I colori invisibili

Accogliamo l’inatteso protrarsi delle giornate di sole estivo che riscalda e illumina in modo anomalo il già inoltrato autunno, come un invito a esperire il più intensamente possibile questa sorprendentemente calda e radiosa luminosità con cui l’attardato sole ci inonda. Approfittiamo di questo insolito clima per effettuare un esperimento-gioco visivo molto semplice benché trascurato e sul quale la ricerca scientifica spesso, purtroppo, sorvola ma la cui riproduzione, come vedremo, per qualche artista contemporaneo rappresenta la realizzazione di sorprendenti opere d’arte.

 

Con la consistenza di un velo e con la densità di una nube uno spazio indefinito si distende e riempie tutto il mio campo visivo di un colore intenso, in alcune zone persino fulgido e vaporoso ad un tempo: nella parte alta del campo visivo si accende un giallo radioso che irradiandosi verso il basso inonda a poco a poco i miei occhi di una luminescente solarità. La sensazione che si prova è quella di un piccolo sole che si accende negli occhi.

 

Ciò che vediamo non è uno spettacolo che si svolge di fronte a noi, poiché noi non siamo davanti a uno scenario, la percezione del nostro corpo e dello spazio in cui ci troviamo esclude ogni sorta di frontalità e di separatezza: il nostro corpo galleggia, fluttua in uno spazio cromatico isotropo in cui il davanti e il dietro, la destra e la sinistra, l’alto e il basso sono in continuità tra loro fondendosi in un tutto, in un continuum compenetrante. Più che di una visione dovremmo parlare di una immersione sensoriale nella visibilità cromatica. Ciò che nella “visione ecologica” percepiamo come sfondo, in questa esperienza è invece vissuto nella fattispecie di una sospensione dilatantesi nel mare di colore in cui siamo immersi.

 

Il colore che percepiamo in questa esperienza non è riducibile ad una proprietà delle cose colorate, posizionate e orientate nello spazio che ci fronteggia, né a quella di uno spazio colorato, ma piuttosto presenta la qualità e la densità percettiva del colore vissuto come spazio senza dimensioni e senza orientamento: come pura espansione di una estensione cromatica che non si limita a riempire il nostro campo visivo, ma nella quale siamo immersi. Questo spettacolare vissuto percettivo appare ancor più sorprendente se si considera il fatto che ne possiamo fare esperienza tutte le volte che ci ritroviamo ad avere il nostro volto inondato dalla luce irradiata dal sole estivo, avendo cura di chiudere le palpebre e appoggiare delicatamente i polpastrelli delle dita sui lobi oculari, esercitando su di essi minimi movimenti e variazioni di pressione. L’attività puramente meccanica esercitata comporta una lieve deformazione della sclera dell’occhio, che a sua volta si ripercuote anche sulla retina e quindi sui coni, le cellule fotorecettrici responsabili della visione dei colori, le quali, sorprendentemente, seppure sollecitate soltanto meccanicamente, producono messaggi chimici analoghi a quelli che abitualmente emettono quando vengono stimolati dalla diverse lunghezze d’onda delle radiazioni elettromagnetiche comprese nello spettro visibile. In breve possiamo dire che i colori più intensi e più estesi si “vedono con gli occhi chiusi”.

 

FRIEDRICH, Le età della vita, 1835, olio su tela, Museum der Bildenden Kunste, Leipzig.

 

L’evanescenza di questo Ganzfeld cromatico dipende dal fatto che lo spazio in cui si manifestano i colori si estende soltanto nella dimensione psichica e non in quella fisica, ovvero attengono più alla qualità dell’intenso (la sensazione cromatica) che alla quantità dell’estenso(la lunghezza d’onda). Davanti a questo genere di colore, definito filmare, si prova la sensazione di poterlo attraversare, tale è la sua impalpabile consistenza. La sua frontalità suggerisce una percezione diversa della profondità, non come dimensione verticale ma come dilatazione orizzontale in cui la distanza precipita divenendo incolmabile. In tal senso basti pensare ai cieli dipinti dal pittore romantico Caspar David Friedrich, quasi sempre nella luce del mattino o del crepuscolo, nelle particolari condizioni di illuminazione nelle quali il protagonista assoluto è il colore, con le sue setose sfumature di toni pastello, imprendibili e indefinibili che per essere viste costringono l’occhio a dilatarsi, al punto di non avvertire come naturale la presenza delle palpebre.

 

Così Heinrich von Kleist descriveva l’esperienza visiva provata davanti all’opera di Friedrich: “quanto io avrei voluto trovare nel quadro, lo scoprii principalmente nel rapporto tra me ed il quadro […] giacché esso nella sua monotonia e immensità, non presenta nulla in primo piano, fuorché la cornice, quando lo si osserva si ha come l’impressione che le palpebre vengano recise”(H. von Kleist, “Sensazioni dinanzi a un paesaggio marino” di Friedrich di Clemens Brentano e Achim Von Arnim, nella rielaborazione di Heinrich Von Kleist, in G. David Friedrich, Scritti sull’arte, SE, Milano 1989, p. 107).

 

Il colore filmare rappresentato in queste opere è il contingente fenomenico di un’esperienza visiva trascendentale: è il luogo in cui il relativismo cromatico assume i caratteri del colore assoluto. Esso però non ha niente di metafisico, ma al contrario la sua manifestazione è la pulsazione del respiro: il colore fluttua, non è immobile, vive nei respiri sospesi, librati sopra la superficie del quadro. L’opera a cui sta lavorando, da alcuni decenni, l’artista contemporaneo James Turrel, assieme ad architetti, astronomi e ingegneri, è lo Skyspace del Roden Crater, scavato in un cratere vulcanico del deserto dell’Arizona. Un osservatorio della luce, un grande occhio per vedere i colori della luce del sole, della luna e del cielo nelle diverse ore del giorno e della notte, in cui i colori del cielo appaiono come colori filmari, pura estensione, nella più completa isotropia cromatica.

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