipai alle edizioni successive del premio. L’obiezione era che si trattava di opere molto lontane dalla fantascienza tradizionale proposta da Urania. Finalmente proposi una storia in cui c’erano astronavi e mondi alieni: Nicolas Eymerich, inquisitore. Vinsi nel 1993, fui pubblicato nel 1994. Sarebbe finita lì, se non fosse stato che vendetti 15.000 copie (poi divenute 17.000), quasi il doppio del romanzo americano più venduto quell’anno. Di lì partì il mio successo, inizialmente con modesti prodotti da edicola. Se c’è un autore pulp, in Italia, sono io, nel senso più letterale del termine.

 

 

Quale bilancio puoi fare dei tuoi rapporti con il mondo editoriale? Di che cosa, eventualmente, senti più la mancanza, o che cosa vorresti funzionasse diversamente?

 

Dato il mio ingresso dall’uscio posteriore, il mondo editoriale l’ho conosciuto un po’ da lontano. Rapporti amichevoli, a volte molto amichevoli, con alcuni direttori di collana, certi editors, l’ufficio stampa ed eventi. Rari contatti invece con i vertici, ignoranza delle loro dinamiche. Dei dirigenti conosciuti all’inizio ne restano ben pochi. Va tenuto presente che io ho pubblicato in prevalenza nell’ambito di un gigantesco gruppo editoriale, quello Mondadori (con la sua associata Einaudi). Arrivare a contatto con le vette è difficile e non mi interessava. Non ho rivendicazioni particolari da avanzare, salvo forse una. Che smettano di guardare solo ai risultati di vendita immediati, e considerino anche quelli di medio o lungo periodo.  

 

Consideri che la critica abbia un peso importante, o lo abbia avuto, per mettere in luce la tua opera o coglierne le caratteristiche più importanti?

 

Non direi proprio, salvo rarissime eccezioni per lo più estere. I miei ultimi romanzi, come i primi, hanno avuto un numero irrisorio di recensioni. Posso scrivere non importa cosa, ma per la maggior parte dei critici resto “quello della fantascienza”. Roba non seria. Per conquistare un mio spazio ho dovuto fare quasi tutto da solo, con l’aiuto indispensabile dei miei lettori. Per fortuna sono molti. 

 

In quali condizioni professionali riesci a portare avanti il tuo lavoro di scrittore? Sei costretto a svolgere un altro lavoro? Quale peso economico hanno le attività legate al tuo ruolo di autore o connesse strettamente ad esso (giornalismo letterario, corsi di scrittura o altro)?

 

Alla fine del 1997, dato il successo dei miei romanzi e i discreti guadagni che cominciavo a trarne, mi licenziai dall’impiego, durato quasi un ventennio, di funzionario dell’amministrazione finanziaria. Era una scommessa pesante, ma la vinsi. Da allora vivo solo di ciò che scrivo, senza introiti a margine. Va detto che i primi anni furono molto prosperi, quelli recenti assai meno. Dall’inizio della crisi (2008) in poi, i miei compensi sono stati dimezzati. Per fortuna, avevo risparmiato abbastanza da potere aspettare la pensione di statale (che la legge Fornero sposta di continuo in avanti, che Dio la maledica). E’ bene precisare che conduco una vita molto semplice e ritirata, senza spese eccessive. La macchina l’ho venduta anni fa, sono proprietario del mio appartamento. Spendo in birra, fumo di tabacco, libri e dvd. 

 

Esiste nel tuo caso una preoccupazione specifica relativa alla lingua romanzesca? E come si profila in rapporto agli altri aspetti dell’opera (soggetto, personaggi, trama)?

 

La lingua che adotto dipende da ciò che narro. Di solito è stringata, con brevi escursioni descrittive, e magari – se capita – involontariamente poetiche. Mi rifaccio alla sobrietà di alcuni dei miei autori di riferimento: Hammett, Manchette, Hemingway, Dick. Non somiglio a nessuno di loro, però ne ammiro la concisione. Poi, se parlo di Medioevo, concedo spazio alla loquela. Se tratto di lotte contadine ottocentesche, cerco espressioni colloquiali o persino dialettali. Insomma, non è una regola. Non saprei dettarne. Soggetto, personaggi e trama non sono collegati direttamente alla variabile forma espressiva. Devono “catturare”, con qualsiasi espediente linguistico.

