Renato Guttuso, Palermo, 1973

Di Renato Guttuso, a Bagheria, la cittadina in cui entrambi siamo nati, ho sempre sentito parlare con affetto e orgoglio: era i ragazzo del paese che aveva fatto strada. Da giovane, dicevano soprattutto le donne, era bellissimo. Qualche volta gli oppositori politici ironizzavano sul comunista che abitava a Palazzo del Grillo a Roma. La sua casa di Bagheria era contigua a quella dei miei nonni materni, che avevano ben conosciuto la famiglia. Veniva ricordato con ammirazione il padre di Renato, l’agrimensore Giacinto, per la sua grande eleganza. Pare che vestisse spesso di bianco e non dimenticasse mai il bastone da passeggio. Eppure, pioggia o fango che ci fosse per le strade, rientrava sempre immacolato. La madre, rimasta vedova e sola mentre Renato cercava fortuna lontano, aveva vissuto gli ultimi anni in dura miseria. La mostra antologica che si tenne al paese nel 1962 fu un grande avvenimento popolare. Fu proprio in quella occasione che lo incontrai per la prima volta.

 

Ma un poco amici diventammo almeno dieci anni dopo, grazie a Sciascia. È forse l’uomo più seducente che abbia mai conosciuto. Il colore della sua voce, i racconti, l’intelligenza dei discorsi, la cultura ti travolgevano anche quando non eri d’accordo con lui. Gran pittore, io credo, anche se per negligenza ha seppellito molte splendide opere sotto grave mora di troppe cose mediocri che non aveva la forza di selezionare e distruggere.

 

Penso che sarà difficile, ed è un peccato, dopo che è stato tanto osannato da vivo, recuperare, ora che non c’è più, l’importante artista che è stato. Mi incantava. Ma sapevo che era un baarioto ambiguo e pieno di ombre. Dopo che tradì, per “patriottismo di partito”, la verità e l’amicizia con Sciascia, non ci siamo più rivisti.

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