Normalizzare l’eccidio

22 Settembre 2023

Sfax, Tunisia. Qualche tempo fa sedevo in un parco sabbioso battuto dal vento con un gruppo di uomini mentre il sole tramontava su questa città portuale. Uno di loro posò il tappo della sua bottiglia sul terreno, versandovi una porzione preziosa di acqua per un gatto randagio che veniva furtivo verso di lui. Gli uomini, provenienti dal Darfur, mi spiegarono che erano scappati dal Sudan, da quello che loro definivano un nuovo genocidio. Avevano visto i miliziani dar fuoco alle case, a volte bruciando interi villaggi, ed erano fuggiti per salvarsi la vita.

Sono decine – o forse centinaia – i sudanesi che attualmente se ne stanno in quel parco di Sfax e migliaia in tutta la città. Dormono su cartoni, o su materassi, se sono fortunati. Contemplano il proprio destino, chiacchierando quietamente sulle loro esperienze passate, chiedendosi dove troveranno del cibo. Per lo più aspettano: soldi dai loro parenti o amici, o un lavoro che permetta loro di guadagnare 2000 dinari tunisini (pari a 647 dollari) per pagarsi un posto su una barca e l’occasione di scappare.

Tutti quelli che ho incontrato a Sfax, che è a circa 80 miglia marine a sud dell’isola italiana di Lampedusa, volevano attraversare il Mediterraneo per venire in Europa. Tutti sapevano che in quel tentativo potevano morire.

Pur sapendolo, partono persone ogni giorno. Alcuni mandano messaggi giubilanti dall’Italia, altri giacciono morti su qualche spiaggia lungo la costa. In quel weekend in cui stavo seduta nel parco affondarono non meno di tre barconi, 80 persone morirono o se ne perse le tracce. Dieci corpi vennero ritrovati nelle spiagge vicine. Il 9 di agosto si ebbe notizia che 41 persone erano morte dopo un naufragio vicino alle coste italiane.

Ai confini dell’Europa le stragi sono diventate da tempo parte della normalità quotidiana. Dal 2014 più di 27.800 persone sono morte o scomparse nel mar Mediterraneo – sicuramente una cifra largamente sottostimata. Quest’anno si sta rivelando particolarmente letale. Oltre 2000 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa, tra cui 600 e più nel rovesciamento di un barcone in Grecia a giugno.

Questo è il volto di una crisi dei diritti umani, dei valori etici e, soprattutto, il volto della diseguaglianza globale.

Quelli che si radunano in Tunisia, oggi la nazione nordafricana da cui parte la maggior parte delle rotte migratorie verso l’Europa, vengono da situazioni molto diverse tra loro. Ho incontrato gente del Burkina Faso, Gambia, Senegal, Nigeria, Somalia, Eritrea e Liberia. Ad alcuni, come ai darfuri, verrà probabilmente garantita protezione internazionale e accordato lo status di rifugiati, se riusciranno a raggiungere un paese sicuro. Altri, probabilmente, non otterranno nulla: fuggono dalla corruzione e dalla povertà endemica, da luoghi in cui l’assistenza sanitaria è scarsa e i bambini muoiono di malattie che si possono prevenire. Sono alla ricerca di opportunità e di una vita stabile, qualunque essa sia. Vengono quasi tutti da ex colonie europee o britanniche. Tra quelli che stavano cercando di andar via ho incontrato persone che avevano vissuto per anni in Tunisia, ma che avevano perso il lavoro ed erano stati sfrattati dalle loro case dopo le dichiarazioni del presidente tunisino, Kais Saied. A febbraio Saied insinuò che gli africani subsahariani facevano parte di un accordo criminoso “di cambiare la composizione demografica della Tunisia”, dando così il via a un’ondata di abusi e persecuzioni.

Ma questo non è bastato a fermare l’Unione Europea dal cercare un accordo con Saied per bloccare le partenze migratorie: in cambio di una “gestione dei confini” la UE elargirà un fondo di 118 milioni di dollari alla Tunisia e si impegna a fornire ulteriore assistenza in futuro. Per i leader europei, la brutalità del regime tunisino – a inizio luglio più di un migliaio di subsahariani vennero radunati forzatamente a Sfax e scaricati al confine libico senz’acqua né cibo – sembra valere meno della sua volontà a collaborare.

m

Seduta su un materasso sotto un olivo a Sfax, la trentenne Aisha Bangura, arrivata dalla Sierra Leone, spidocchia i capelli della sua amica. Indica la sua giovane figlia, che gioca nella sabbia con altri quattro bambini, usando barattoli vuoti come giocattoli. Aisha racconta che suo marito è morto nel deserto libico, che attraversarono senza fermarsi per nove giorni. Nella Sierra Leone, un paese dove il prodotto interno lordo pro capite l’anno scorso era di 461 dollari, vendeva arance, ma le occasioni di commercio divennero sempre più rare. “Non avevo più lavoro”, mi spiegò. “Non avevo soldi per cominciare un’attività”.

Negli ultimi anni, la situazione economica della gran parte dei paesi africani è peggiorata, esacerbata ulteriormente dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina. Avendo vissuto nel nord dell’Uganda durante i primi lockdown, ho visto come la gente ha cominciato rapidamente a patire la fame mentre i loro magri risparmi svanivano. L’anno scorso, in Sierra Leone, ho osservato la crisi del costo della vita arrivare a proteste con esito mortale. Il cambiamento climatico rende tutto peggiore. In Niger aggrava la malnutrizione, in Somalia contribuisce a una quasi costante carestia.

Di fronte a queste sofferenze, il mondo ricco irrigidisce i propri confini. Nel Regno Unito il governo ha approvato una legge draconiana che impedisce ai rifugiati di far valere il proprio diritto di chiedere protezione internazionale e conta di confinare i richiedenti asilo su una chiatta galleggiante. Le autorità europee parlano di “rompere il modello d’impresa dei contrabbandieri”, ma le loro affermazioni ignorano il fatto che i contrabbandieri di esseri umani stanno semplicemente soddisfacendo un bisogno. A differenza di me, un’europea che ha potuto volare senza richiedere un visto dall’Irlanda alla Tunisia, per molti africani non esiste un modo sicuro per viaggiare nella direzione opposta.

Il dibattito sull’immigrazione in genere si focalizza su come tener fuori le persone meno privilegiate, piuttosto che porsi domande più ampie e forse più esistenziali: possiamo ancora noi occidentali affermare di credere nei diritti umani mentre di fatto tolleriamo che vengano commessi abusi ai nostri confini? Ci sta bene che vengano commessi dei crimini per fermare la gente che vuole raggiungere i nostri paesi? E la gente che viene da paesi che abbiamo sfruttato per secoli non dovrebbe avere anch’essa il diritto di beneficiare di noi?

Le migrazioni – e la reazione dell’Occidente ad esse – sono uno dei fili rossi che definiscono la nostra epoca. Al momento è una storia di disastri e di morte, di crudeltà e di complicità. Abbiamo urgente bisogno di trovare un modo migliore per affrontarle.

 

Traduzione di Irene Gilodi

Questo articolo è uscito sul New York Times, lunedì 21 agosto 2023.

Di Sally Hayden è da poco uscito in Italia da Bollati Boringhieri E la quarta volta siamo annegati. Sul sentiero della morte che porta al Mediterraneo.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO