Melodie nostalgiche

“La nostalgia propria degli Svizzeri, la quale li coglie quand’essi sono sospinti in altri paesi, è l’effetto dell’aspirazione, suscitata dal ritorno delle immagini della serenità e delle compagnie giovanili, verso quei luoghi, ove essi godevano le gioie semplici della vita; ma essi poi, dopo una visita a quei luoghi, si trovano molto delusi nella loro aspettativa, e così anche guariti; ritengono che ciò sia perché colà tutto si è profondamente alterato, ma in verità è perché non vi ritrovano più la propria giovinezza” (Kant, Antropologia pragmatica, 1798).

 

Dolore del ritorno. Nelle aree malfamate di Montevideo e Buenos Aires si parlava il lunfardo, che ora è entrato nella conversazione ordinaria. Non è una vera e propria lingua, benché esistano dizionari di lunfardo, si tratta piuttosto di un gergo, parte integrante del castigliano. Emerge dalle parole dei migranti di allora, italiani, portoghesi, ebrei, turchi, greci. Parole distorte, cha assumono significazioni diverse, mai completamente differenti. Marcano il fenomeno della nostalgia, popolare tra gli stranieri clandestini che s’insediano nei sobborghi di queste città. Il suono richiama la terra d’origine, parole gridate nelle piazze, sentite per le strade in gioventù, nel paese d’origine, ripetute prevalentemente perché il suono serve a sentire che ti stai portando dietro qualcosa. Bachicha (si legga bacicia) significa italiano, oppure grassoccio, che pensa solo a mangiare, il termine deriva da Baciccia, riduzione genovese di Giovan Battista; biografo è una persona fantasiosa; correr coneja è aver fame; il chantapufi (si legga ciantapufi) è un fanfarone; il malandra un delinquente; il linyera (leggasi lingera) è un vagabondo senza lavoro né casa; pelandrun è un tipo un po’ tonto; piantao è pazzo. Si riconosce la voce dell’immigrato dall’Italia del Nord nel bacicia, nel pelandrun, di quello portoghese nel piantao.

 

La borra del café, romanzo di Mario Benedetti, racconta un gruppo di ragazzini che, passeggiando nel parco del Capurro, a Montevideo, s’imbatte nel cadavere di un noto barbone, il Dandy. Lo guardano spaventati e, dopo essersi chiesti più volte come possa essere accaduto, se la battono. Del Dandy non si avrà notizia giornalistica immediata. Due o tre anni dopo, il narratore ascolta alla radio un tango che includeva questa strofa: “Y a veces cuando me aburro / recuerdo al Dandy, aquel vago / que en un miércoles aciago / cagó fuego allá en Capurro.”

In italiano mi suona così: “E a volte, quando mi tedio, / ricordo il Dandy, quel barbone / che un nefasto mercoledì / morì là, al Capurro”. Ci sono due momenti di nostalgia, o tre: il ricordo della strofa, mai più ritrovata, quando il narratore rivive in melodia un’esperienza che aveva risvegliato un affetto. Bambini di fronte alla morte di un barbone, conosciuto con un epiteto, il Dandy. Chi fosse il Dandy si sapeva, di conoscerlo nessuno lo diceva, il benpensante si vergogna.

Il narratore ascolta un tango via radio e ricorda un episodio di quando era più piccolo, due o tre anni prima. Strana circostanza. La notizia della morte del Dandy arriva dopo in musica, in poesia, ricordo in metrica. La morte annunciata in lunfardo, cagar fuego, è volgare, minacciosa, evocativa di condotte malavitose, satirica. Come a esorcizzarla.

 

I mercenari svizzeri che menziona Kant cadevano ugualmente in nostalgia ascoltando una melodia, ode al legame: il ranz des vaches. In quelle circostanze, più antiche, la parola celtica Loba evoca. Ripetuta più volte nel ranz des vaches, significa vacca, ma quel suono pieno di vocalità, Loba, muoveva qualcosa dentro le viscere dei soldati. La nostalgia è fenomeno sonoro, musicale, prelinguistico. Ciò che conta è il suono che la parola permette di emanare. Parola (parole) che non sta nel dizionario, parola evento; l’origine celtica dei contadini svizzeri, l’invasione degli immigranti in Uruguay, con i luoghi e i suoni del tango, che oltre a essere danza, è interdetto. Si tratta pur sempre di corpi che si muovono in una certa maniera accompagnati dalla melodia e dal ritmo, la metrica.

I soldati svizzeri, quando sentivano il ranz des vaches si ammalavano di nostalgia, il tango e il lunfardo erano invece una sorta di cura per starci dentro, per trasformarne i sintomi in segni di una vita nuova. Cura romantica per formarsi come persone diverse, per creare comunità nuove, fuorilegge. Interessante che entrambe le melodie, il tango e il ranz des vaches, furono presto bandite, l’una per tenere al margine una comunità infettiva, l’altra perché ammalava una comunità separata.

 

Carmela, migrante argentina, dice: “Quando rivedo le persone che ho amato sento le farfalle nella pancia”, bella espressione, piacere e tremore insieme. “Come nel tango?” Lei precisa: “Il tango viene dopo”. La nostalgia di Carmela è un suono con tre movimenti: l’incontro le fa sentire le farfalle nella pancia, la predispone. Segue il tango, nostalgia vera e propria. Infine la melodia, Carmela è musicista.

Il suono cura, ammala, evoca, affeziona. Il suono non è segno, è oltre il rumore e prima del significato; non è chirografico, né sintomatico. Non stiamo parlando di medicina, non si tratta di guarire, non stiamo nemmeno parlando di linguistica perché il suono non è puro significante. Non significa qualcosa, significa nulla.

Il nostalgico guarisce quando ritorna nei luoghi della gioventù e si accorge che non è un fenomeno di spazio, ma di tempo che trascorre, guarisce quando tutto diventa banalità. Si legga quanto sostiene Kant come un avviso ai clinici. Non fate sparire i suoni della nostalgia dal mondo, saremmo condannati a una banale eternità. Non permettete ai migranti di rientrare. Ci si lasci vivere quasi sempre ormai almeno un po’ a disagio.

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