Il giallo di Michel Pastoureau

Con la domanda se il giallo possa diventare il colore del futuro, riconquistando il ruolo positivo avuto nell’antichità e ancora in pieno Medioevo, si chiude il nuovo libro di Michel Pastoureau, Giallo. Storia di un colore, tradotto in italiano da Guido Calza per l’editore Ponte alle Grazie. Istintivamente risponderemmo di no, che è quasi impossibile, che è molto difficile vestirsi di giallo, dipingere di giallo le pareti di casa (forse solo quelle della cucina), comperare un’automobile gialla. Lo stesso Pastoureau nel Colore dei nostri ricordi ci aveva raccontato della delusione provata nel ricevere in regalo proprio una bicicletta gialla. È infatti un colore carico di elementi simbolici negativi, è – già a un approccio immediato – il colore dell’invidia e della gelosia, del vestito di Giuda traditore, della stella di David utilizzata per discriminare gli ebrei. Eppure non ne siamo del tutto convinti: il giallo è anche per noi, come per gli antichi, il colore del sole e dell’oro, delle messi, del miele e dello zafferano, dei primi fiori e di molti frutti; rientra nella storia della pittura e della poesia nelle sfumature più diverse, piene di suggestioni e di fascino, come nei cieli di Turner o nei limoni di Montale. 

 

 

Certo anche gli altri colori hanno spesso qualità ambivalenti, come ci ha dimostrato lo storico francese nei suoi libri precedenti, nelle storie del blu (2000), del nero (2008), del verde (2013) e del rosso (2016), ma questa volta le difficoltà si accumulano, i documenti sono spesso reticenti, la parentela con l’oro tende ad allargare a dismisura l’ambito della ricerca: «il giallo – scrive – sembra voler giocare a nascondino con gli studiosi» (p. 9). Pastoureau inizia la sua analisi esaminando i vari tentativi di definizione, ci racconta alcuni momenti della storia, del pensiero e della lingua che rivelano la natura particolare, spesso contraddittoria, sempre interessante del colore come pelle delle cose, come indica l’etimo del latino color (da cui deriva il termine in italiano, francese, spagnolo, portoghese, inglese, ecc.), dal verbo celare, che significa avvolgere, coprire – ma anche nascondere –, del greco chróma, da chrós, superficie, pelle, ma anche della parola tedesca Farbe, dal germanico *farwa, pelle, pellicola, involucro (cfr. p. 7). Un’altra possibile definizione del colore mette in primo piano la relazione con la luce, da cui derivano la teoria aristotelica dell’origine del colore dall’opposizione di chiaro e scuro e la scala corrispondente: bianco, giallo, rosso, verde, viola, nero, ma anche la scomposizione newtoniana dello spettro che dà origine alla scala alternativa: violetto, indaco, blu, verde, giallo, arancione, rosso. L’autore accenna anche alle scienze biologiche che indagano sul colore come sensazione e approfondiscono la funzione tripartita dell’occhio e le componenti oppositive del cervello. Tutto questo rimane però a margine dell’interesse di Pastoureau che considera il colore soprattutto come creazione sociale; la storia sociale e culturale del giallo si articola quindi in altre direzioni di ricerca, esamina la natura delle sostanze e dei pigmenti utilizzati per la pittura e l’arte tintoria, la funzione simbolica del colore nella tradizione medica e alchemica, nelle disposizioni sulle tinture delle stoffe e delle vesti, nelle regole dell’araldica e della politica, nell’analisi linguistica della ricorrenza dei termini che in Occidente definiscono il tratto della scala cromatica definito con i nomi che traduciamo con ‘giallo’ e dei modi di dire nelle varie lingue europee. Non mancano incursioni nella storia dell’arte, della pittura in particolare.

 

La tesi di Pastoureau è che l’individuazione del concetto di giallo come categoria cromatica a sé deriva da un lungo processo, successivo al formarsi della triade rosso-bianco-nero, e che non sembra affermarsi prima della cultura greca e romana. Interessanti a questo proposito sono le osservazioni sul modo di vestire dei romani che fino al III secolo usavano la toga bianca drappeggiata sul corpo lasciando alle donne il colore giallo. Questo era, in genere, il colore della donna sposata e aveva origine dal rito del matrimonio: ai tempi della Repubblica la cerimonia prevedeva infatti che i due sposi si vestissero di giallo ed entrassero insieme in una stanza dai muri dipinti o tappezzati di giallo, simbolo di gioia, fecondità e prosperità. Il giallo diventò così il colore delle matrone, un bel giallo, carico e brillante. Contemporaneamente divenne anche il colore degli effeminati, come dimostra il divertente racconto del caso di Publio Clodio Pulcro, nemico acerrimo di Cicerone e da questi fatto oggetto di satira. Nella Pro Milone Pastoureau trova la descrizione articolata del travestimento femminile di Clodio, fatto allo scopo di intrufolarsi nella casa di Cesare per sedurne la moglie Pompea Silla; la veste gialla, tinta con lo zafferano (crocota), è occasione per l’accusa di depravazione e di tradimento dell’ordine sociale. Petronio, Marziale e Giovenale usano un termine più spregiativo di croceus: galbinus che indica un giallo che tende al verde e che l’autore pensa possibile collegare con il termine germanico gelb. La possibilità di individuare una vicinanza di giallo e di verde aprirebbe poi, secondo Pastoureau, all’affermarsi della nuova scala cromatica, quella newtoniana, che pone il giallo vicino al verde: possibile – si chiede – che i germani avessero un ordinamento dei colori più vicino a quello dello spettro? Conclude ipotizzando che l’aggettivo galbinus possa semplicemente indicare un brutto giallo slavato che egli tradurrebbe con l’espressione «giallo alla maniera dei Germani» (p. 66). Invero la possibilità di un giallo che tende al verde non sarebbe contraddetta né dalla percezione, né dal linguaggio e nemmeno dalla mescolanza dei colori sulla tavolozza.

