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La Casa del Manzoni

Ogni casa è un corpo e, come tutti i corpi, può abitare diversi stati: può essere gioiosa, viva, morta, imbalsamata, dolente, aperta, inafferrabile, priva di qualcosa, rispetto a cui pure vive… Inoltre, come i corpi, anche le case non mancano dei loro sintomi. A volte si nascondono, sono sintomi incistati e richiedono lunghi periodi per darsi nella loro leggibilità. Spesso precludono l’accesso alla dimensione più segreta e intima di una casa. Altre volte questa dimensione ci si rivela sin da subito: basta un dettaglio e tutto inizia a parlarci. Là si offre al visitatore una storia, gli si offre la casa nella sua presenza singolare e unica. Altre volte il sintomo rivelatore si fa attendere e si lascia osservare solo tempo dopo, in seguito alla visita, magari in forma di un’immagine che nel ricordo balena nella giusta luce. Abbiamo attraversato delle stanze mute e solo a posteriori si dimostra la chiave che può svelarcene il vero volto. Ora vediamo quelle stanze grazie al contributo di un determinato dettaglio, quando già il nostro ricordo iniziava a volatilizzarsi e le nostre immagini a indebolirsi.

 

 

Il sintomo di questa casa mi si rivela solo a visita terminata. Venivamo dalla curva di via Morone, quando la guida ha aperto il portone della Casa e siamo entrati subito. Altrimenti avremmo visto la facciata del palazzo che dà su piazza Belgioioso. Terminata nel 1863, ma rimasta sempre chiusa, è come un volto sospeso nella sua pura apparizione, a cui si neghi la possibilità di aprire le proprie cavità. Più tardi quella facciata mi è sembrata avesse qualcosa da dire sul Manzoni stesso: qualcosa che si ammira, ma nel quale non si entra. È come un volto la cui profondità è nel gioco di superficie delle linee che lo compongono: ci lascia distaccati, fuori dalla soglia, ad ammirare una composizione che non ci accende. Sentiamo un’ammirazione, ma senza entusiasmi. Qualcosa qui sembra giunto sul confine di un’epoca, sembra essersi affacciato sul tempo che è poi divenuto il nostro, sull’orlo di un’età di disincanto. Come se ci guardasse, ma da una distanza remota e invalicabile. Forse questa impressione ha a che fare con il Monumento: benché solo alcune stanze siano monumento nazionale, tutta la Casa del Manzoni inevitabilmente trasuda di questo spirito monumentale. Se il compito del monumento è di produrre stupore o ammirazione, il suo pathos è come scolorito, stinto, impallidito, a fronte del nostro presente che trova vagamente retoriche le icone di un’altra epoca.

 

 

Qualcosa di questa monumentalità borghese si arresta solo sulla soglia della camera da letto. Qui sembra di sentire risuonare ancora qualcosa delle ferree abitudini che dovettero essere del Manzoni, delle sue regole talora maniacali. Qui la semplicità disadorna fa riferimento a un altro registro, quello spirituale: un decoro vagamente vedovile, che corredato dal racconto della guida sulla morte del Manzoni – per una caduta accidentale – emana un senso di rigore giansenista, di pietas umbratile, schiva. Qui tutto è modesto, quasi claustrale. Odora di quella provvida sventura che costituisce una colonna portante di tutta la poetica manzoniana. 

 

 

Nella sua semplicità ed eleganza, al centro simbolico di Milano, la casa che Manzoni acquista nel 1813 per abitarci sino alla morte, avvenuta sessant’anni più tardi, tiene insieme le cose più disparate di un’esistenza, a cui si aggiunge quella forma di vita postuma che chiamiamo fama. Troviamo i ritratti degli amici e dei suoi contemporanei, come Goethe, a cui si deve una celebre e molto discussa traduzione in tedesco di Il 5 Maggio. Troviamo dipinti dal volto più o meno idealizzato, nonostante la nota avversione del Manzoni a farsi ritrarre. Troviamo la statua che celebra l’incontro con Garibaldi in queste stesse stanze. Al secondo piano è incorniciato l’ultimo ricamo realizzato dalle mani di Maria Antonietta, a quel tempo ormai ex-regina di Francia, rinchiusa nella prigione della Tour du Temple a Parigi. Troviamo una ricchissima collezione di libri, anche illustrati, moltissimi dei quali in francese, che dobbiamo a Teresa, colta e raffinata moglie del nostro, dopo la morte di Enrichetta.

 

Troviamo anche le illustrazioni per le varie edizioni dei Promessi sposi e quelle ispirate al romanzo (anche quando rifiutate dal Manzoni). Leggiamo la lista degli alberi piantati alla fattoria di Brusuglio, proprietà di famiglia di cui Manzoni è stato oculato gestore, oltre che esperto agronomo. Guardiamo I dipinti della Milano del suo secolo e le pitture di paesaggi, influenzate dalle descrizioni dei Promessi sposi, sempre in bilico tra la ragione scientifica, con la sua precisione topografica, e l’approccio sentimentale, che nel paesaggio trova il riflesso dell’animo umano e dei suoi affetti. Manzoni ha sempre tenuto insieme tutto questo, sino al punto da rendere l’annotazione su “quel ramo del lago di Como” la nostra madeleine italiana. 

