Cani in macchina

Il cane, una dalmata di nome Margaux, se ne sta seduta sui sedili posteriori di una “due cavalli”. E’ compunta, elegante nel tratto. Si nota subito che è abituata ad agire con stile, anche nelle situazioni peggiori. Non si fida, ha paura, ma cerca di non darlo a vedere. Soprattutto mantiene la misura, ovvero la dignità. Il suo sguardo va verso il posto di guida, verso lo spazio che le si apre davanti. E’ in attesa che qualcosa si verifichi. Congo non ce la fa invece ad autocontrollarsi. Chiuso nel portabagagli di una macchina di cui scorgiamo solo la parte posteriore, digrigna i denti e abbaia. E’ arrabbiato, con quella furia aggressiva e rumorosa che è di alcuni cani in difficoltà. La messinscena non gli piace, come non gli piace quell’obiettivo che lo riprende, verso il quale si scaglia con veemenza cieca.  Burt quasi non riesce a starci dentro quella macchina coperta di polvere. E’ un enorme cane da pastore, ed ha la paciosa resistenza di chi è forte e robusto.  Capisce cosa gli sta succedendo, non ha timore, ha esperienza. Il suo muso barbuto e baffuto sembra fatto apposta per infondere sicurezza. Probabilmente sa tener buoni tutti solo con la sua presenza. Lo immaginiamo altrove, ma sempre con lo stessa pacatezza che annulla ogni ansia.

 

 

Cani chiusi in macchina. E’ la situazione che ogni vero “canaro” cerca di evitare il più possibile.  Lo spazio limitato e il luogo incongruo appaiono ostili più che protettivi. Un cane non può stare in macchina da solo. L’operazione condotta dal fotografo inglese Martin Usborne, che ha dato origine al libro The Silence of Dogs in Cars, possiede così i contorni dell’esperimento.  Avvolti dal buio della notte, dalla pioggia, da suoli fangosi e da ambienti periferici e inospitali, i suoi cani se ne stanno sui sedili di auto d’annata con la carrozzeria ammaccata e i vetri sporchi. Perlopiù guardano fuori dai finestrini, davanti o di lato. Attendono, solo uno di loro è colto mentre dorme acciambellato su se stesso. Sembrano interrogativi, dubbiosi. Molti occupano il posto di guida, stanno dove sentono l’odore del padrone. Qualcuno si protende verso l’orizzonte.  Qualcuno comunica tristezza, qualcuno fa sorridere.

 

 

L’origine dell’idea di fotografare cani in macchina è spiegata dallo stesso Usborne come un tentativo di ridare voce a un’esperienza d’infanzia, quando all’età di quattro anni i genitori lo avevano lasciato in auto nel parcheggio di un supermercato. Da lì sarebbero derivate paure, malinconie, forme depressive. Ma perché si è rivolto ai cani? La sua convinzione è che tra quella ferita e la sua successiva passione per gli animali ci sia un legame. Come se in quella circostanza avesse cominciato a stare dentro la testa degli animali. A capire. Usborne afferma di aver a lungo riflettuto sul fatto che la nostra relazione con gli animali si esprima prevalentemente  attraverso la reclusione, dalle gabbie per uccelli agli zoo. Noi imponiamo agli animali il silenzio, che è una forma di distanziamento. E’ stato John Berger a far notare come la relazione con l’animale, nel Novecento, si sia definita attraverso la distanza dell’immagine, di cui i documentari ambientati nella savana sono la traccia più visibile. Usborne aggiunge un elemento.  La vicinanza – e dunque la relazione con l’animale domestico – è tollerata solo se l’animale se ne sta nei suoi confini, se accetta le regole del nostro silenzio, ovvero se non sporca, se ci obbedisce e non pretende di uscire dai ranghi in cui lo abbiamo confinato. La macchina è il reclusorio. E’ il recinto che imponiamo all’animale. E’ l’eterno guinzaglio, ovvero lo strumento per placare le nostre ansie (come lo interpreta Lorenz nelle pagine di E l’uomo incontrò il cane).  Ma non è tutto.

 

 

Le fotografie di Usborne colgono soprattutto lo sguardo dei cani. E’ lì che, come scrivono i poeti, si cela il mistero. Ebbene, quegli occhi, ora imploranti, ora sfuggenti, ci impongono una continua torsione dello sguardo, da loro a noi. I loro occhi sono umani. I nostri occhi sono animali. La loro vulnerabilità è la nostra.

 

 

La loro solitudine è la nostra. Il discorso di Usborne, come ogni vero discorso sugli animali (quale enorme distanza lo separa dai libri fotografici in cui i cani sono costretti a recitare la parte del cane!), diventa allora una riflessione di respiro diverso, molto più ampio. La logica del silenzio acquista valore universale, si trasforma in una chiave per aprire le porte del presente.

 

 

Noi tutti  infatti ci siamo dentro, di volta in volta nei panni dei silenziatori e dei silenziati. Vogliamo, amiamo, desideriamo, ma gli “altri” devono appartenere al silenzio. Gli altri, quando è necessario, devono stare chiusi in macchina.
 

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Fotografie di Martin Usborne