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Cani in politica

All’improvviso, li abbiamo visti con i cani, preferibilmente cuccioli. Ci sono tutti (o quasi), Berlusconi e Monti, Bersani e Grillo. Chi sul web, chi in tv, chi in foto studiate, chi in immagini apparentemente casuali. Come i potenti d’America, Obama che ricorda il suo Bo nel discorso d’insediamento, George Bush che fa il necrologio di Barney, lo scottish terrier morto dopo otto anni di convivenza. Ma se un animale domestico alla Casa Bianca è ormai da tempo quasi obbligatorio, in Italia, invece, esibire il cane non ha precedenti (lo spiega bene Carola Vai in un curioso libro davvero anticipatorio, In politica se vuoi un amico comprati un cane, uscito nel 2011). E inoltre tutto è accaduto repentinamente, nel volgere di appena due mesi. Ha iniziato Berlusconi prima con Puggy, il carlino di Michela Biancofiore, poi con la meticcia dono di Vittoria Brambilla, quindi è arrivato Monti, con il suo Empy. Mero calcolo elettorale? Certamente è così, perché chiamare sulla scena il cane è operazione ricca di sensi, capace di evocare emozioni e di stabilire sintonie irriflesse, subliminali. Una specie di scorciatoia comunicazionale.

 

 

Deleuze e Guattari, in un denso libretto pubblicato negli anni Settanta (Kafka. Per una letteratura minore) spiegano che la presenza letteraria dell’animale contribuisce a rompere le catene dell’io, a sottrarre peso all’antropocentrismo. Più l’animale è altro rispetto all’umano e più la “deterritorializzazione” ha possibilità di compiersi. Il cane è l’eccezione più evidente. La sua comparsa interrompe il viaggio verso l’altrove, riconferma l’umano. Il suo, affermano, è un effetto riedipizzante, che ricostruisce un legame con la terra degli uomini, che non spezza ma ribadisce l’appartenenza. Ciò spiegherebbe come mai nei racconti di Kafka il cane assuma sempre una valenza fortemente negativa. È un’idea, quella dei due filosofi francesi, che, nonostante le sue forzature, ci può aiutare a cogliere i motivi per cui il cane abbia assunto nel Novecento una connotazione fortemente orientata in direzione “buonista”.

Il cane è un umano meno torbido e più spontaneo, incline alla dedizione incondizionata, capace di sacrificarsi senza chiedere nulla in cambio, sempre pronto a rispondere ad ogni nostra sollecitazione. È un’immagine che ben conosciamo, definita una volta per tutte dai film animalisti della Disney e eternamente ricorrente nella pubblicità. Non è un caso, del resto, che le deviazioni rispetto a questo paradigma siano state interpretate come una discesa nel maelstrom dell’istinto e quindi come un rifiuto della civilizzazione, oppure come la manifestazione di forze maligne che agiscono contro l’uomo (si vedano i “Cani neri” di Mc Ewan, o il “Cujo” di Stephen King). Ne discende, comunque, una decisiva conseguenza. L’uomo che ha un cane – un cane presentabile, “borghese”, educato, deodorato - è mediamente un uomo migliore di quello che non ce l’ha. È un uomo “sensibile”.

 

 

Se il cane è l’uomo migliorato, il suo cucciolo non può che esserne la quintessenza. Il cucciolo lo si ama, a priori. Chi non lo fa è fuori, per sempre estraneo. Secondo quanto hanno spiegato etologi e zooantropologi, si tratta di un sentimento che ha una sua ragione sul piano evolutivo. Il cane è in effetti un lupo mai diventato adulto, come testimonia, tra l’altro, la sua abitudine di abbaiare anziché di ululare. Col tempo, insomma, il cane ha sempre più evidenziato i caratteri infantili. In tal modo ha potuto rispettare il “patto del cibo” stretto con gli uomini, nutrimento contro protezione. Perché la nostra specie è portata per natura ad occuparsi, intenerendosi, di ciò che è infantile, umano o animale che sia.

Mostrarsi con il cucciolo, dolcemente abbracciati, teneramente commossi, baciarlo addirittura, significa allora farsi riconoscere come uomini capaci di provare sentimenti, anzi il sentimento per eccellenza, l’amore verso chi è piccolo e senza protezione. La nostra è l’epoca in cui l’uomo pubblico mette in mostra la propria intimità (lo ha spiegato Marco Belpoliti pochi giorni fa proprio su doppiozero) e cosa c’è di più personale della dolcezza disinteressata verso un altro vivente? In tal senso appare significativa la differenza tra le due foto di Berlusconi col cane.

 

 

Nella prima foto il fondatore del Pdl sta alla scrivania, alla sua destra ci sono le due bandiere dell’Italia e dell’Unione Europea. Al suo fianco, testa contro testa, c’è la deputata Michaela Biancofiore. Il modo in cui Berlusconi tiene fermo il cane è davvero strano. Lo afferra con entrambe le mani riuscendo addirittura a congiungerle. Il cane ne è quasi stritolato, la zampa anteriore sinistra è innaturalmente protesa in avanti. Berlusconi è l’uomo forte, che, abbandonando momentaneamente gli impegni istituzionali, stringe nelle sue mani il minuscolo esserino. Il sorriso del cavaliere è forzato, come se volesse comunicare l’impressione di essere stato colto di sorpresa.

 

 

Nella seconda foto, rilanciata subito dal “Giornale”, è invece cambiato tutto. Berlusconi tiene la cagnolina Vittoria in braccio, con scioltezza. Entrambe le mani sorreggono le zampe posteriori, mantenendole contemporaneamente ferme. Il volto si avvicina al pelo, forse sfiorandolo con le labbra. Il sorriso esprime calda affettuosità e dolcezza verso quell’animale che sembra trovarsi perfettamente a suo agio, come dimostra l’abbandono rilassato delle zampe anteriori. Qui Berlusconi è l’uomo buono (come ama dire di se stesso). È il potente che ha un cuore.

 

 

Le immagini di Monti e Empy (prima però era Trozzy) dimostrano che l’avversario è stato rapidamente studiato e la performance complessiva è addirittura migliorata. Che sia stato o meno colto di sorpresa dalla Bignardi a Le Invasioni barbariche, Monti è riuscito immediatamente a volgere la situazione a suo vantaggio, con frasi che hanno rivelato, seppur con misura, la sua umanità: “Sento che ha un cuore, perché batte”, “È un cucciolo empatico”, “Vuole sentire come è morbido”. Oltretutto, nell’arco di poche ore, Empy si è trasformato in eroe di Twitter (come dimostrano gli hashtag #yeswecane e #chiamailcanedimonti) con video postato dallo stesso premier che lo coglie mentre tenta di addentare il divano di casa.

 

 

Le versioni animaliste dei candidati premier riusciranno a smuovere gli incerti? Tutto può essere. Quanto è certo è che coi cani si è raggiunto una sorta di grado zero del messaggio. Siamo alla pura emotività, all’annullamento di qualsiasi concetto in nome di una condivisione del sentire, immediata, di pelle. Il mondo delle idee, non solo delle ideologie, è davvero lontanissimo. Sintomatico, appare allora che, in questi stessi giorni, Bersani - tangenzialmente coinvolto nelle immagini canine - rilasci un’intervista a le Scienze in cui si dichiara favorevole alla sperimentazione sugli animali. È questa la nuova faccia dell’opposizione?

 

 

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