Il santuario del poeta stellare. Leopardi a Recanati

La casa è abitata, dice subito la guida. Basterebbe questo per distinguere Casa Leopardi da qualsiasi altro museo dello stesso genere. Ai piani superiori pare viva davvero la famiglia Leopardi. Questo avvertimento genera immediatamente un rispettoso silenzio nel gruppo di visitatori a cui ci aggiungiamo in un’assolata domenica d’inverno. Si produce lo stesso effetto di quando i bambini venivano messi a tacere il pomeriggio festivo per non disturbare il riposo dei grandi. Essendo la casa abitata, ciò che visiteremo è sostanzialmente la biblioteca, anzi: la Biblioteca, come merita di essere scritto il suo nome. Costruita dal padre Monaldo, verrà eletta dal figlio Giacomo a finestra sul mondo. Avrà lavorato pure con il suo tavolino mobile vicino a una delle grandi finestre che danno sulla piazza, in realtà era la Biblioteca stessa con i suoi tesori a costituire il vero varco verso il cosmo. Rispetto all’antitesi tradizionale che chiede di scegliere tra la letteratura e la vita – o l’una o l’altra, una che si scrive dietro le finestre e l’altra, agognata ma irraggiungibile, che accadrebbe per le strade – qui è la letteratura stessa che apre la sua esclusiva, seppur costosa, porta d’accesso alla vita, dato che è vita essa stessa. Non c’è che una vita: la guida che ci accompagna nel giro è bravissima a smantellare lo stereotipo perdurante che vuole Giacomo nemico della vita per incapacità personale, ricordandone invece l’“allegrezza pazza” che, benché fragilissima, animava queste stanze.

 

Ecco perché questa di far visitare la Biblioteca, al posto della casa intera, è in ogni caso una decisione felice. Da queste stanze Leopardi è stato costantemente in dialogo con gli autori del passato che avvertiva come più contemporanei dei suoi contemporanei. Di questo dialogo ininterrotto si trovano tracce in tutta la sua opera, dalle raccolte di citazioni (Crestomazia della prosa italiana; Crestomazia della poesia italiana) a quel capolavoro di una scrittura che tende all’infinito che è lo Zibaldone. Di questo dialogo Leopardi nutrirà la sua vita, a Recanati come in tutte le città che lo accoglieranno. L’ascolto di voci che vengono dal passato lo confronta con un’eredità vitale. Smarrirle significherebbe sostanzialmente perdersi in un mondo privo di luce perché privo di parole, che sono tanto più preziose quando arrivano da lontano. È in quell’ascolto che emergono le domande, così come i suoi temi preferiti. Le voci del passato sopravvivono, si trasmettono lungo un filo continuo, benché inapparente, al di là di ogni distanza temporale. È questo filo a permettere una vita intellettuale in un rapporto intimo con chi l’ha preceduto nella medesima ricerca. Per questo Giacomo annota le citazioni e i passi, perché nient’altro può trasmettere meglio il senso indimenticabile di un incontro con una parola, una domanda, con una formula, un’assonanza o una rima. Perché il pensiero si crea solo in questo intreccio felice tra i pensieri dell’uno e quelli dell’altro, in un rilancio di quella scommessa di cui è fatta la letteratura.

 

 

A un appunto dello Zibaldone (6 aprile 1827) affida questa riflessione a proposito della lettura: “Io stesso, che pur non ho maggior piacere che il leggere, anzi non ne ho altri, ed in cui il piacer della lettura è tanto più grande, quanto che dalla primissima fanciullezza sono sempre vissuto in questa abitudine (e l’abitudine è quella che fa i piaceri) quando talvolta p.[er] ozio, mi sono posto a leggere qualche libro p.[er] semplice passatempo […] ho trovato sempre che non solo io non provava diletto alcuno, ma sentiva noia e disgusto fin dalle prime pagine”. E del diletto della lettura dice anche: “mi tornava però subito che io la [la lettura] ripigliava p.[er] occupazione, e p.[er] modo di studio, e con fin d’imparare qualche cosa, o di avanzarmi generalmente nelle cognizioni, senza alcuna mira particolare al diletto. Onde i libri che mi hanno dilettato meno, e che perciò da qualche tempo io non soglio più leggere, sono stati sempre quelli che si chiamano come p.[er] proprio nome, dilettevoli e di passatempo”. 

 

 

Del resto, dove altro situare l’immagine di Leopardi, dove ispirare la memoria e fare piazza pulita delle tracce balorde che gli si sono volute appiccicare addosso – una per tutte, balordissima, di scolastica origine: “il pessimismo” – se non dentro queste magnifiche stanze ricoperte dei suoi libri? Esse sono al tempo stesso il luogo di un esilio volontario, fatto di occasioni di felicità perdute per sempre, ma anche il centro del mondo, da fuggire e da ritrovare. 

