Speciale

Occhio rotondo 65. Flotilla

24 Maggio 2026

Il gesto di rannicchiarsi a terra, appoggiandosi sulle ginocchia e coprendosi nel contempo la testa, è senza dubbio un’azione protettiva. Può anche assumere il significato d’un atto di preghiera: ci si genuflette davanti alla divinità e si tocca ripetutamente la terra con il capo appoggiandovi la fronte in segno di riverenza. Nelle fotografie diffuse dall’esercito israeliano sul web dopo l’assalto alle barche della missione umanitaria “Flotilla”, e il trasferimento degli arrestati su navi o in terraferma, si vedono le persone disposte in questa posizione con tutt’altro significato e le mani legate all’indietro: sono obbligate a restare in una posa non solo palesemente scomoda, ma decisamente umiliante. Non si vede nessun volto né maschile né femminile, solo schiene. È un modo per impedire ai soldati israeliani di guardare negli occhi questi uomini e donne, ovvero di stabilire con loro anche solo un semplice contatto visivo? 

Non si tratta solamente d’una punizione che ha qualcosa di brutale, ma anche della negazione di quel rapporto che si crea naturalmente nella semplice relazione visiva tra esseri umani. È proprio ciò che si vuole disconoscere attraverso questa imposizione forzosa. Inoltre, gli arrestati, i loro corpi, sono trasformati in questa maniera in nemici da punire – e non lo sono –, peggio, in cose: sacchi senza alcuna identità o valore. Nei bassorilievi di un sarcofago romano conservato nel Camposanto di Pisa si scorgono i due prigionieri con le mani legate; uno di loro è seduto a terra, non riverso, con le mani serrate dietro la schiena. Altre immagini di guerra si possono vedere nelle sculture dell’Arco di Settimio Severo nel Foro: qui il prigioniero ha le mani torte all’indietro, chiuse da una corda, tuttavia è in piedi e cammina. Sono trionfi, guerre vinte, gesta da tramandare ai posteri: Vae victis, “guai ai vinti”. Stando a Tito Livio la frase fu pronunciata da Brenno, capo dei Galli Senoni nel corso del saccheggio di Roma nel IV secolo a. C. Fu ben presto imparata dai soldati romani. Ma che guerra è quella condotta dalle barche della Flotilla? 

Nessuna guerra, nessuna aggressione, del resto non c’è stata al momento dell’abbordaggio delle barche nessuna resistenza: aggrediti, trascinati via, legati e stesi a terra, imponendo quell’atto di umiliazione. Fa specie vedere nel web questa scena, ripresa proprio da coloro che sono i discendenti, o gli eredi, degli ebrei sterminati nei campi nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Come gli antichi romani, essi hanno fatto proprio il motto di Brenno e hanno assunto la crudeltà del potere per degradare un gruppo di 400 persone che con le loro imbarcazioni disarmate si dirigevano verso Gaza. Uomini e donne inermi, come quegli ebrei che l’esercito tedesco espelleva dalle case dei ghetti europei. Una nemesi, un rovesciamento, che conferma quanto Primo Levi ha scritto in I sommersi e i salvati: le vittime possono trasformarsi in carnefici, gli umiliati in persecutori e in aguzzini. 

Non c’è nessuno al riparo da questo pericolo. Non so se questo scatto realizzato con uno smartphone potrà diventare un documento storico come l’immagine del soldato tedesco che scorta il bambino di Varsavia con le mani alzate, divenuta una delle fotografie più note di quella tragedia umana svoltasi nel cuore della civile Europa. L’attuale moltiplicazione delle immagini finisce per cancellare tutto, sovrapponendo un’immagine a un’altra immagine, così da nullificare anche ciò che appare disumano e sconvolgente. Di sicuro c’è in questa figura, come nel celebre scatto nazista, la volontà deliberata di documentare un atto di sopraffazione, unita in questo caso a un provocatorio ammonimento per chi la guarda, cosa che è stata chiarita con veemenza e protervia dalle parole del ministro israeliano accorso sul luogo. Comunque vadano le cose, che il governo di quel paese sconfessi quanto accaduto ai ragazzi e alle ragazze della Flotilla oppure no, c’è in questa immagine digitale una premonizione che ipoteca il nostro futuro, e alla quale non possiamo restare indifferenti. Siamo avvertiti: è accaduto e può accadere di nuovo, ripeteva l’autore di Se questo è un uomo.

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