Andrea Bajani. Un bene al mondo

C’è un mondo là fuori ed è più grande di noi. Noi bambini con il nostro dolore a forma di cane, noi bambine sottili, noi uomini alti uno novanta e con la barba a coprire le guance. È grande il mondo e sono grandi le promesse che facciamo “senza conoscerne il significato”.

 

E allora come si fa?

 

Come si fa a scrivere, a camminare per una città, come si fa a perdersi, a guardare un film e a fare l’amore?

 

Andrea Bajani nel suo ultimo libro racconta una storia, una storia che sembra una favola ma non lo è, perché se lo fosse, scrive, alla fine ci sarebbe un nuovo inizio, perché le favole fanno così, e in qualche modo un nuovo inizio avrebbe la forma di una soluzione.

 

Il mondo grande là fuori, nelle pagine di Un bene al mondo, diventa un paese piccolo, ma non fa troppa differenza, perché quel paese piccolo è un po’ tutti i paesi del mondo. C’è una piazza, una strada, il bosco, una ferrovia che taglia in due il paese e ai margini un cimitero. C’è una casa che è un cubo con le sue porte, come lo sono altre case e come in fondo è anche il mondo grandissimo. Anche lui ha le sue porte: lo si può percorrere, si può attraversare e si può persino uscirne.

 

Poi c’è un bambino che ha un dolore che è un po’ il dolore di tutti. O meglio: ha il “muso spelacchiato” come altri, perché i dolori si somigliano comunque sempre un po’, anche se ogni dolore ha bisogno di uno sguardo per sé, e parole troppo consolanti per tutti non consolano mai davvero.

Il bambino cammina per i boschi, lo fa per non pensare alle cose che lo rendono triste, e conosce a memoria tutti gli orari dei treni per partire, perché non lo sa fare ma immagina che un giorno ci riuscirà. Scrive delle lettere cui consegna i momenti mancati del mondo, i saluti non detti, il suo non alzarsi e il suo non partire. E tutto quello che disegna somiglia al suo dolore. C’è poi anche un altro dolore che il bambino ha addosso, un dolore più antico, un dolore rabbioso che ha i gesti del padre. Ci sono dolori mansueti e dolori mai guardati che è più complicato contenere. Il bambino, che ha uno zainetto rosso in cui ha infilato tutti gli attrezzi per affrontare il bosco, la strada, la piazza e la ferrovia, non sa sempre come fare con questo dolore più grande di lui. Così dei giorni deve vergognarsi del suo dolore docile che si fa prendere in giro dalla piazza e dai bambini nella piazza, certi altri avere paura di quello più grande.

 

Una bambina sottile vive al di là dei binari e ha un dolore tutto suo che non sempre porta con sé. Ed è la bambina sottile a vedere il dolore del bambino, quel dolore che lo fa sentire inadatto. È lei a prenderlo in braccio, è lei che lo accarezza. Per questo, per il bambino, arriva il “momento in cui tutto assomiglia alla bambina sottile”.

Fanno tante cose, insieme. Il bambino, la bambina e il dolore di lui. Ma è complicato cercarsi e trovarsi, è complicato per via del dolore più grande e furioso e per il segreto del dolore di lei.

 

 

E allora come si fa?

 

Si può scegliere di fare finta di non averlo, il dolore, trovare un posto al sicuro tra i morti e perdere il dolore e con il dolore la bambina sottile e ogni bambina sottile del mondo. Oppure si può avere coraggio e paura: percorrere il buio, attraversarlo, scoprire che il tempo può prendere a scorrere per davvero, salire su uno di quei treni di cui si conosce a memoria l’orario di partenza e raggiungere la città. Così ci si accorge che si è un uomo con i “piedi lunghi e barba sulle guance”, che le lettere possono essere spedite e il dolore fatto scivolare nelle pagine; ci si accorge che delle volte la città occorre immaginarla prima di percorrerla, e che la paura non passa e che non passa nemmeno il dolore. Viene e va, senza preavviso. Anche l’amore viene e va, senza preavviso.

 

Ci si sente molto nudi quando il dolore è dolore, il bambino è bambino, la casa è casa e il paese è paese. Molto nudi quando la paura è paura e il vuoto è vuoto. Perché ci siamo esercitati a fare tutto il contrario, a mettere parole complicate attorno alle cose. Ci siamo abituati in questo modo a non vergognarci del muso spelacchiato e ordinario del nostro dolore.

 

Andrea Bajani rovescia il mondo. Come un segreto che brucia.

 

Dice nuvola, scuola, dolore, paura, bambino. Lo dice con coraggio, con il modo che hanno le sue parole di creare una casa anche quando una casa non c’è. Racconta come il dolore ci resta accanto, e resta vicino anche la paura; come il pianto di ognuno è un pianto diverso dagli altri ma anche un poco no; come con le nostre gambe lunghe raccolte al petto, nella posizione di bambini quando bambini non siamo più, possiamo provare a nuotare fino al buio delle cose. Perché un dolore senza padrone, scrive, è uno spreco nel mondo ed è vero anche il contrario. Le sue parole addomesticano, la sua scrittura incanta ma non cancella né ricopre né mette a tacere. E se la nostalgia è il luogo “dove tutto è già successo” e si può non avere paura di niente, si può preferirle un accadere nuovo e “passi come fossero i primi”.

Perché senza il dolore, quello che non si sa sempre dove mettere e che ci costringe alle volte a separarci un po’, quello che magari abbiamo bisogno di infilare nelle parole perché faccia meno male, quello che delle volte sopportare sembra impossibile, “la vita è sigillata in una scatola”.

 

Un bene al mondo consegna alle lacrime, a tutte le lacrime del mondo, il mondo grandissimo e però piccolo. Ci lascia con loro e con il nostro dolore, con cui facciamo quello che possiamo fare.

Eppure cura.

Cura noi, il dolore accanto a noi, il modo che tutti possiamo trovare per chiamare casa una casa, amore un amore, paura una paura.

La cura provvisoria e rara dei libri che ci leggono.

 

Andrea Bajani presenta Un bene al mondo il 12 ottobre a Milano, alle 18.30, alla Libreria del Mondo offeso (Piazza San Simpliciano 7).

© Mara Cerri, Via Curiel

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11 Ottobre 2016