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Al al-Aswani. Una conversazione

Nel mese di giugno ho compiuto un breve viaggio in Egitto. Ero al Cairo nei giorni in cui venivano scrutinati i voti delle elezioni presidenziali, e i militari procrastinavano i risultati, che poi hanno portato alla vittoria dei Fratelli Mussulmani e di Mohammed Morsi, attuale presidente. In quest’occasione sono andato a trovare quello che a mio parere è lo scrittore più interessante dell’Egitto attuale, Al al-Aswani, un narratore popolare, indubbiamente, come sanno coloro che in Italia hanno letto Palazzo Yacoubian, edito da Feltrinelli nel 2006, suo libro più bello, oggi reperibile in edizione economica.

 

Prima di partire per questo viaggio avevo letto la raccolta di articoli di al-Aswani, forte voce di opposizione a Mubarak, apparsi sui giornali egiziani prima dello scoppio della “rivoluzione di gennaio”, La rivoluzione egiziana (Feltrinelli), una diagnosi e una prognosi molto attendibile della situazione sociale e politica del suo paese che vale anche oggi che Morsi è a capo di uno stato senza una Costituzione, un parlamento sciolto dalla magistratura e una situazione molto complessa nell’area geopolitica dopo la scomparsa di Gheddafi, e la delusione dei giovani dopo la “primavera araba”. Si tratta di libro molto interessante, che ci restituisce il senso e la forma della partecipazione politica di uno scrittore alla vita del suo paese, in un’epoca in cui gli scrittori nel nostro paese sembrano aver rinunciato a essere coscienza pubblica, a esercitare una forma d’intelligenza critica e di magistero morale. Sono diventati, per lo più, firme in fondo a un qualche appello, assorbiti tutti o quasi – ma ci sono varie eccezioni, naturalmente, come ha mostrato il caso del Teatro Valle di Roma – dall’industria culturale e dalle sue regole. Ho pubblicato la conversazione che segue in forma ridotta sulle pagine de “L’Espresso”.  In questi giorni lEgitto è tornato alla ribalta per le manifestazioni di piazza contro Morsi che ha acquisito nuovi poteri e il conflitto in quel paese non si chiuderà né facilmente né rapidamente.

 

 

Il dottor Alaa al-Aswany ha lo studio di dentista in via El Diwan a Garden City, un elegante e storico quartiere dell’inizio del Novecento, dove un tempo abitava la borghesia ricca della città, e dove oggi hanno sede alcune ambasciate tra cui quella italiana. Mi riceve alle 22, un’ora non inconsueta per i suoi incontri. Suppongo che durante il giorno lavori con il trapano, aprendo la bocca dei suoi clienti, mentre la sera accoglie i giornalisti, in particolare stranieri, che vengono a intervistarlo. Alaa Al-Aswany non è solo il più celebre scrittore egiziano contemporaneo, ma anche un uomo impegnato nella lotta politica. Ha scritto, prima e durante la rivoluzione del 25 gennaio, sui giornali del suo paese articoli molto duri contro Mubarak, contro i militari e critici con i Fratelli Mussulmani, articoli raccolti in volumi e pubblicati anche all’estero, in inglese – il dottore ha studiato in America – e in italiano. La rivoluzione egiziana (Feltrinelli) è, infatti, una cronaca dall’interno della crisi del regime di Mubarak e anche una radiografia impietosa della situazione dell’Egitto. Ogni pezzo si conclude con uno slogan che sembra una speranza e un’invocazione: “L’unica soluzione è la democrazia”.

 

Parlo con lo scrittore durante lo spoglio dei voti delle elezioni presidenziali che vede contrapposti Morsi, candidato della fratellanza mussulmana, un’organizzazione transnazionale, e Shafiq, un ex generale, diventato Presidente della Repubblica dopo la caduta di Mubarak, ma che Al-Aswany ha costretto alle dimissioni a marzo dopo un duro confronto televisivo. Non si conosce ancora il risultato. Partiamo dal rapporto letteratura e politica. Nella prefazione di Se non fossi egiziano (Feltrinelli) libro di racconti uscito nel 2004, che contiene anche il suo primo romanzo breve bocciato dalla censura egiziana, Al-Aswany mette in guardia i lettori richiamandosi al cinema delle origini, al telone bianco e alla scena del treno che arriva in stazione, per dire che si tratta di una finzione e non di qualcosa di reale; pertanto i giudizi espressi sull’Egitto dai suoi personaggi non sono i giudizi dell’autore.

 

Gli domando perché ha deciso di uscire dal telone e intervenire direttamente sulla realtà, di far politica. Mi risponde che ha sempre percepito la scrittura come un impegno verso la società e che non intende far politica, diventare un esponente di partito. I suoi esempi sono Camus, Sartre, Garcia Marquez. Accendendo l’ennesima sigaretta, che tiene verticale tra le dita, aggiunge: “Separare letteratura e società non ha senso. Non ho alcuna intenzione di ricoprire un incarico politico; scrivere romanzi di successo è meglio che fare il primo ministro. Mesi fa mi avevano chiesto di assumere l’incarico di Ministro della Cultura, ma ho rifiutato. Ho partecipato alla rivoluzione di gennaio perché era necessario esserci, ma appena l’Egitto diventerà un paese democratico smetterò questo impegno diretto”. La democrazia non sembra una soluzione facile per l’Egitto: i militari da un lato, che detengono tutto il potere, e il partito islamico dall’altro che vuole imporre la legge coranica in un paese che ha milioni di copti, egiziani ancora più antichi degli arabi venuti dopo. “Il mio posto – aggiunge – è tra la gente. Questo fa il romanziere: sta tra il popolo, e la letteratura è per me una difesa dei valori umani. Davanti alla sofferenza di almeno venti milioni di egiziani, che vivono nella miseria e nella povertà, nell’analfabetismo, e vedono i loro diritti calpestati, non potevo essere estraneo alla rivoluzione”.

 

Nonostante Al-Aswany fosse una delle poche voci critiche contro Mubarak e il figlio, che stava per succedergli, nonostante scrivesse contro le angherie della polizia, la corruzione e le ruberie di ogni tipo, anche lui, racconta, è stato colto di sorpresa dal movimento di Piazza Tharir. C’è andato dopo, quando è stata invasa dagli studenti e dagli impiegati. Bisogna dire che questa rivoluzione, che ha detronizzato un regime che durava da sessant’anni, non è stata fatta dai Fratelli Mussulmani, che ora raccolgono il consenso di una buona parte del paese, ma dalla borghesia, piccoli e medio borghesi, dai ceti colti, dagli studenti che sono andati in piazza per primi. Sono loro che hanno fatto crollare Mubarak e imposto il cambio di stagione. Gli chiedo come mai si richiama sempre al popolo, invitando gli intellettuali ad ascoltarlo anche quando le sue scelte risultano per loro incomprensibili? Ha scritto: “Possiamo capire il nostro paese solo se comprendiamo il popolo”.

 

“L’intellettuale, lo scrittore, non deve mai perdere il rapporto con il popolo, con quello che sente la gente. Gli scrittori che hanno perso di valore sono proprio quelli che hanno disprezzato il popolo. La società ha un cervello collettivo che devo sempre rispettare anche se non sono sempre d’accordo”. Quando stava scrivendo Palazzo Yacoubian (Feltrinelli), il suo libro più bello e famoso – ha venduto in Egitto un milione di copie suscitando anche un dibattito molto forte intorno al tema dell’omosessualità e alle figure poco timorate di Dio presenti nel romanzo – il dottor Al-Aswany passava le notti nelle vie del Cairo, parlando con le persone, con la gente, documentandosi sulla loro vita, e arrivava in studio direttamente dai tavolini dei caffè. Ma lo scrittore non è forse portatore di un punto di vista individuale? E il suo genio letterario che fine fa? “C’è sempre. Rispettare le scelte del popolo non vuole dire sentire sempre le stesse cose, a volte il mio stesso modo di vedere è in contrasto con quello del popolo. L’esempio l’ha dato la rivoluzione del 25 gennaio: la reazione del popolo è stata in anticipo e più profonda di quella degli intellettuali. Per questo Morsi vincerà le elezioni malgrado l’opposizione dei militari perché il popolo vuole cambiare. In milioni di persone hanno votato per lui non perché affiliate ai Fratelli Mussulmani, ma per non permettere a Shafiq di vincere. L’uomo della strada l’ha capito: questa è l’unica strada possibile e ha compreso che bisognava riequilibrare la situazione.

 

 

Morsi l’hanno votato anche molti laici, mentre il ceto intellettuale si è astenuto oppure ha annullato la scheda”. Ma quello che Lei dice riguardo al popolo, all’ascolto del popolo, vale solo per quello egiziano o in generale? Al-Aswani, che indossa un completo grigio e siede al tavolino di marmo del suo piccolo studio, composto di due sole stanze, di cui una piccola sala d’aspetto, mi guarda con curiosità e insieme con la gentilezza di un maestro elementare che spiega e rispiega: “Vale per tutti i popoli della terra, naturalmente. La letteratura è fiorita quando lo scrittore viveva tra la gente. Le scuole di scrittura letteraria sono un’invenzione posteriore che ha separato lo scrittore dalla gente, e questo è un male. Almeno fino a Marquez questo è stato vero”. E il caso di Céline? Era uno scrittore di grande talento, ma per nulla democratico, anzi. “Céline è uno scrittore importante, ma se lo scrittore distrugge il contatto con la gente, non riuscirà a fare opere immortali.

 

La letteratura non è un mezzo per giudicare la gente, ma per vivere con loro. Lo scrittore deve amare la sua gente per poter parlare alla gente. Dostoevskij in Ricordi della casa dei morti, libro nato dalla sua deportazione in Siberia, illustra la vita dei criminali dal di dentro, in modo partecipe, li capisce, anche se non è un criminale, ma un deportato dello zar”. Forse, domando, è la religione islamica a fare degli egiziani un popolo? “Gli egiziani esistono da sessanta secoli, di cui solo quindici sono arabi; gli altri secoli sono segnati dai faraoni, dal cristianesimo copto. Non è la religione a formare l’unità del popolo egiziano, o almeno non solo quella. La nostra religione islamica, nella forma che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli, è molto tollerante, abbiamo ospitato in Egitto tutte le religioni del mondo, a partire da quella ebraica e cristiana. Gli ebrei egiziani hanno partecipato alla rivoluzione del 1919, quando abbiamo ottenuto l’indipendenza. Ma questo vale, a mio parere, anche per i popoli europei. La religiosità lì non è scomparsa, o forse solo in Francia che è un paese molto laico; neppure negli Stati Uniti la religione è venuta meno nel formare lo spirito del popolo. Facciamo il caso dell’Italia: non possiamo dire che non è più un paese cattolico, che la religione sia scomparsa anche se ha meno peso nella vita politica.

 

Venti anni fa ho letto tutti e tre i libri delle religioni del Libro: Bibbia, Vangeli, Corano. Se togliamo il fatto trinitario del cristianesimo, dicono le stesse medesime cose. E allora perché le guerre di religione? Dipende dall’interpretazione dei testi sacri, come sta accadendo in Egitto sotto l’influenza dei wahhabiti. All’inizio del Novecento, con questa interpretazione originata nei paesi della penisola arabica, tutto è cambiato: l’Islam è interpretato come antitetico alla libertà personale; ma la stessa cosa possiamo dire è avvenuta nel cristianesimo con le Crociate indette dalla Chiesa”. Da tempo Al-Aswany ha messo in guardia contro la versione dell’Islam praticata dagli egiziani diventati wahhabiti che si accaniscono contro le donne e la libertà d’azione dei singoli. “Ecco – aggiunge – Piazza Tharir, che è un grande incrocio di strade, è come Dio: ciascuno cerca la strada che conduce a Dio e tutti queste religioni del Libro rispecchiano valori che solo Dio può giudicare; il pericolo arriva quando si pensa che una sola è la religione giusta”.