La Biblioteca è ordinata per discipline, stanza dopo stanza: letteratura, filosofia, storia, giurisprudenza, teologia… Bizzarra l’origine: la secolarizzazione degli ordini religiosi successiva all’occupazione di Recanati da parte delle truppe francesi portò all’alienazione dei beni, tra cui le biblioteche dei conventi. I libri si potevano comprare al prezzo della carta, a peso. Fu Monaldo a sfruttare questa occasione per costituire una grande biblioteca nel palazzo di famiglia, accessibile anche ai cittadini di Recanati. La storia narra che nessuno dei recanatesi ne usufruisse, se non appunto Giacomo. È qui che Monaldo forma i figli come piccoli automi del sapere, in grado di presentare agli sbalorditi ospiti della casa i frutti del loro apprendimento. 

 

 

Durante l’elegante racconto che la nostra guida fa delle vicende di Giacomo e della sua famiglia sono preso da troppe cose. Scrivo qualche appunto per questo testo. Lascio scorrere lo sguardo sugli scaffali ricolmi di libri, tra i quali la Bibbia di Walton, una pubblicazione poliglotta in 6 volumi, stampata in latino, greco antico, ebraico, arabo, caldeo, etiopico, persiano, samaritano e siriaco. È su capolavori di questa portata che Giacomo impara le lingue. Ma anche il Salterio ebraico, il Fabricius della Bibliotheca graeca e della Bibliotheca latina, i vari dizionari e lessici… Nel frattempo la guida racconta non un discorso imparato a memoria, ma trasmette tutta la sua passione leopardiana al nostro auditorio domenicale. Guardo il pubblico, confesso di essere sorpreso: reduci da anni di spazzatura televisiva e politica, angustiati dalla cialtroneria dilagante, si stenta a credere che delle persone stiano ad ascoltare con un’attenzione che neanche più nelle funzioni religiose. Non si vedono né si sentono cellulari. Solo occhi attenti a cogliere i dettagli del racconto. Come sa chi ci prova veramente, i classici possono essere insegnati senza diventare per questo tediosi o pesanti. Ci sono suggestioni importanti in queste stanze, catturano l’interesse dei visitatori come farebbe un viaggio nel tempo. Solo che oggi nemmeno quel tipo di viaggi sembra più suscitare un’attrazione su un immaginario rotto a tutto e che tutto sembra aver già provato. E invece si ha l’impressione che i visitatori siano qui in pellegrinaggio. È sorprendente scoprire che più di duecentomila persone all’anno visitano oggi la casa di un poeta sconosciuto in vita, morto prima di compiere quarant’anni, per giunta proibito dalla Chiesa cattolica fino al 1966, anno dell’abolizione dell’Index librorum prohibitorum.

 

La Biblioteca si affaccia sulla strada (via Leopardi) e sulla piazzuola cantata dal “Sabato del villaggio”. Qui tutto è leopardizzato, come se non solo Casa Leopardi ma tutta Recanati fosse il centro di irradiazione della poesia e del pensiero contenuto nelle opere di Giacomo. Come un’ispirazione irresistibile che – al di là delle ragioni di convenienza – prende spazio e diventa la ragione di vita di un posto in cui ovunque c’è qualcosa da leggere: su targhe, lapidi, stendardi improvvisati, assi di legno, sassi, fioriere… Mi piace pensare che Recanati sia il pendant laico del santuario di Loreto, che dista solo pochi chilometri da qui: un santuario secolare e che permette a coloro che gli rendono visita di avvicinarsi a uno dei pochi misteri che siano rimasti alla nostra epoca, la poesia. È un miracolo non meno grande di quello si dice venga venerato là. La Biblioteca è come un grande tempio, inapparente, eppure di formidabile potenza. Gli stessi nazisti ci avevano messo sopra i loro occhi predoni e poco c’è mancato per smarrirla nelle loro mani. Intendevano portarla in Germania, a fare compagnia a quella di Schiller e di Goethe, una concezione indubbiamente funeraria, oltre che funesta, della cultura. A essere stato attratto da quei libri era stato addirittura il comandante in campo tedesco in Italia negli anni della guerra, quello stesso Albert Kesselring che la poesia di Piero Calamandrei ricorda così: Lo avrai / camerata Kesselring / il monumento che pretendi da noi italiani / […] / ma soltanto col silenzio dei torturati / più duro di ogni macigno. 

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