 

Édouard Manet, Il limone (1880).


Il carattere equivoco del giallo diventa, a partire dal secolo VI, una vera e propria polarità: quasi assente nella Bibbia e nel culto cristiano, in cui viene spesso sostituito dall’oro, diretta rappresentazione della luce divina e, insieme, vero e proprio colore, nei mosaici bizantini, nella pittura e nella miniatura, il giudizio sul giallo ricompare nella liturgia e nell’araldica. Pastoureau esamina, tra altri, un interessante testo, dal titolo De sacro sancti altaris mysterio, del giovane Lotario, futuro papa Innocenzo III, nel quale vengono stabiliti, in base alla tradizione, i colori della liturgia e in cui trova posto appunto l’oro, mentre mancano il giallo e il blu. Nello stesso periodo il giallo si appresta invece a sostituire l’oro nei colori del blasone, entrando a pieno titolo nei sei colori fondamentali dei quali si stabiliscono le regole di combinazione: bianco, rosso, nero, verde, giallo, blu.

Il giallo però assume i connotati del negativo nella teoria medica dei quattro umori fondamentali: il giallo, colore del caldo e del secco, è associato alla bile, liquido di cui non si conosce la funzione fisiologica e che, nella sua consistenza vischiosa, amara e dal colore giallognolo, verrebbe secreta dai collerici, ma anche dai gelosi, dagli invidiosi e dai traditori. Contribuisce a connotare negativamente il giallo il fatto di essere anche il colore principale dell’urina, per la quale disponiamo di precise classificazioni nelle rotae urinarum, campionari circolari utilizzati dai medici per effettuare la diagnosi in base al colore.

I connotati negativi del giallo sono poi confermati anche dalle tabelle che associano il giallo a vari altri elementi, ai pianeti, ai metalli, alle pietre, alle età della vita, ai segni zodiacali, alle stagioni, ai giorni della settimana, ai vizi e alle virtù. Particolarmente lungo è l’elenco dei vizi: invidia, ira, gelosia, menzogna, ipocrisia, codardia, doppiezza, disonore e tradimento: il giallo – scrive l’autore – diviene «un colore falso e doppio, sul quale non si può fare affidamento, un colore che inganna, imbroglia, tradisce» (p. 111). Jan Hus, giudicato eretico dal Concilio di Costanza, viene arso vivo in una veste gialla, e l’iconografia dei traditori, primo tra tutti Giuda, assume il giallo come colore, che si applica poi a chiunque si macchi di attività disoneste o dannose, trasgredendo in varia misura l’ordine costituito: carnefici, prostitute, usurai, falsari, musicanti, cantastorie e buffoni. Una delle ipotesi per spiegare questa connotazione è affidata da Pastoureau al linguaggio: il vocabolo latino fel, che indica sia il fiele degli animali sia la bile umana, potrebbe essere associato al termine vernacolare fel (caso obliquo felon), che in francese antico indica un vassallo che si ribella al suo signore, fellone in italiano.

 

Più cauto si mostra invece l’autore nell’individuare l’origine della stella gialla nei vari segni distintivi degli ebrei medievali, per la varietà dei colori utilizzati e per la molteplicità dei settori sociali emarginati.

 

Il giallo, prosegue l’autore, rimane un colore poco amato anche dopo il XVI secolo. Di particolare interesse sono le espressioni linguistiche citate da Pastoureau a conferma della sua ambiguità; ne cito una soltanto per il suo carattere curioso: faire voir à quelqu’un son bec jaune, mostrare a qualcuno che ha il becco giallo, ossia fargli capire che si sbaglia, è inesperto, che dice fesserie. Il dizionario dell’abate Furetière (1690) spiega che il significato di questa espressione deriva dal linguaggio della falconeria, perché i falchi giovani, che hanno ancora il becco giallo, non sanno cacciare. Ai residui linguistici fanno però da contrappeso le ricerche scientifiche che nel Seicento approdano, da un lato, ai primi sistemi geometrici del colore che collocano il giallo tra i colori primari, dall’altro all’analisi della luce e alla scomposizione dello spettro da parte di Newton. Una funzione decisiva nella rivalutazione di questo colore viene però assegnata da Pastoureau ai pittori che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, amano il giallo, caldo e luminoso, da Cézanne e Van Gogh, dagli impressionisti ai Fauves.

 

Nella conclusione lo storico francese individua anche alcuni ambiti della società in cui il giallo sembra affermarsi: nello sport, nei luoghi di svago, nei giocattoli e nella tavolozza della politica. Nonostante il peso negativo della stella gialla imposta dai nazisti agli ebrei, alcuni partiti hanno infranto questo tabù: già nel primo dopoguerra la Freie Demokratische Partei tedesca, nata nel 1948, ha inserito il giallo nel suo logo. Anche il Movimento 5 stelle italiano ha scelto il giallo e non solo perché fosse il solo colore disponibile, ma perché era un colore «fuori dal sistema», così come il movimento francese dei gilet gialli. Difficile, scrive l’autore, capire come questo si evolverà, certo ha scelto il giallo «colore visibile che, come il gilet, segnala un pericolo, e nel movimento veste i “dimenticati dalla Repubblica”, in difficoltà sul piano sociale e fiscale» (p. 218). 

 

Il giallo mantiene quindi il suo potere di opposizione e di contestazione: forse per questo Pastoureau conclude dicendo che, se fosse un artista, punterebbe sul giallo per restituire a questo colore il ruolo che aveva nel mondo antico e, in parte, nel Medioevo.

Vang Gogh, Il caffè di notte (1888).

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