 

Dal suo libro di scritti politici emerge che due sono le battaglie importanti oggi in Egitto: democrazia e tolleranza religiosa. “L’Egitto ha una caratteristica particolare: vi vivono tante etnie. Inoltre, la gente è molto mite, siamo moderati per natura. Quando gli egiziani litigano per strada, lo fanno sempre in attesa di uno che arrivi a separarli; e poi siamo bravi nell’arte di arrangiarci”. La rivoluzione del 25 gennaio ha avuto circa 800 morti e migliaia di feriti, anche se si dice che siano molti di più, almeno 2000. E tuttavia se si pensa che al Cairo, centro motore dell’avvenimento, abitano quasi 20 milioni di persone, si capisce come sia un numero piuttosto limitato per un avvenimento così traumatico.

 

Gli chiedo quale sarà il futuro dell’Islamismo, vista la probabile vittoria dei Fratelli Mussulmani, un partito confessionale. “Il vero problema è la strumentalizzazione della religione da parte dell’islamismo politico. Con l’avvento dei wahhabiti nei paesi del Golfo si è usato la religione per avere più autorità sul popolo, per sottometterlo. Hanno creato uno Stato religioso per questo, per tenere sotto controllo la società. L’Islam è una religione come ve ne sono altre, usarla politicamente significa strumentalizzarla. All’inizio del Novecento la religione non aveva qui un peso politico; la riforma religiosa aveva tolto il velo alle donne nel 1923 e nel 1934 avevamo cinque donne pilote d’aereo, non come nei paesi wahhabiti dove non è consentito alle donne di guidare l’auto.

 

Il vero problema è l’Islam politico”. Ma come si uscirà dal vicolo cieco attuale: da un lato un regime autoritario guidato dai militari e dall’altro i Fratelli Mussulmani che si ispirano all’Islam politico? “Io sono dell’avviso che la gente deve provare il governo dei fratelli Mussulmani per capire cosa sono davvero. Dopo le elezioni del parlamento, prima dello scioglimento imposto dalla magistratura, ma pilotato dai militari, i Fratelli avevano perso quasi il 60% dei loro consensi; la gente aveva capito che hanno in più solo la barba, ma sono dei politici come gli altri. Per capire cosa sia l’Islam politico l’Egitto, che è religioso e non politico, deve provare a vivere questa alterazione”. Prima di congedarmi gli chiedo se sta scrivendo un nuovo libro, un romanzo o racconti.

 

“Ho cominciato a scrivere un romanzo, ma poi con quello che è accaduto, mi sono interrotto. Ora spero di finirlo entro qualche mese. Parla del Club dell’Automobile del Cairo, della classe dei servitori nubiani e dell’aristocrazia egiziana e degli stranieri che vivevano qui. Nel 1906 arriva la prima automobile e il meccanico del Re era un italiano, la tecnologia era italiana”. Gli faccio notare che anche Palazzo Yacoubian è ambientato in un palazzo costruito da un armeno all’inizio del secolo XX.

 

Qual è il suo periodo storico ideale? “Non ce l’ho. L’epoca di Nasser, nonostante la mia famiglia, di estrazione alto-borghese, abbia sofferto parecchio, è stata una buona epoca. Nasser ha aiutato le classi popolari, ha fatto crescere l’alfabetizzazione. Certo la sua eredità sono stati i militari. Lo scopo della rivoluzione è stato togliere loro il potere per darlo al popolo. Abbiamo scoperto che Mubarak era solo una copertura, che il vero potere era quello dell’esercito. Ora non c’è più nessuna paratia: siamo di fronte alla macchina feroce dei militari. Vedremo”. Mi accompagna alla porta. È quasi mezzanotte, e sulla soglia mi torna a salutare. Mi dice, sornione, che se ho bisogno di cure dentistiche, posso anche ritornare dentro. Troppo tardi dottore, sarà per la prossima volta.

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