 

 

Tutto pare qui dotato di una natura che solo l’ossimoro può dire. Lo comprese bene Umberto Saba quando, scrivendo dei versi manzoniani (credo si riferisse all’Adelchi), parlava di “versi mediocri e immortali”. Forse la potenza della casa Manzoni è contenuta in questa strana consistenza ossimorica che le presentazioni ufficiali si affrettano a far sparire, per non lasciar posto che a una stanca retorica, che fa di Manzoni un classico per definizione e della classicità un dato di fatto, senza suscitare troppa passione. Eppure è proprio la sobrietà di Manzoni – dove ogni punto, ogni virgola, ogni parola, sono pesati e ponderati – a renderlo un autore quanto più vicino possibile a quel tratto anti-lirico di cui la letteratura ha oggi quanto mai bisogno dopo le ubriacature dell’“ispirazione” e del “genio”, con tutto il culto dell’ego che esse si portano dietro. 

 

 

Così il vero tratto della casa è quello di non essere mai monocorde, ma di modulare differenti registri retorici ed estetici differenti a seconda degli ambienti. A ciascuna stanza il suo registro, si direbbe. Questa ricchezza di sfaccettature fa il paio con l’inafferrabilità del personaggio che, per mezzo del monumento, vi viene rappresentato. La santificazione ce lo avvicina poco, a tratti anzi lo tiene ben distante. Lo confina nelle regioni della Noia eterna. Immagino il patimento delle scolaresche in visita d’obbligo. Di stanza in stanza si passa dalla commozione per l’incontro con Garibaldi alla luttuosità mesta della stanza da letto; dalla lontananza della madre, partita con l’amante per Parigi, alle testimonianze del successo; dallo studio al pianoterra, che dà sul giardino, al vicino salottino delle “giavanate”. Prendiamo per esempio quest’ultimo: la stanza era definita dal padrone di casa “l’isola di Giava”. Là si ritirava con gli amici a discutere in libertà di argomenti frivoli e scherzosi. Forse il Manzoni è quello delle giavanate, degli scherzi, dei lazzi certo colti, ma pur sempre scherzi?

 

Se toccasse a me, il Manzoni che sceglierei è l’autore della relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla (1868) e della sua Appendice di un anno più tardi, di cui trovo copia in uno degli ambienti. Questo testo fondamentale, oggi in gran parte dimenticato, disegna l’arco dell’interesse del Manzoni per la lingua italiana, insieme a una celebre lettera a Claude Fauriel, di quarant’anni precedente. Lo stesso interesse lo portò ad accettare la presidenza di una commissione ministeriale per diffondere l’uso della lingua italiana, secondo un programma che era stato già della Francia rivoluzionaria. Manzoni colse la lingua come questione di giustizia, in una prospettiva che il nostro tempo ha reso per lo più un impensato. Quanto avremo oggi bisogno di riporre la grande questione della lingua come questione civile…

 

 

È proprio questa attenzione a permetterci di cogliere come la vita di queste stanze sia stata tutta intrecciata alle passioni politiche della sua epoca, oltre che a quelle religiose e civili. Forse una spiegazione la fornisce un testo di un altro grande milanese, che è richiamato nella visita. Nella sua Apologia manzoniana, scritta nel 1927 e che ora si legge nel bel volume Divagazioni e garbuglio. Saggi Dispersi (Adelphi), Carlo Emilio Gadda scriveva: “Egli volle parlare da uomo agli uomini, come, a lor modo, parlarono tutti quelli che ebbero qualcosa di non cretino da raccontare”. E continua così con un appello accorato: “Don Alessandro, ma che avete mai combinato? vi relegano nelle antologie del ginnasio inferiore, per uso dei giovinetti un po’ tardi e dei loro pigri sbadigli. Che cosa avete mai combinato, Don Alessandro, che qui, nella vostra terra, dove pur speravate nell’indulgenza di venticinque sottoscrittori, tutti vi hanno per un povero di spirito?”. 

 

Lasciamo via Morone numero 1 con questa domanda nelle orecchie. E con in mente la perplessità profonda per un paese che, a forza di canonizzazioni ad uso scolastico, in fondo ignora chi sia uno dei suoi maggiori scrittori. Manzoni stesso aveva profetizzato questo suo destino scrivendo di sé – è un testo del 1819, la Morale cattolica – come di “chi è persuaso che l’uomo può aver talvolta il dovere di parlare per la verità, ma non mai quello di farla trionfare”. Parlare per la verità vuol dire non preoccuparsi di un suo eventuale trionfo. Vuol dire diffidare di ogni riconoscimento esteso e plebiscitario. Proprio nella distanza tra parlare e trionfare è inscritta l’immensa sobrietà che ci rende questo Manzoni così prossimo e così necessario, lontano com’è dal tempo dei trionfalismi, e invece così vicino all’urgenza di una parola a venire, di cui oggi abbiamo quanto mai bisogno.

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