 

 

Che cosa significa per te l’impiego della forma romanzo? Quali sono le caratteristiche dell’arte romanzesca che ti sembrano imprescindibili e che tendi a far vivere nelle tue opere?

 

La morte del romanzo è stata decretata mille volte. Eppure è la forma narrativa che il pubblico continua a prediligere (e il cinema ne è un’estensione). Forse il lettore ama immergersi, a lungo, in mondi “altri”, non importa se più o meno inquietanti del suo presente. E’ la stessa cosa che fa il romanziere. Cambia di mondo. Non ci sono capisaldi imprescindibili, tranne, penso la partecipazione, la complicità fra autore e fruitore. Io cerco di agevolarla creando scenari fantastici e tuttavia concreti, che parlino ai cinque sensi e offrano uno scenario che appaia solido. Non è una regola generale: è la mia. Di canoni universali non saprei stabilirne. 

 

In che modo la rete ha cambiato (se lo ha fatto) il fare letteratura?

 

Ha concesso a tutti di farne, nel bene o nel male. Oggi lo scrittore sublime o il peggiore cretino riescono a farsi leggere, in tutto il mondo. A me sembra un progresso, con qualche remora marginale (riferita al cretino). 

 

— Hypocrite lecteur, — mon semblable, — mon frère! Chi sono i (tuoi) lettori?

 

L’età media di chi inizia a leggermi è tra i venti e i trent’anni, ma poi restano affezionati. Lo dico considerando chi mi domanda dediche o viene ai miei incontri. Purtroppo le mie apparizioni pubbliche si sono rarefatte, per cause indipendenti dalla mia volontà (una cura da cavallo mi ha salvato la vita, ma reso difficile camminare). Mi baso oggi sulle corrispondenze, fermo davanti allo schermo del computer. Non è una condizione che mi piaccia: ero, in passato, un gran viaggiatore, con rapporti diretti ovunque nel mondo. Ma tant’è: alla primavera segue l’autunno, poi l’inverno. 

 

Che rapporto hai con i traduttori e se la recezione all'estero ti ha riservato sorprese?

 

Con alcuni traduttori, in particolare quelli francesi o rumeni o cechi, si è instaurato un rapporto di consultazione frequente che si è convertito in amicizia duratura. In altri casi no, a stento ne conoscevo il nome. Essere tradotti all’estero, nel mio caso in una ventina di Paesi, non vuole dire avere ovunque lo stesso successo. Lusinga, è indubbio, però non ci sono ritorni garantiti, né di popolarità né economici. La Francia è un caso particolare. Essendo il francese la mia seconda lingua, l’ho girata in lungo e in largo, finché ho potuto, tra festival, convegni e presentazioni. Vi ho ottenuto risultati paragonabili a quelli italiani. Non so se potranno ripetersi.

 

Esiste una comunità letteraria (internazionale)?

 

Credo di sì, ma segmentata per temi. Nel mio specifico è la narrativa fantastica, e più ancora la fantascienza. Essendo un settore sfigatissimo ed emarginato, trovarsi è facile e solidarizzare anche. Ricordo meravigliose bevute collettive, in occasione di raduni europei e internazionali, seguite da fraterne attestazioni di fratellanza. Fuori, nel “mainstream”, penso si sia meno uniti. Non ne ho esperienza diretta. 

 

Questa intervista è tratta dal N. 69 della rivista Nuova prosa, dal titolo “La letteratura italiana con gli occhi di fuori. Avanpost - à la carte”, a cura di Il Cartello (F. Forlani, A. Inglese, G. Sartori e G. Schillaci), Greco&Greco editori, Via Verona 10 (Milano).

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